Facciamo da noi

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Bianca Monteleone Olimpia Capitano Eleonora Mizzoni

A Pisa un festival sull’aborto ha messo a confronto gruppi femministi provenienti da diverse parti del mondo. Ne è emerso un dialogo prolifico che ha posto al centro orizzonti e criticità del femminismo bianco occidentale

Facciamo da noi. Questo il titolo del primo festival organizzato a Pisa da Obiezione Respinta, collettivo nato dal basso creando una piattaforma nazionale che fornisce una mappatura di ospedali, consultori e farmacie, e lavorado alla costruzione di nuove pratiche per garantire un aborto libero, sicuro e gratuito.

Nessun confine

La necessità di rafforzare e ampliare la rete in Italia è oggi ancora più urgente, soprattutto in un momento politico ostile come questo, segnato dal riemergere di politiche neofasciste ossessionate dalla famiglia tradizionale come unico modello legittimo e dal controllo dei corpi, in particolare di quelli femminili, trans* e dissidenti. Questo discorso non si limita solo al territorio nazionale. È fondamentale infatti allargare le nostre connessioni al di fuori dell’Italia, per rafforzare il supporto reciproco e perché l’unico modo per trasformare il presente è farlo collettivamente, senza porre confini. Possiamo inoltre imparare molto da tutte le realtà internazionali che hanno costruito un insieme di esperienze, spesso per noi lontane e poco conosciute, che raccontano come la politica transfemminista abbia contribuito a creare nuovi immaginari, fornire alternative e persino cambiare leggi nazionali, anche nei contesti più ostili.

Durante il festival hanno condiviso i loro percorsi e le loro pratiche il Palestinian Feminist Collective e Shout Your Abortion dagli Stati uniti; l’Ad’iyah Collective dal Regno unito; la rete Socorristas en Red dall’Argentina; il Planning Familial dalla Francia.

Il Palestinian Feminist Collective è un gruppo femminista palestinese che si impegna nei processi di liberazione sociale e politica attraverso il confronto costante con oppressioni sistemiche legate a genere, sessualità, violenza, colonialismo e deterritorializzazione;  l’Ad’iyah Collective è un collettivo che supporta persone musulmane e le loro comunità nel percorso di aborto; le Socorristas en Red sono un’articolazione di collettive che si occupano di accompagnamento all’aborto in Argentina da una prospettiva transfemminista comunitaria; Shout Your Abortion fornisce risorse, campagne e materiali mediatici pensati per sostenere i percorsi di attivismo già esistenti, crearne di nuovi e promuovere la partecipazione collettiva all’accesso all’aborto in tutto il paese; il Planning Familial è un’associazione femminista di educazione popolare che dal 1956 lotta per un accesso incondizionato alla contraccezione, all’aborto, all’educazione alla sessualità e contro le violenze e le discriminazioni legate al genere e all’orientamento sessuale.

Giustizia riproduttiva per decidere sul proprio corpo

L’importanza di coinvolgere gruppi internazionali deriva anche dall’urgenza di mettere in discussione e ampliare il nostro punto di vista, che per quanto dirompente resta altrimenti un punto di vista bianco e  occidentale. 

Da tanti anni ci occupiamo di aborto, di far risuonare questa parola, che in Italia è ancora scomoda, scrivendola, stampandola, pronunciandola in scuole, aule universitarie, aule occupate, luoghi più o meno istituzionali. Abbiamo parlato fino allo sfinimento di tutti gli ostacoli che, ancora, le persone che desiderano abortire si trovano ad affrontare e di quanto è difficile qui e altrove poter decidere sul proprio corpo. Una frase, questa, che ripetiamo spesso e che nella maggior parte dei casi per noi, persone bianche e italiane, significa reclamare il diritto a non riprodursi. Sappiamo però che l’aborto è solo una parte della giustizia riproduttiva: decidere sui propri corpi significa poter interrompere una gravidanza, ma anche poter mettere al mondo persone libere dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla violenza. Significa poter scegliere di rifiutare l’autorità della famiglia tradizionale ma anche, se lo desideriamo, di creare una famiglia e avere una casa, accesso all’elettricità, servizi medici e sanitari, cibo e acqua a sufficienza per prendercene cura. Questo però non è possibile ovunque: niente di tutto ciò è possibile ora a Gaza, dove le condizioni stesse della vita vengono sistematicamente negate dal genocidio sionista portato avanti da Israele. Per questo non è accettabile parlare di salute e diritti riproduttivi, di pratiche e alleanze femministe, senza dire che la libertà del popolo palestinese è una questione femminista: senza libertà per il popolo palestinese non può esserci giustizia riproduttiva. 

