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Paolo Cacciari 01 Agosto 2023
Come si fa a contrastare la forza, reale e simbolica, del denaro? Oggi quella forza onnipotente trova nella tecnoscienza il suo faro, con le élite più avvedute del capitalismo globale che sempre più spesso mostrano di voler affrontare, a modo loro ovviamente, problemi ambientali e sociali. Del resto il fallimento delle strategie delle forze progressiste che facevano affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali è evidente. Secondo Paolo Cacciari potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?». «Agli individui e ai gruppi sociali che sentono il bisogno di “fare società” non rimane che agire nel modo più coraggioso e radicale possibile nelle condizioni date… – scrive Cacciari – Dovremmo cercare di praticare nel nostro piccolo azioni di resistenza e diserzione… Non c’è alternativa all’iniziativa dal basso…». Per dirla con Esteva si tratta di formare «ambiti di comunità autonome», ma per farlo servono prima di tutto nuovi modi di vedere il mondo. In questo saggio Cacciari propone di guardare alcune storie, note ai lettori di Comune ma che messe insieme offrono un punto di vista ricco di speranza, tra la miriade di esperienze di resistenza e ai tentativi di creare comunità locali capaci di sottrarsi al furore distruttivo dell’ipercapitalismo: dal No Dal Molin di Vicenza ai Beni comuni civici di Napoli, da Mondeggi Fattoria senza padroni alla Val Susa, passando per il pane del Friûl di Mieç
Tra le persone più informate e avvedute non c’è chi non si renda conto delle enormi trasformazioni socioeconomiche, politico-istituzionali, culturali, antropologiche che sarebbero necessarie per poter sperare di evitare le catastrofi ecologiche in atto e riuscire ad assicurare un futuro degno a tutti gli esseri viventi, nella loro totalità e interdipendenza. Per uscire dalla spirale autodistruttiva dell’Antropocene (o Homogenocene, o Eurocene, o Econocene, o Capitalocene, o Palantationocene, o Tecnocene, o Pandemiocene, o Plasticocene, o Wastecene… a seconda del “ceneismo” preferito, il mio è Tanatocene), per salvare le basi biologiche della vita sul pianeta Terra ed entrare in un nuova epoca geologica (Ecocene, Biocene, Chthulucene, Koinocene da me preferita: l’epoca delle relazioni di comunanza) sarebbe necessario un cambio di paradigma, un salto di civiltà, una rivoluzione antropologica. Però, allo stato attuale del “comune sentire” e del discorso pubblico, un cambiamento così radicale appare davvero improbo. La sproporzione tra le forze in campo è tale da scoraggiare anche solo il pensare a delle alternative. Infatti, chi ci prova viene immediatamente bollato dagli opinion markers più influenti (commentatori, accademici, leader politici) come persona velleitaria e irriconoscente, perché incapace di godere del privilegio che ha nel trovarsi a vivere in questa parte del mondo (il nord globale) e viene così trattato come un soggetto ossessionato che soffre di patologie querulomaniacali o, peggio, che trova piacere nel prospettare scenari di disperazione.
