Dal blog https://www.maurizioblondet.it/
L’unica impresa nazionale fornitrice in uno specifico componente per ali rotanti ha portato i libri in tribunale nel 2016, mettendo a rischio la produzione di ricambi e riparazione di elicotteri Apache AH-64E, Osprey V-22, e CH-53 Heavy Lift”. Sto leggendo il documento del Pentagono
A cui ho già accennato in un precedente articolo – uno studio essenziale per mostrare i danni che il liberismo assoluto ha prodotto nelle base industriale americana, un tempo superpotenza industriale.
Per esempio: come mai una impresa essenziale, unica e insostituibile produttrice di parti di rotore per elicotteri militari, ha potuto fallire? Evidentemente era una ditta privata.

Ora, la domanda è: che bisogno c’è che una ditta del genere sia privata? Forse che la concorrenza di mercato è utile a qualcosa in questo campo? Concorrenza poi quale, visto che era la sola? E con un solo cliente, il Pentagono? La forza armata non è forse, in fondo, un “monopolio naturale”?
Quella impresa dunque non andava semplicemente nazionalizzata? Oppure IRIzzata, se vogliamo ricordare quel modello di gestione privatista di aziende strategiche pubbliche che fu un unicum originale con cui l’Italia mantenne la (piccola) base indus

triale e le (rare) competenze profesionali e scientifiche che la recessione del 1929 aveva indotto gli industriali privati ad abbandonare.
E quell’azienda non è un caso unico. “Uno studio recente del CSIS (Center for Strategic and International Studies) stima che dal 2001 al 2015, 17 mila ditte hanno cessato di essere fornitori primari per il Ministero. Imprese manifatturiere dedicate, critiche per la produzione di piattaforme militari, sono state colpite e molte non sono in grado di fare gli investimenti di modernizzazione necessari per adeguarsi alle commesse”. Sembra impossibile, vista l’enorme cifra che il Pentagono riceve ogni anno. Il rapporto sembra dare la colpa a una erraticità di finanziamento da parte del Congresso, fra “sequestrations”, “appopriations” e “continuing resolution”, termini su cui non ci dilunghiamo. Può bendarsi che il Pentagono,con questo rapporto, esageri perché sta battendo cassa.
Ma è certo che anche il National Security Strategy, il documento annuale della Casa Bianca che delinea le strategie generali, lamenta “l’erosione della manifattura americana nell’ultimo ventennio […] Oggi dipendiamo da singoli produttori interni per diversi prodotti, da catene di produzione estera per altri, e rischiamo la possibilità di non essere in grado di produrre componenti speciali per uso militare in patria”.
Il punto è che “le radici della base industriale di difesa sono piantate nel più vasto ecosistema industriale” civile, dove si formano molte competenze. Ebbene, “solo fra il 2000 e il 2010, abbiamo perso oltre 66 mila strutture industriali” per la concorrenza estera”.
Inoltre “via via che la base industriale dell’America s’è indebolita, si sono rarefatte le competenze critiche di forza-lavoro, competenze e qualifiche che vanno dalla saldatura industriale fino alle competenze d’altissima tecnologia per la sicurezza cyber e l’aerospazio. Gli occupati nell’industria erano il 30% negli anni ’50, sono meno del 10% oggi . “dal 1979”, che è stato l’apice, “al 2017, gli Usa hanno perduto 7,1 milioni posti di lavoro industriali, il 36% della forza-lavoro nella manifattura” – e non si pensi ad operai semplici, ma qualificati, specializzati, a tecnologi, ingegneri – con una accelerazione inquietante: “più di 5 milioni dal solo 2000. Perdite di lavoro (e competenze) sono state più pronunciate in settori esposti alla competizione delle importazioni: metalli primari, elettronica, chimica, macchine utensili. L’incapacità di assumere e trattenere lavoratori americani con le necessarie abilità, ha portato a vuoti significativi nella forza lavoro specifica”. Il Pentagono parla addirittura di “atrofia delle abilità”, il numero sempre inferiore di operai rende rari gli operai “capaci”. Avendo le grandi imprese USA perso “l’ecosistema dei fornitori nazionali” presso cui fornirsi, spesso ditte piccole e specializzate, hanno “separato la progettazione dalla fabbricazione, sono passate dal progettare e fabbricare prodotti, a progettare e vendere” prodotti da loro progettati, ma fatti all’estero. Ma con l’accrescersi della delocalizzazione del “fare”, molte compagnie hanno tagliato da sé le capacità di processo, ciò che ha finito per ridurre l’innovazione tecnica, e dissuadere investimenti futuri nelle industrie della prossima generazione” – tutto ciò viene lasciato ai cinesi o altri asiatici
La cantieristica: “Dal 2000 ad oggi, sono scomparse 20.500 strutture cantieristiche in USA. In molti casi la competizione è svanita, e la US Navy fa affidamento ad un unico fornitore per componenti-chiave. Queste ditte lottano per sopravvivere e mancano delle risorse necessarie per investire nelle tecnologìe innovative”.
