Dalla pg FB di Giustiniano Rossi
Dal 1967 i palestinesi devono vivere sotto un’occupazione imposta dall’esercito israeliano e, nel frattempo, affrontare coloni sempre più fanatici, che pensano che tutta la Palestina storica, dal Mediterraneo al Giordano, sia stata loro promessa da dio. Non c’è posto posto per i palestinesi. I villaggi sono incendiati, le persone pestate e uccise, le moschee profanate, il Corano strappato e dato alle fiamme. I coloni commettono le loro violenze quasi sempre protetti dall’esercito, che spesso partecipa attivamente. La settimana scorsa fa nuovamente uso di elicotteri da combattimento e di droni a Jenin. E’ la prima volta, dopo la seconda Intifada. La violenza dell’occupante non è nuova e si ripete sotto tutti i governi sraeliani, non importa di che colore. Dopo la Guerra del giugno 1967, nella Città vecchia di Gerusalemme lo storico quartiere di Maghrebi fu raso al suolo. I suoi abitanti – un migliaio – furono deportati.
Nei campi profughi della Striscia di Gaza Ariel Sharon apri’, nel 1970/71, ampi varchi per manovrarvi con i carri armati. Migliaia di palestinesi, deportati da Israele nel 1948, che vi dovevano sopravvivere, persero i loro tuguri per essere nuovamente deportati nella Penisola del Sinai. I giovani che avevano partecipato alla Resistenza furono rinchiusi in campi di concentramento. Sempre sul Sinai. Nel 1994, nei primi mesi del processo di Oslo iniziato nel settembre 1993, salutato da molti con ottimismo, il colono Baruch Goldstein, un medico immigrato dagli USA, perpetro’ nella moschea di Ibrahim, a Hebron, una strage di palestinesi in preghiera. Ne ammazzo’ 29 e ne feri’ più di 100. L’esercito impose un mese di coprifuoco alle vittime, i palestinesi di Hebron. I coloni, invece, restavano liberi di muoversi. Goldstein era un seguace del rabbino Meir Kahane, proprio come l’attuale ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. Dal 2006/2007 è in corso la “lunga guerra contro Gaza”. In questa guerra contro i gazaoui e la loro comunità l’esercito israeliano distrugge a intervalli regolari, sulla base della cosiddetta Dottrina Dahija, in attacchi che durano giorni o settimane, tutto quello che gli capita a tiro.
Né durante il processo di Oslo, dal settembre 1993, né nell’incontro di “Camp David II” di Yasser Arafat con Ehud Barak nel 2000 e neppure reagendo al Piano di pace arabo del 2002 Israele si è detta disposta a fare la pace con i palestinesi sulla base di un reciproco riconoscimento. Nel 2014 l’allora patriarca cattolico Michel Sabbah esprimeva cosi’ il concetto: “Cio’ che avviene a Gaza non è una guerra, è un massacro. Un massacro privo di senso, perché non fa fare un passo ad Israele verso pace e sicurezza. (…) La sola via per uscirne è il riconoscimento del problema fondamentale, l’occupazione (…) La pace ci sarà solo quando Israele riconoscerà uno Stato palestinese libero e sovrano. I dirigenti attuali credono solo alla forza di armi sofisticate. Per uccidere. Ma non sono disposti a fare la pace. Non ne hanno il coraggio.” Oggi Michel Sabbah potrebbe ragionare come nel 2014. Il primo ministro israeliano ha appena dichiarato che bisogna togliere dalla testa dei palestinesi l’idea di uno Stato ed “eliminare” i loro sforzi per fondarlo.
Già dopo la guerra del 1967 chi aveva occhi poteva vedere dove andava a parare l’occupazione. In Israele, scrive il quotidiano Haaretz, nel settembre 1967 l’organizzazione socialista Matzpen dichiara: “il nostro diritto a proteggerci dall’annientamento non ci dà il diritto di opprimere altri. L’occupazione porta al dominio straniero. Il dominio straniero porta alla Resistenza. La Resistenza porta alla repressione. La repressione porta al terrore e al contro-terrore. Abitualmente le vittime del terrore sono innocenti. Mantenere i territori occupati ci trasformerà in un popolo di assassini e di assassinati. Per un ritiro immediato dai territori occupati.” Oggi l’obiettivo di Netanjahu è l’annessione dei territori occupati nel 1967 con la relativa, progressiva “eliminazione” dei loro abitanti palestinesi mediante la deportazione o l’annientamento. Il suo ministro Ben-Gvir invita a gran voce ad ucciderne decine, centinaia, se necessario migliaia. Dalla cosiddetta comunità internazionale arrivano parole. Fatti, mai. Perfino le parole del rappresentante UE in Israele, che chiama terrorismo gli attacchi dei coloni al villaggio di Turmus Aja e chiede la fine dell’occupazione sono chiare. I palestinesi devono continuare ad affrontare uno Stato coloniale. Uno Stato che pratica l’apartheid.
Se ne vogliono, finalmente, liberare…
Giustiniano
28 giugno 2023