Un appello al femminismo bianco

L’aborto, la contraccezione, i diritti delle donne* e delle persone queer senza giustizia riproduttiva sono strumenti dell’imperialismo bianco e suprematista. Un femminismo che non riesce a riconoscere l’intreccio fra la violenza di genere e quella coloniale, è complice di questi stessi interessi. È importante che per noi femministe bianche ed europee questo non sia un rimprovero, come scrive Nadine Quomsieh, femminista e narratrice palestinese, ma una chiamata: 

Un appello a un femminismo che non ha paura del disagio. Che non distoglie lo sguardo dal sangue sul pavimento perché non può rientrare in una campagna edulcorata. Un femminismo che ricorda le sue radici: Resistenza, Solidarietà, Giustizia, non solo rappresentanza. Perché il femminismo che non parla quando le donne muoiono di fame sotto assedio non è femminismo. Il femminismo che non piange quando le ragazze vengono estratte dalle macerie non è femminismo. E il femminismo che non sa nominare Gaza non è femminismo. È prestazione. Quindi chiedo, con amore, non con rimprovero: può il nostro movimento globale estendersi abbastanza da contenere il dolore, la forza e la verità delle donne palestinesi? Può inginocchiarsi accanto a noi, ascoltarci, stare al nostro fianco, non perché siamo impeccabili, ma perché siamo umane? Perché anche qui vive la lotta. Anche qui inizia la liberazione.

Palestinian Feminist Collective

Durante il loro intervento, le attiviste del Palestinian Feminist Collective ci hanno messo di fronte a queste nostre responsabilità, attraverso una presa di coscienza che passa per la testimonianza di chi vive in prima persona il furto coloniale della terra, lo sfruttamento capitalistico di persone e risorse, i legami tra ciò, l’oppressione patriarcale e la negazione del diritto riproduttivo. Le lotte portate avanti dal Palestinian Feminist Collective rappresentano la continuazione di più di un secolo di organizzazione delle donne* e delle femministe palestinesi, che insegnano che la liberazione sociale e politica sono inseparabili. 

Le culture e pratiche di resistenza palestinese, intergenerazionali e decoloniali, intrecciano a fondo le sfere pubbliche e private. La violenza di genere e sessuale è sistematica e intrinseca alle politiche coloniali di insediamento e alle tattiche militari in Palestina, e in particolare, intrinseca all’assalto genocida in corso a Gaza, che si fonda sulla convinzione che l’esistenza del colono dipenda dall’eliminazione dell’indigeno. In Palestina, la strategia politica, legislativa e militare sionista è guidata da un’ansia demografica, intesa come effetto di una supposta minaccia demografica palestinese allo Stato israeliano. Secondo questa logica, le capacità riproduttive delle donne palestinesi sono un bersaglio da controllare e annientare.

Le madri palestinesi sono, dunque, inquadrate come un «problema» da affrontare tramite la negazione sistematica della giustizia e della sicurezza riproduttiva. Un esempio tra i molti: alle donne incinte viene regolarmente proibito di passare attraverso i checkpoint militari israeliani per accedere a cure sanitarie necessarie, costrette a partorire in condizioni insicure e insalubri, mettendo a rischio le loro vite e quelle di chi deve nascere.

Ad’iyah Collective

L’Ad’iyah Collective ci ha permesso di costruire un ragionamento collettivo su un’altra questione dirimente, cioè la duplice oppressione dell’islamofobia, che si intreccia con il lavoro di sostegno alle persone in gravidanza. 

Nonostante i comuni preconcetti, l’aborto non è un tabù assoluto nell’Islam. Spesso ci sorprendiamo di incontrare persone musulmane che offrono pubblicamente supporto ad altre persone musulmane che interrompono una gravidanza.