1. Teste nel pallone
L’immagine plastica, forse la più significativa, dell’immane forza egemonica, ordinatoria e disciplinante, che domina il mondo attuale ci è stata fornita recentemente dai campionati di calcio a Doha. Una città artificiale gigante, sorta dal nulla su un deserto, costruita da schiavi, con i grattacieli più alti del mondo, stadi con l’aria condizionata all’aperto e prati irrigati con acqua desalinizzata. Il tutto costruito e arredato da imprese occidentali, of course. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, la ricchezza dell’emirato del Qatar (primo al mondo per Pil pro capite percepito dalle poche centinaia di migliaia di persone, 278 mila, che hanno la nazionalità quatariota, mentre la stragrande maggioranza della popolazione, due milioni e mezzo almeno, sono stranieri immigrati che non godono di alcun diritto) non viene dai ricavi del petrolio, che rappresentano oggi meno dell’1 per cento della sua economia (Immerwahr, 2022). Il Qatar è diventato un enorme polo direzionale transnazionale che funziona da volano acceleratore per circuitare il capitale globale. Il Qatargate esploso a Bruxelles non è (solo) l’ennesima conferma delle malversazioni dei professionisti della politica, ma l’indice delle nuove gerarchie ai vertici della mega-macchina finanzcapitalista nel XXI secolo. I campionati di calcio in Qatar non sono stati solamente l’arrogante ostentazione del potere del denaro, ma la simbolica dimostrazione del suo dominio sui vinti. Gli sceicchi hanno concesso ai poveri e ai derelitti della Terra di divertirsi per qualche giorno e, persino, hanno offerto un palcoscenico ai loro sogni di riscatto. Gli argentini, i marocchini, gli ultimi e i penultimi nel mondo reale hanno potuto compensare miseria e sfruttamento potendo onorare i loro idoli dai piedi d’oro. Effetto ipnotico, narcotizzante e istupidente. Nulla è cambiato nei meccanismi simbolici di dominazione del mondo dal tempo dei grandi imperi. Peggio, nessuno Spartaco ha rotto le catene, nessun “pugno nero” (come alle Olimpiadi di Città del Messico 1968) si è alzato nel cielo del Qatar, nessuna contestazione degna di nota. Anzi, massima copertura e audience televisiva alle stelle, applausi e mantello nero di tessuto pregiato (bisht) appoggiato sulle spalle del giocatore più bravo direttamente dalle mani dello sceicco monarca assoluto della dinastia al Thani. Coincidenza vuole che il giocatore argentino premiato, Lionel Messi, giocasse nel Paris Sant Germain di proprietà dello stesso emiro. Il cerchio si chiude.
Una vicenda che ci deve far riflettere su quanto alti siano gli ostacoli che deve superare chi sente ancora vivo dentro di sé l’imperativo etico di cambiare in profondità le relazioni sociali oggi dominanti. Come si fa a contrastare la forza onnipotente, reale e simbolica, del denaro? Intuiva già Marx:
«Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, così esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato» (Marx, 1844).
2. Il denaro e le imprese possono tutto
Come sarebbe possibile liberare l’umanità dalla crescente dipendenza, reale e immaginaria, dal denaro?
Fino ad ora le strategie pensate dalle forze politiche progressiste ed emancipatrici, ancorate ai valori di eguaglianza, fraternità e libertà, hanno fatto affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali aprendo così la “lunga marcia” delle classi subalterne, dei neri, delle donne, delle popolazioni emarginate e colonizzate per il riconoscimento dei diritti a partire da quello alla sicurezza economica. Sotto queste spinte, il sistema capitalista (cioè il modo di produzione e riproduzione sociale basato sull’economia di mercato, la proprietà privata, il profitto e l’accumulazione) ha dato una eccellente prova di sé. La crescita esponenziale della ricchezza monetaria e della produttività del lavoro, la redistribuzione dei redditi (trickle-down effect, “sgocciolamento” dai redditi dei più ricchi verso i poveri), l’allargamento dei consumi, l’allungamento delle aspettative di vita e quant’altro stanno a dimostrare che il capitalismo vince cavalcando sul dorso del destriero dell’economia di mercato, si espande in ogni latitudine, dà risposte ad ogni bisogno/desiderio e – cosa che più conta – convince gli umani di qualsiasi ceto, credo religioso, etnia. Il consenso al sistema capitalista è giunto a tal punto che lo strumento (la crescita economica) e lo scopo dell’agire umano (cooperazione sociale, convivenza pacifica, diritti, democrazia, armonia con il creato…) si sono invertiti. La crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) è diventato il bene assoluto, il valore totalizzante a cui ogni altro “fattore” del processo di produzione (beni naturali, lavoro umano, conoscenza, relazioni, salute…) deve essere funzionalizzato e può essere sacrificato. I sistemi politici post-democratici, a-democratici, demagogici e autoritari, forti della loro maggiore efficienza (vedi Cina, autocrazie arabe, populismi neonazionalisti) sono diventati modelli invidiati anche ad Occidente.
