dal blog https://alcesteilblog.blogspot.com/
Roma, 21 giugno 2019
Silvio Berlusconi è un uomo? Hic stat busillis. Un uomo definito alla nostra intelligenza, intendo, ben conosciuto nei suoi impulsi e nelle sue intime credenze: tutto ciò che configura le scelte razionali e ponderate dell’esistenza. Lo conoscete? La risposta è no.
Chi ha letto l’introduzione a L’elogio della follia di Silvio Berlusconi per i tipi della Berlusconi Editore? Pochi, suppongo. Mi azzardo a dire: chi ha letto L’elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam? Forse ha avuto l’intenzione di farlo, come spesso accade con i classici, ma al dunque …
Perché Silvio Berlusconi ha sempre ammirato quel libro citandolo costantemente nei suoi anni migliori?
Conosciamo noi quest’uomo davvero?
Non intendo riferirmi alla vasta letteratura giudiziaria che ne ha assorbito quasi del tutto la biografia. Essa è inessenziale alla comprensione di una figura che, fra venerazione, dileggio e frastuono ha dominato almeno un trentennio: dominato nelle tendenze e nel pensiero.
Rileva, e questo è certo, un uomo pubblico, riconosciuto da tutti, costruitosi per gradi, spesso involontariamente, a volte arricchendosi di quei tratti che piacciono al popolicchio e di cui si è voluto adornare per meglio ingannare il popolicchio. Tale è il Berlusca, mascherone dell’Arte, appeso per il collo nel retrobottega di Mangiafuoco, penzolante assieme ai Balanzone, agli Arlecchino, alle Colombine e ai vari Brighella.
Al Berlusca appartengono, nell’immaginario comune e popolare, il Mundialito per Club, ilDrive In, la pubblicità, Lentini, il fotoromanzo.
Il Mundialito, sciocco già dal nome, ma decisivo per instradare il popolicchio allora vergine verso il superamento di Scusa Ameri, scusa Ciotti e dalle roventi angustie del tifo verace e campanilistico: preterire, quindi la Coppa dei Campioni (riservata, giustamente, solo ai campioni), la Triestina, il Lanerossi Vicenza e il Perugia onde edificare un conformismo da Gotha ristretto, id est: un torneo di plastica e doping in cui vince chi ha più soldi.
In quell’inverno a cavallo fra gli anni mirabili e i nuovi Ottanta Silvio offre quasi un milione di dollari per assicurarsi il Mundialito costringendo all’angolo addirittura la RAI, sin allora avara di un solo tempo a partita a settimana (“Non dirmi chi ha vinto! C’è il secondo tempo di Juve – Torino stasera alle 6!“).
L’esotico e una opulenza ingannatrice invasero cucine e tinelli, in bianco e nero, a colori, gratis! Partite fra artisti del calcio, veri o supposti, completamente sconosciuti al grande pubblico (come tirerà le punizioni Francescoli? che faccia ha Pierre Littbarski?), una portata trimalcionica per chi si saziava con la radiolina a pile la domenica pomeriggio.
Lì si posero le basi per la fine del calcio italiano, giocato in stadi raccolti, tumultuanti, e rinserrato in un tifo che, come accadeva nella politica, denotava vasti settori antropologici. I Bauscia dell’Inter! I casciavit del Milan!
Il volto magro e tirato di Enzo Francescoli, di efficacia messianica, almeno a considerarlo a posteriori, introdusse surrettiziamente l’arte del falso e dell’immagine fine a sé stessa in una celebrazione pubblica, il calcio, perfetta nel ricreare le ricchissime sfumature regionalistiche, istintive, cosmopolite o misantrope che attraversavano da secoli l’Italia. Addio Cagliari! Addio Verona, la fatal Verona!
Francescoli annunciava il nuovo calcio: quello per cui nella Coppa America compare il Qatar.
Il Drive in, poi: una serie di vignette triviali affogate nella pubblicità. Non mancava nulla in tale Barnum della superficialità: il poliziotto coatto, i tre lestofanti, il profeta, il ricchione, la barzelletta localistica, le ballerine, le Ziegfeld Follies con la quarta in mostra, una blanda satira autoreferenziale, prettamente televisiva. Un cascame dell’avanspettacolo minore, di provincia. Diciamo meglio: una reinterpretazione brianzola, fasulla, nonostante la presenza alcuni campioni del macchiettismo più trucido, da Massimo Boldi a Gianfranco D’Angelo, senza le connessioni col vaudeville più alto (Magnani, Dapporto, Scotti, Totò) e persino con quello infimo e popolaresco che s’intuisce nella Roma di Federico Fellini.
