Morire a Napoli

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

A Napoli, chi diventa involontariamente testimone di un omicidio dovrebbe lasciare subito la città. Andare all’estero è ancora più sicuro. Meglio se in Africa. Subito. Per sempre. Felice (Pierfrancesco Favino) non avrebbe mai voluto tornare a Napoli. Quarant’anni prima, lo zio materno, che non ha figli, lo ha tirato fuori da un guaio e gli ha procurato un lavoro nella sua impresa di costruzioni, in Libano. Felice vede mondo. Finisce per fondare la sua impresa. Al Cairo. Si converte all’Islam. Sposa una donna splendida. Una dottoressa. E’ lei a convincerlo ad andare a trovare sua madre (Aurora Quattrocchi), ormai vecchia e malata, a Napoli. Quarant’anni prima, la donna era bella ed elegante. Dopo la morte del marito, si guadagnava da vivere per lei e suo figlio come cucitrice. Un mestiere che alla Sanità, uno dei quartieri più antichi della città, è tradizionale come il crimine, che sembra essere sopravvissuto intatto agli anni.

Una sera, mentre Felice torna in albergo, un gruppo di giovani in moto gli passa accanto. Poco più in là sparano sulle vetrine dei negozi, sulle macchine in sosta e sui cartelli stradali. Felice ricorda la sua gioventù, il suo amato motorino e, soprattutto, Oreste. (Tommaso Ragno). Era il suo migliore amico. Teresa lo aveva messo in guardia. Lo fa ancora oggi. Ma non più così spesso. Né con la stessa intensità. La madre è stanca. Trascura il suo aspetto. Vive in un basso. Senza finestre. Poco a poco, Teresa e Felice si riavvicinano. Felice se ne prende cura. Le compra vestiti nuovi. Un appartamento luminoso, adatto alla sua età. Teresa non è stata mai stata così felice come nelle settimane che precedono il suo funerale. La cerimonia, in una chiesa cattolica, è un momento di raccoglimento. Oltre a Felice, sono presenti solo altre tre o quattro persone. Non sembrano conoscersi.- Non ci sono bambini che si agitano. Niente abbracci. Nessuno piagnucola. Un pacifico commiato dalla prima parte del film. Una sorta di happy end giugno 2023presenza non è più la cura della madre. Sa di voler restare alla Sanità. E lo sa anche il quartiere.

Il film di Mario Martone – Nostalgia – è tratto dal romanzo di Ermanno Rea, nato a Napoli nel 1927. Quando, nel 2016, esce il libro, la Sanità, con i continui, efferati omicidi perpetrati da giovani e giovanissimi, occupa stabilmente le prime pagine dei giornali. Alta disoccupazione da una parte e giganteschi profitti grazie al commercio della droga dall’altra fanno prosperare i clan. La situazione peggiora talmente da far rimpiangere a molti la vecchia camorra. Nel film Oreste, l’amico di un tempo di Felice, è uno di questi padrini della vecchia scuola. Temuto nel quartiere perché sa tutto. Conosce tutti. Malauguratamente, Felice confessa a un prete un furto in un lussuoso appartamento, opera sua e di Oreste quando avevano quindici anni. Peggio ancora. Felice racconta anche di un uomo a terra in un lago di sangue. Per il prete, che ha a cuore i ragazzi del rione, Oreste è il peggiore nemico. Se Felice testimoniasse davanti alla polizia, il quartiere avrebbe di nuovo un futuro. Forse. Ma Felice rifiuta di testimoniare contro il suo vecchio amico. Al contrario. Si sente come attratto da lui. Oreste, però, è diffidente. Lo fa girare per Napoli bendato un’ora intera prima di riceverlo.

Probabilmente Oreste non ha mai lasciato il quartiere. Ha rapporti solo con le ragazze che battono il marciapiede per lui. Le riceve nel suo rifugio per rapidi incontri. E’ freddo, ma non brutale. Quando Felice, nel corso del loro incontro, gli dice in confidenza – quella di un tempo – “sono nato qui e qui voglio morire”, Oreste gli risponde: “si può fare”…

Giustiniano

11 giugno 2023

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