Come musulmane, le attiviste di Ad’iyha interpretano l’aborto come un atto naturale, una rahma (misericordia) da parte di Allah (swt). Il fatto stesso che esistano sostanze abortive naturali è ritenuto il segno che questa sia una pratica, un atto o una tradizione permessa. Abbiamo spesso parlato dell’aborto come di una pratica completamente separata dalla religione, e che la religione vada esclusa dalla cura medica, ma l’esperienza di Ad’iyah ci mostra un’altra prospettiva: le persone religiose abortiscono regolarmente e lo fanno da migliaia di anni. Le persone di fede si rivolgono spesso alla religione e alle guide spirituali per orientarsi nella vita quotidiana, e l’aborto non fa eccezione. C’è chi cerca conforto nella propria fede, nelle guide religiose o nella propria comunità spirituale, o cerca informazioni sul tema dell’aborto nel proprio contesto religioso. Spesso, anche chi crede che l’aborto sia un peccato finirà per averne uno. Questa è la realtà vissuta dalle persone, e negare loro la possibilità di comprendere la propria esperienza è dannoso quanto negare l’aborto stesso.

Socorristas en Red 

L’intervento di Ruth Zurbriggen, attivista e ricercatrice, ha offerto una riflessione profonda sul femminismo e sul lavoro delle Socorristas en Red in Argentina. Il femminismo, secondo Zurbriggen, non è solo una teoria, ma un approccio concreto che mira a smantellare le strutture di potere patriarcali. L’accompagnamento all’aborto è una pratica e, contemporaneamente, un atto di cura che diventa strumento collettivo per muovere in tale direzione di sovversione radicale.

Il movimento è nato nel 2001, con la collettiva La Revuelta a Neuquén, e si è evoluto nel tempo, arrivando a creare nel 2010 il sistema Socorro Rosa, un’iniziativa che offre supporto pratico e psicologico alle persone che scelgono di abortire. Le diverse fasi dell’accompagnamento – dal supporto telefonico alla presenza durante il processo – mirano a costruire un’alternativa sicura e concreta che si affianca al sistema sanitario tradizionale, offrendo un’opzione ulteriore in un contesto spesso segnato da pregiudizi e stigmatizzazioni.

Il lavoro delle Socorristas è un atto di disobbedienza creativa che sfida la vergogna e il silenzio che circondano l’aborto e pone al centro l’autodeterminazione delle persone che abortiscono. Il sistema di cura collettiva delle Socorristas, basato sull’etica femminista, sostiene che l’aborto appartiene esclusivamente a chi lo vive, e non al sistema medico o giudiziario. In questo contesto, l’accompagnamento diventa un atto di cura emotiva e politica, che contribuisce a depatologizzare l’aborto e a promuovere un cambiamento nel modo di concepire quest’esperienza, rendendola sicura, accessibile e, magari, persino gioiosa.

Shout your abortion

La situazione politica e culturale riguardo all’aborto negli Stati uniti è complessa e carica di tensione, soprattutto dopo il cambiamento giuridico avvenuto con la causa Dobbs nel 2022, che ha revocato il diritto all’aborto a livello federale. Solo in pochi Stati l’aborto rimane completamente legale e le cliniche in questi luoghi sono sovraffollate, poiché ricevono anche persone provenienti da altri Stati. Anche dove l’aborto è ancora praticabile l’accesso può essere inoltre reso difficile da vari fattori come il costo, la necessità di spostarsi su lunghe distanze, le limitazioni imposte a livello statale, la disinformazione e la carenza di risorse. 

In più, con l’amministrazione Trump è stata reintrodotta la Global Gag Rule, che impedisce alle organizzazioni di aiuti internazionali di finanziare o anche solo menzionare l’aborto. Questo ha avuto effetti devastanti sulle risorse per l’aborto a livello globale, accentuando la difficoltà per le persone di accedere a cure sicure. Tuttavia, la situazione ha anche alimentato nuove forme di solidarietà e condivisione di informazioni. Oggi, molte persone condividono apertamente le loro esperienze e Shout your Abortion ha avuto un ruolo fondamentale in questo percorso. Nel corso degli anni, Sya ha sviluppato numerosi progetti, tra cui un sito web con migliaia di testimonianze, una comunità su Instagram che offre supporto reciproco, l’Abortion Academy online e la diffusione di campagne pubblicitarie e di una vasta gamma di materiali pro-aborto come poster, spille, abbigliamento, adesivi per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’accesso sicuro all’aborto. Shout you Abortion è il simbolo dell’importanza e dell’efficacia di una costruzione di nuove narrative e del loro impatto sulla realtà delle pratiche abortive.