Alvaro Vitali, elettricista in fregola di imitare Fred Astaire, si esibisce sul palco scalcinato d’un teatrino da suburra romana. Dopo pochi secondi, quale segno di disapprovazione, gli tirano un gatto morto.
Il fotoromanzo, quindi, con i primi Dallas, General Hospital e, infine, Beautiful, quale eterna ripetizione del luogo comune inframezzata da lunghi decorsi fàtici: il protagonista che si serve da bere e lo offre agli altri (quindici secondi di sceneggiatura in meno), la protagonista che sgrana gli occhi chiedendo “Cosa?” (tre volte: altri quindici secondi risparmiati) oppure i saluti fra John e Jean, o fra Bobby e Pamela, festosi ogni volta, come se tali bietoloni non si incontrassero da cent’anni con regolarità marziale (ogni puntata) tanto da aver commisto gli umori buccali un par di dozzine di volte nell’ultima settimana (ma per il telespettatore il sole è nuovo ogni giorno); indi un salemelecchio, con novello sgranamenti d’occhi e inquadrature intense del botulino ad genas o delle protrusioni labiali (vale altri quindici-venti secondi).
In un episodio di Beautiful della durata di venti minuti ce ne sono, forse, due di recitazione, diciotto di ovatta dialogica e trenta di pubblicità: da distinguere fra quella da televendita (col minchione italico a stravaccarsi giulivo per infiniti minuti su materassi da scoliosi) e quella, più pregiata, nazionale.
E il Berlusca era lì, instancabile, già da anni prima, generoso e indomito, mentre il futuro vicepresidente del Milan, Adriano Galliani, evangelizzava il volgo proprietario delle colline coi ripetitori; eccolo il Berlusca a cronometrare Marco Columbro, i consigli per gli acquisti, gli epinici del materasso: in sala regia, a incastrare ogni singolo tassello per l’unico puzzle-verità: l’Italiano medio è un dodicenne, nemmeno troppo sveglio, e felice, soprattutto, di stare all’ultimo banco.
Colpo grosso, prodotto da Fininvest (ricordate Paolo Romani?), una sorta di spogliarello per pipparoli in canottiera condotto da un ex cabarettista surrealista e da un transessuale.
Ci si comprende? E Berlusca, nonostante questo e Tinì Cansino, divenne l’idolo dei moderati! Dei reazionari! Dei cattolici!
Il Maurizio Costanzo Show, sorta di anteprima del web: il caso umano, il pettegolezzo, l’uomo degli Elohim, l’esploratore, il bimbo prodigio, il controinformatore antimafioso, lo scettico, la mignotta (non si aveva ancora il mignottone), l’attore decaduto, la capra. I bofonchiamenti di Costanzo, occhi pallati e aria da domatore insinuante, le trippe occultate dalla cartellina, si rivolgevano alla nuova Italia, sempre più nella rete dell’inessenziale. E gli Italiani facevano ressa attorno a tale ventata di libertà (“Il signor Silvio Berlusconi non mi chiede una lira per tanta abbondanza!”): volevano di più: il sangue, forse. E sangue fu.
Mi ricordo che, a cavallo fra Ottanta e Novanta, resisteva nell’etere una radio del PCI. Italia Radio. Ricordo, come per suonno, quale vivida eco di un’epoca, ormai, però, trascorsa per sempre, la telefonata di uno dei primi elettori di Forza Italia. Gli speaker della radio erano compagni, ovviamente, professionali, dalle voci calde, convinti. Antimafia, legalità, ecologia, cultura. Tutte le portate tardo comuniste (leggi: sinistrate) venivano servite dalla mattina alla sera, seppur con classe. Le telefonate dei radioascoltatori erano preoccupate. Nessuno comprendeva. V’era nell’aria un sentore di sfaceli. Si votava. La destra incombeva. Mamma, li destri. 1994. E arrivò questa telefonata, da parte di un signore siciliano, distinto e persino forbito nell’eloquio, dalle calme e amabili inflessioni: “Buongiorno a tutti. Oggi sapete cosa farò? La mattina mi recherò a passeggio, per le vie della mia città. Farò, poi, un buon pranzo. Nel primo pomeriggio mi andrò a riposare un poco. Poi, una volta sveglio, mi sbarberò, mi profumerò, mi vestirò e andrò a votare. E voterò per Silvio Berlusconi. Perché Silvio Berlusconi non mi ha mai chiesto niente. E non chiederà niente a nessuno. Lui può solo dare. Non ha interessi, lui, non fa politica e so che non avrò mai debiti con lui. Ci tenevo a dirvelo”. In studio i compagni erano atterriti.