Le macchine utensili: “ questi macchinari necessari per conformare e scolpire parti e componenti di metallo, compositi o plastica, servono per creare prototipi come per la produzione in serie. Gli USA una volta erano primi al mondo per innovazione ed alta gamma di macchine utensili, ma il loro livello è molto scaduto dal 2000. Nel 2000, la Cina contava non più del 15% nel consumo mondiale di macchine utensili. Nel 2011, questa percentuale è salita al 40%. Via via che la sua necessità di macchine utensili cresceva, la Cina ha strumentalizzato il suo basso costo di lavoro e capitale per costruire ditte nazionali di macchine utensili attraendo compagnie estere, a cui chiedeva di fare delle joint-ventures. Nel 2015 la produzione cinese di macchine utensili è schizzata in alto a 24,7 miliardi di dollari, pari al 28% della produzione mondiale, mentre gli USA contano solo per 4,6 miliardi, dietro non soltanto alla Cina, ma al Giappone, Germania, Italia e Sud Corea”.
Elettronica: quella importata comporta “vulnerabilità”, mancando del livello di controllo che possiamo usare sui fabbricanti americani, comportando ciò rendimenti più bassi, maggiori guasti e il rischio di “Troian” infiltranti il sistema di difesa americano. “Il 90% della produzione dei circuiti stampati avviene in Asia, metà in Cina. Il settore dei circuiti stampati USA invecchia, e non riesce a mantenere la capacità di produzione allo stato dell’arte – molti fabbricanti nazionali hanno strutture industriali e relazioni commerciali all’estero, con i rischi evidenti della “disseminazione di informazioni segrete di progettazione”.
Viene elencato il quasi monopolio cinese negli specchi solari e nelle terre rare (essenziali nell’elettronica strategica e di consumo), ottenuto sbattendo fuori la concorrenza libera con metodi truffaldini.
E poi ancora: “La Cina è anche produttrice unica o fornitore primario per materiali energetici cruciali per munizioni e missili (!) . In molti casi non esiste altra fonte o materiale prontamente sostitutivo, o quando questa opzione esiste, il tempo e i costi per testare e qualificare il nuovo materiale può essere proibitivo, specie per i più grandi sistemi” ossia, missili da crociera, sistemi antimissile, balistici intercontinentali. A cui si riferiscono le pagine secretate.
Diffuse spiegazioni sulle “pratiche predatorie” usate dal governo cinese: “Vendite sottocosto (dumping) favorite dallo stato, sussidi pubblici, furto di proprietà intellettuale….”, e possiamo aggiungere, la non-convertibilità della moneta, che tiene la valuta cinese svalutata. Ma queste sono tutto cose ben note e denunciate, e nonostante le quali Pechino è stato ammesso (dicembre 2001) nel WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, il sorvegliante supremo del liberismo globale – di cui Pechino platealmente elude o infrange le regole basilari. Proprio gli Stati Uniti hanno voluto l’entrata della Cina nel gran mercato mondiale e accettato i suoi metodi. In base a quale logica? Ovviamente quella di Wall Street, la logica del profitto finanziario a breve, di corto respiro, che impone la sua ideologia sulle ragioni di Stato. Wall Street ben felice che la Cina comprasse a vagoni interi i titoli del debito pubblico Usa: in cui non vedevano altro che una forma di finanziamento al cliente – un prestito con cui comprare prodotti cinesi – come il concessionario che fa credito al compratore dell’auto. Che cosa poteva andar storto? Affari, delocalizzazioni, risparmi sui costi salariali a vantaggio del capitale, ossia “efficienza”