Ma, forse, la direzione più probabile che potranno prendere i sistemi politici nei paesi “più sviluppati” sarà quella della presa diretta del potere delle grandi conglomerazioni produttive-finanziarie sulla società. Già ora è evidente che sono i finanziamenti delle imprese a fare la differenza nella selezione dei rappresentanti eletti nei parlamenti; che sono le lobby a scrivere le leggi (non solo quelle fiscali, ma quelle che regolano ogni tipo di transazione); che sono le generose donazioni delle fondazioni bancarie e dei filantropi super ricchi a determinare le politiche della ricerca scientifica, degli aiuti alla cooperazione internazionale, del welfare, della sanità. Sulla scorta delle teorie pratico-morali del filosofo australiano Peter Singer (che afferma – più o meno – che “il bene si identifica con l’utile”), i ricchi possono mettere a posto coscienza e business donando una “quota etica minima” dei profitti ad associazioni di beneficenza purché abbiano certificate i benefici effettivi riscontrabili a lungo termine (longterminism); “altruiso efficace”, lo chiamano. (Dentico, 2020; Madaro, 2021; Kinstler, 2022). Il salto di qualità non sta nella discesa nel campo della politica di qualche miliardario, ma nella pretesa del sistema delle grandi imprese transnazionali di sussumere in sé – facendo a meno di ogni mediazione politica, e dal relativo obbligo fiscale – ogni sorta di obiettivo sociale; dalla sostenibilità ambientale alla fame nel mondo, dall’innovazione scientifica e culturale alla lotta alle malattie, dall’istruzione alla regolazione dei diritti di proprietà della stratosfera… Le élite più avvedute del capitalismo globale nei loro think tank (come il Forum economico mondiale di Davos, orchestrato da Klaus Schwab) hanno capito da tempo che per aumentare la loro presa sul mondo non basta dare una “mano di verde” alle ciminiere tossiche ed attuare un corrispondente social washing delle politiche di coesione sociale, per “non lasciare indietro nessuno”. Serve qualcosa di meno superficiale e di più strutturale che chiamano “reset capitalism”, anzi un “great reset capitalism”. Un azzeramento per poter rilanciare su grande scala un ciclo di accumulazione, investimenti, profitti (la 4 a rivoluzione industriale che combina ingegneria biomolecolare e robotica, visori di Metaverso ed editing genetico, space economy e coltivazione di miniere nei fondali profondi degli oceani…).
Per riuscirci il sistema delle imprese deve assumersi e risolvere in prima persona il problema della sostenibilità ambientale e sociale (attraverso l’adozione di parametri di investimenti Esg, Evironment Social Governance, o altre simili “tassonomie” capaci di misurare gli impatti positivi degli investimenti sull’ambiente naturale e sulla società). Secondo costoro, seguendo queste indicazioni, la reputazione del capitalismo tornerà a crescere e, per giunta, si taglieranno le costose e inefficienti messinscene allestite nel teatrino della politica politicante. Il capitalismo si fa forza totale e integrale, ecosistemica e biologica; sussume nei meccanismi di valorizzazione delle merci i processi vitali (attraverso la manipolazione dei genomi fino alla geoingegnerizzazione del clima) e, nello stesso tempo, aziendalizza all’interno del gioco del mercato i bisogni delle persone. Lo strumento è la tecnoscienza. Il filosofo Christopher Preston ci ricorda che: «Oramai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendo la capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali. Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire assieme nuove disposizioni di Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi» (Preston, 2020). Ma si può andare oltre. Attraverso la differenziazione e la riprogrammazione dei geni delle cellule staminali si possono produrre “organoidi” ed “embroidi”, cioè, organi sintetici senza l’impiego di oociti e spermatozoi. E, ancora, veniamo a sapere che i ricercatori dell’università di Stanford hanno trapiantato neuroni umani nei ratti e stanno funzionando, nel senso che stanno contribuendo a determinare il comportamento degli animali, almeno potenzialmente (Micu, 2022).