E poi Lentini, l’ala torinista comprata per quaranta miliardi e del tutto inutile ai fini della gloria milanista, eppure anch’egli servì: al tifo, ovvio, a rinsaldare l’irrazionalità della Follia, maestra di vita; il tifo, sostanza della democrazia liberale postmoderna, il tifo che si appaga nell’umiliazione temporanea dell’avversario: avemo vinto, Calboni ha fatto gol.
Il Berlusca comprese l’istinto decadente del popolicchio italiano, della plebaglia senza più la danda dell’aristocrazia, accademica e spirituale, e lo cavalcò; l’Italiano che scopriva le bellurie del liberismo sessuale, quello di “Avete domande da porci?” su Radioluna, l’anarchia devastatrice delle dirette libere di Radio Radicale, l’utero e le trippe in fiamme ideologiche abbindolate dal neoconsumismo: perché allora, all’alba dei nuovi tempi, quando sindacati e terroristi e partiti vennero condannati a morte, gli Italiani avevano qualche risparmio da parte.
Basta con le grettezze, tirate fuori i pacchi da centomila da sotto la mattonella, divertiamoci e ridiamo dei vecchi seriosi, c’è Sandy Marton che viene da Ibiza … non sentite un vento di liberazione? Solo così si comprende l’avversione silvina per la cultura strutturata, accademica, per l’austerità, il nulla di troppo, la decenza, la ritrosia allo spettacolo.
E Silvio Berlusconi fu tutto questo. E cosa fu tutto questo se non la degenerazione dell’Italiano postbellico, ormai colonia del nichilismo angloamericano?
Osserviamo da vicino un capolavoro: In nome del popolo italiano. Dino Risi, 1971.
Vittorio Gassman, l’industrialotto amorale che forgia una neolingua efficientista, paraitaliana (“un linguaggio aderenziale e desemplicizzato”), contro Tognazzi, il magistrato integerrimo che sogna non la giustizia, ma il dispiegamento della giustizia contro il nemico ideologico e antropologico, tanto da occultare le prove della sua innocenza. In nome di una verità di parte assurta a verità tout court.“Esternizzare i rapporti … cementizzare le accuse” …
Gassman e Tognazzi sono le degenerazioni insorgenti degli antichi credi di Don Camillo e Peppone, ormai inessenziali e in attesa di sciogliersi nella poltiglia corrente.
Silvio Berlusconi contro i Procuratori Milanesi, Gassman contro Tognazzi (l’utilizzatore finale contro la Boccassini o Colombo o Borrelli), divenne l’inveramento storico della visione di Risi. Nello scontro, seguito infatti alla dissoluzione del blocco sovietico, ciò che si rende evidente è la putrefazione dell’Italia. Fra le mosche della cancrena il Berlusca, però, rimane, pur latamente, ancora un Italiano, decadente, ma Italiano; i suoi avversari no.
Ecco, molto in fondo, ciò che rispetto in lui: permanere ancora, se non come Italiano, almeno come Italianuzzo; così come erano ancora greci i greculi della tarda commedia aristofanesca rispetto a quelli originari e possenti di Eschilo.Italiano : italianuzzo = Greco : greculo.
Il Berlusca fu tutto questo. In lui la scintilla storica eterna, italiana, si tocca con mano. Il guizzo, l’astuzia, l’attacco traditore, la fuga strategica, la suasione, la risata liberatoria, la diffidenza, quegli afondi imprevedibili di alta generosità.