Planning Familial

L’esperienza del Planning Familial dimostra quanto le associazioni nate dal basso possano incidere sulle politiche istituzionali. Nato nel 1956, la sua lotta si è concentrata sulla promozione di un accesso incondizionato alla contraccezione, all’aborto e all’educazione sessuale, oltre che sulla lotta contro le violenze e le discriminazioni di genere e orientamento sessuale. A oggi le sue attività raggiungono quasi mezzo milione di persone, con azioni che vanno dalle visite mediche agli interventi nelle scuole, passando per la consulenza telefonica al numero verde nazionale Sessualità, contraccezione e Ivg.

Il quadro legislativo francese sull’aborto ha vissuto una continua evoluzione dal 1975, con l’introduzione della legge Veil che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). Da quel momento, ci sono stati significativi sviluppi: l’introduzione dell’aborto farmacologico, l’estensione della copertura sanitaria, l’allungamento dei termini legali per l’Ivg e, infine, nel 2024, l’inclusione del diritto all’aborto nella Costituzione. 

Questi cambiamenti sono il frutto di una lunga battaglia femminista che ha visto la partecipazione attiva di movimenti come il Planning Familial, che ha portato avanti una mobilitazione a livello nazionale che ha visto il coinvolgimento di parlamentari e della società civile. Grazie a una forte strategia di alleanze, l’associazione ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica e a raccogliere centinaia di migliaia di firme a favore dell’inclusione dell’aborto in Costituzione. 

Tuttavia, nonostante questi progressi legislativi, persistono sfide significative. La mancanza di strutture adeguate, i lunghi tempi di attesa e le difficoltà legate all’obiezione di coscienza sono ancora ostacoli per molte persone che desiderano accedere a un aborto sicuro e, nel 2024, il Planning Familial ha presentato un piano di miglioramento per garantire un accesso effettivo all’aborto, che include azioni concrete per migliorare l’informazione, semplificare i percorsi di accesso e garantire una copertura equa su tutto il territorio, ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e garantire che il diritto all’aborto sia non solo riconosciuto dalla legge, ma anche concretamente esercitabile da chiunque lo desideri.

Una sfida che va oltre noi

Le esperienze molteplici che vi abbiamo raccontato tracciano traiettorie che parlano, anche senza nominarlo, della giustizia riproduttiva in Italia. Lo fanno nei gesti, nelle parole, nelle pratiche condivise. È una lotta che non può essere separata da ciò che accade altrove: l’avanzata globale delle destre cammina insieme a politiche patriarcali, guerrafondaie, coloniali. A ogni latitudine, si tenta di ricondurre i corpi all’obbedienza, di ridurre l’autodeterminazione a privilegio, mai a diritto. Per immaginare futuri liberi dalla violenza di genere e dal dominio patriarcale, non possiamo bastare a noi stesse. La risposta deve essere collettiva, transnazionale, solidale. Esiste oggi una tecnologia semplice e potente: la pillola abortiva. Permette di scegliere, in casa, con autonomia e dignità. E se fosse proprio questo uno dei gesti possibili per trasformare le domande in risposta?


*Olimpia Capitano è dottoranda in studi storici all’università di Teramo e autrice del libro Livorno 1921. Dentro e oltre la Classe operaia. Si occupa di studi intersezionali e storia sociale del lavoro, con particolare attenzione alla storicizzazione del concetto di classe e alla storia del lavoro domestico. È attivista della piattaforma Obres. Eleonora Mizzoni è una delle fondatrici di Obiezione Respinta. È attivista di Non Una di Meno e collabora con Women on Web. Bianca Monteleone è attivista di Obiezione respinta e dottoranda di filosofia morale presso l’Università di Roma La Sapienza.

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