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L’unica misura della mediazione tra gli interessi in gioco è il denaro. Nell’economia di mercato ogni altro “valore” non computabile in moneta non può essere preso in considerazione. I diritti hanno un loro mercato, così come gli stock di natura (capitale naturale) e i servizi ecosistemici. Le migrazioni sono consentite solo in presenza di un contratto di lavoro; l’emissione di sostanze inquinanti nei meccanismi di scambio delle autorizzazioni genera crediti fruttiferi; pensioni, sanità, istruzione sono accessibili solo a chi è dotato di polizza assicurativa. La via del Mercato al benessere e alla sostenibilità è virale. I Ceo, gli amministratori delegati, i gestori dei fondi finanziari e del risparmio delle famiglie, ogni altro stake-holder dovrà far propria la nuova filosofia della crescita green e social. Potranno farsi aiutare da “comitati etici” da affiancare ai consigli di amministrazione (come suggerisce l’Economia civile e la Economy of Francesco) o da consulenti reclutati attraverso le “porte girevoli” tra i professionisti della politica, delle banche, delle università, ma le imprese non potranno più delegare le decisioni ed “esternalizzare” le responsabilità a carico di istituzioni politiche diverse da quelle create dalle imprese stesse. Una rivoluzione anche giuridica che è già in essere con la creazione dei tribunali extragiudiziali previsti dai vari accordi internazionali di libero scambio.
Nell’ottica del sistema capitalista non ha molta importanza quanta umanità potrà essere inglobata nei meccanismi di mercato. Non è indispensabile “dare da lavorare” a tutti gli 8 miliardi di persone che abitano il pianeta. Anzi, un largo “esercito di riserva”, imprigionato nella miseria e ammassato nelle megalopoli del sud globale è del tutto funzionale al buon funzionamento dell’economia che produce profitti. Gli esclusi, le eccedenze, gli scartati, i «carichi residuali» (per usare l’espressione del ministro Piantedosi a proposito dei migranti sulle navi dello Ong) sono del tutto ininfluenti nel processo di valorizzazione dei capitali. Questa è la ragione per cui vengono anche disprezzati. Le rivolte metropolitane (Harvey, 2012) e le insurrezioni urbane non si sono trasformate – almeno fin’ora – in rivoluzioni (Davis, 2006).
3. Strategie di salvezza
Certo, non mancano le crepe e numerosi sono i segni di cedimento in vari snodi dell’impalcato costruito per reggere la globalizzazione dei mercati. La competizione sfrenata tra le diverse aree geopolitiche, le spese crescenti necessarie per militarizzare i confini delle rispettive aree di influenza e soprattutto le imprevedibili conseguenze dei dissesti ambientali sono alcune delle «diciassette contraddizioni» (enumerate sempre da Harvey) che tormentano il capitalismo. Ma non è scritto da nessuna parte che portino alla sua (rapida) fine. La collassologia è diventata una scienza che però non ci dice niente né sul quando, né su cosa succederà dopo. I “crollisti” rischiano di invecchiare seduti sulla riva del grande fiume aspettando invano che la corrente trasporti il cadavere del capitalismo. Scriveva Louis Dumont, nel lontano 1977: “vero che la tendenza a vedere crisi dappertutto è forte nell’ideologia moderna, e che se una crisi esiste non data certo da ieri; in un senso più ampio, questa crisi (una crisi del paradigma ideologico moderno) è anzi più o meno consustanziale al sistema, tanto che alcuni di noi potrebbero trovarvi un motivo di orgoglio» (Dumont, 1984). Temo anch’io che nemmeno questa volta il capitalismo ci farà il piacere di andarsene da solo. E poi, chi ci può dire cosa succederebbe dopo? Potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» (M. Kenzie, 2021), o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?» (Franco Berardi, http://www.comune-info.net febbraio 2021).