D’altra parte questo fondo umorale e storico non lo vediamo nei lineamenti dei signori locali che segnano le tele quattrocentesche del primo Rinascimento? Essi obbedivano ad altri universi di senso, ma gli appetiti e i tradimenti furono simili. Basta leggere. Leggere Il Principe, a esempio, altro classico citatissimo e negletto, e ripubblicato, impreziosito dalle note di Napoleone Bonaparte, per i tipi della Silvio Berlusconi (collana “La Biblioteca dell’Utopia”).
Il Berlusca fu questo. La domanda capitale, però, è: fu anche altro?
Certo. E qui arriviamo all’uomo di potere Silvio Berlusconi che pochi, forse, hanno la voglia di indagare. Uomo di potere, non un maneggione e nemmeno un esperto di bassi andirivieni clientelari e politici. Egli ebbe una intelligenza, una distinzione, uno spessore: non si rimane in vetta per mezzo secolo senza una peculiarità profonda dell’animo a sostenere lo straccio dell’apparenza.
E quale fu il recto del verso Berlusca, ovvero Silvio Berlusconi?
Alla fine domandiamoci: qual è il recto della politica tutta? Ritorniamo al signore siciliano. Mentre negli studi di Italia Radio e fra i sinistrati ci si preoccupava dell’ondata nera (Il Popolo delle Libertà! Il Polo del Buongoverno!) e si assoldavano opinionisti giornalisti attorucoli e intelletualloidi per dimostrare a tutti chi era il Berlusca (quello del Mundialito, quello del Drive In, quello di Dallas, quello dei materassi! Ma ci rendiamo conto!), i dirigenti del PDS (Partito Democratico della Sinistra), dei Verdi e di Rifondazione Comunista cercavano di scendere a patti con Silvio Berlusconi (e non col Berlusca: quella maschera non li interessava). Luciano Violante lo disse anche una volta in Parlamento: mai cercammo di torcere un capello a Fininvest! Il conflitto d’interesse? Ma quando mai!
E perché accadde questo? Perché ogni partito è un’azienda con propri interessi e punti di riferimento. L’azienda Fininvest, la Confindustria, le cooperative, le organizzazioni massonico-mafiose, il Vaticano, il volontariato bianco, la FIAT. Di questo, al di là delle maschere destre e sinistre ordite per i fessi con la matita copiativa, si parlò, allora, fra Achille Occhetto, Giovanni Agnelli, Silvio Berlusconi. Il padrone ha tuonato con Mani Pulite, cosa facciamo? Ed ecco gli accordi, che nessuno mai compulserà. Gli accordi veri, occulti, la non belligeranza, la delimitazione delle linee di influenza stile gang. E, poi, dopo gli accordi veri, il teatrino dell’anticomunismo e dell’antifascismo, della liberalizzazione, del dirigismo, del debito pubblico. Come se a qualcuno importasse dell’Italia. E Silvio Berlusconi, uomo di spessore intellettuale, riuscì a ritagliarsi una parte nella contesa sulle spoglie dell’Italia. Faticosamente, perché occorreva di continuo indossare la maschera, essere persona, Phersu, recitare il Berlusca.
Er Trippa vuole il sindaco di Roma. Il Palazzinaro All’Amatriciana lo aiuterà nella scalata. Do ut des: l’acqua pubblica. Via la Raggi. Vaticano e sinistra si acconceranno temporaneamente all’opposizione. Do ut des, in tal caso: migranti, falso volontariato e parastato. Saranno tutti contenti. La persona, Phersu, inquietante danzatore fra gioco e morte, avrà i connotati di un destro di turno alla moda. Poi, fra un decennio, quando tutti gli elettori coglionati, per dirla alla Eugenio ORso, destri sinistri e contro informatori esiteranno a farsi una doccia per timore delle bollette a cinque stelle, si avrà una pallida resipiscenza. Ma sarà troppo tardi. Gli eroi votati dieci anni prima saranno scomparsi o rifugiati in qualche lucroso anfratto da perdigiorno. I micchi avranno ancora la forza di pensare: ora, però, il mio voto lo darò non a X bensì a Y? E chi lo sa. Di sicuro si arrangeranno con catino di zinco e una spugna da ipermercato: l’acqua, infatti, sarà l’oro blu.
Differenza fra Romano Prodi e Silvio Berlusconi: entrambi ingannatori, sia chiaro, ma il secondo è quasi Italiano.
Letta, Renzi, Draghi, Gentiloni: ci fosse un Italiano.
Leggiamo i titoli della “Biblioteca dell’Utopia”, edizioni Silvio Berlusconi (e non Berlusca).
Karl Marx e Friedrich Engels, Tommaso Moro, Nicolò Machiavelli, Tommaso Campanella, Francesco Bacone, Giulio Cesare Croce, Il disprezzo della condizione umana e L’elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam, la Miseria della condizione umana di Lotario da Segni (Innocenzo III), il Momus di Leon Battista Alberti.
Qui ci si allontana dal Berlusca essoterico, da rotocalco, per arrivare al cuore della Follia. Che Follia non è, ovviamente, ma l’esatto contrario.
Ecce Silvius.
Cosa abbiamo qui? Il palazzinaro, il politico, il mafioso? No, abbiamo un uomo che, al di là dei godimenti terreni, è qualcosa. Qualcosa di nettamente diverso dal volgo e dalla lutulenza del clientelismo più abietto. E lui sa d’essere qualcosa d’altro: i poveracci di spirito scambiano tale consapevolezza per alterigia. Sbagliando. Il retroterra di Berlusconi è insospettabile. Egli si ciba di utopia e di morte. Dell’utopia comunista addirittura! Le utopie di Bacone e di Tommaso Campanella sul governo mondiale, ben più profetiche di Orwell e Naomi Klein.
E poi la morte. La mortificazione della carne. Leggiamo assieme alcuni passi della Miseria della condizione umana (De contemptu mundi) di Lotario da Segni, quindi papa Innocenzo III:
“O falsa felicità delle ricchezze, che in verità rende il ricco infelice … Il popolo lapidò Acan perché sottraesse l’oro e l’argento della maledetta città di Gerico. Nabot fu ucciso affinché Acab possedesse la vigna. Giezi fu coperto di lebbra per aver chiesto e preso argento … Giuda s’impiccò per aver venduto e tradito Cristo. Anania e Safira furono estinti da una morte improvvisa per aver frodato l’Apostolo del prezzo del campo. Tiro edificò le sue fortezze e accumulò argento come terra e oro come fango delle strade. Ma ecco che il Signore la possederà e sprofonderà nel mare la sua potenza ed essa sarà divorata dal fuoco”.
E quindi lo sberleffo! Uno sberleffo apparentemente scanzonato: Giulio Cesare Croce, Le astuzie di Bertoldo. “Picciolo di persona … il capo grosso e tondo come un pallone …”, Bertoldo che evita bastonature e punizioni, sguscia attraverso le trappole retoriche di cortigiani e dignitari, si beffa della regina e del re come Silvio Berlusconi si beffava di regine, re e dignitari europeisti. Il re fa abbassare la porta della sua camera per far inchinare chiunque? E Bertoldo si inchina sì, ma entrando di culo così che “in cambio di far riverenza … onorò [il re] con le natiche”. Chi si ricorda ancora le corna, i cucù, le finte mitragliate?
Un retrogusto picaresco, provinciale, terragno, in ossequio alle sue radici; e all’affetto, antico, per il padre Luigi e la mamma Rosa Bossi, a conferma di un legame tradizionale, pur languente, col Blut und Boden padano.
E poi il Momus di Leon Battista Alberti, lo sberleffo di chi sa. Momo, il dio del biasimo, piccolo e calvo, la testa grossa e rotonda, è scacciato dall’Olimpo sulla Terra per la sua proterva insolenza; e sulla Terra cosa fa: sobilla gli uomini! Cari esseri umani, dice Momo, gli dei sono una combriccola di ingannatori! Non tributate loro alcun culto! Come potete cadere in tali ridicole panie da superstizione! Il potere celeste è quel che è: merda e sangue! Gli dei, impauriti dal calo della devozione, mandano allora sulla Terra la dea Virtù che riconcilia il rompiscatole divino con Giove. E Momo che cosa fa? Si mette al servizio di Giove istigandolo alla distruzione del mondo! E perché? Per instaurare un Nuovo Ordine Globale! E il Padre degli dei, Zeus, dapprima dileggiato, ora, forse lusingato, lo prende sul serio tanto da ingaggiare dei tecnici dell’ecatombe fra cui spicca Democrito, l’ateo, il materialista, l’atomista-nichilista par excellence. Per fortuna poi Giove si ravvede e la Terra è salva: Momo è messo ai ceppi, gli dei scendono dall’Olimpo fra gli umani, alla stregua di Elohim, mentre Caronte, on the contrary, risale gli inferi …
Siamo lontani, a tali latitudini, dal conflitto di interessi, da Scajola, da Pisanu, dalla minutaglia della cronaca. Dietro gli scherzi Silvio lascia intravedere una personalità peculiare, nascosta, come sempre accade agli uomini di potere che brillano di luce propria. L’utopia, la morte, le radici costituiscono l’Italiano occulto Silvio, uno degli ultimi Italiani al potere, odiatore, infatti dei tecnocrati che, invece, brillano di luce riflessa: quella dei committenti o dei sicari.
Che io ricordi solo Paolo Franceschetti ha tentato di lumeggiare una personalità silvina: in parte riuscendoci, in parte no. Fu uno dei rari a mettere in rilievo il segreto del potere, che non è quello instabile e debosciato dei pettegolezzi controinformativi, ma ciò che si nutre sub specie aeternitatis.
Il potere è enormemente più intelligente della massa e persino alcune figure di terz’ordine rilevano per forza interiore. Sospetto addirittura una personalità in Razzi … provatevi voi, sfido, a essere eletti in quella bolgia sudamericana … servono garretti solidi, acume.
Tutti (e dico: tutti), da Trump a Borghezio, da Vendola e Bolsonaro, tutti mentono spudoratamente. Vi è, certo, l’illusione del movimento. Il pendolo, appunta, oscilla. Il fulcro, però, rimane lo stesso. Ognuno tributa al Fulcro la propria devozione declinandola come meglio crede.
Ognuno simula.
Tremonti, Berlusconi, Ciampi, Prodi, Amato, Bossi, Salvini, i minibot … inchini e ceffoni, urla e strepiti da bordo ring, bianco rosso e verdone! Tutto quel che volete! Al dunque, però, quando il Dunque si avvicina, quando si vorrebbe toccare il cuore della questione, tutti gettano le maschere truci o superciliose e si compattano come una falange.
Tremonti, Berlusconi, Ciampi, Prodi, Amato, Bossi, Salvini, i minibot sembrano una carovana sgangherata e vociferante. In realtà questa si sta recando, nessuno escluso, verso la meta, l’Utopia, con una determinazione tanto potente da far rabbrividire. Altro che capitano, mio capitano!
Gli Italiani, poveri citrulli, ci cascano, e con tutte le scarpe ché gli scarponi, scarpe grosse e cervello fino, li avevano i loro nonni e non certo loro.
Incredibilmente agli Italiani nuovi manca la malizia o l’intelligenza maliziosa, cioè la dote primaria che gli altri hanno sempre riconosciuto, in positivo o in negativo, al nostro paese. Il machiavellismo. Sono i micchi perfetti delle tre carte, si fanno giocare con i soliti trucchi da guitti di talento.
L’astensionismo c’è, ma gonfia le statistiche delle elezioni più inutili.
Alle politiche, le uniche che contano ancora qualcosa, l’astensionismo si ridurrà al 10-12% (sommandosi a quello, naturale e costante, del 15%). Un tre quarti di miccume sarà perciò sempre nella cabina, a vergare croci, come raccomandano e raccomandavano tutti: nelle gabine o nelle cabine perché, se non l’avete ancora capito, è la cabina l’ultimo appiglio del potere per giustificare sé stesso.
Poi, quando la cabina esaurirà il proprio ruolo di devastazione democratica e liberale, quando tutto sarà un deserto e una poltiglia, sorgeranno movimenti e correnti di pensiero che vi imboniranno in tal modo: “Basta voto, è inutile, ormai siamo felici!”.
Sarà il principio della Monarchia Universale, la fine di tutto il gran casino, l’istupidimento globale come preludio alla pace definitiva, quella del cubicolo.
Quando ciò accadrà riguarderemo a Silvio Berlusconi, già Berlusca, come uno degli ultimi esseri umani ad averci ingannato, ribaldo e quasi Italiano.Pubblicato da Alceste a 13:22 Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su TwitterCondividi su FacebookCondividi su Pinterest