Dalla pg FB di Pierluigi Fagan
La domanda stessa mostra un disperato bisogno implicito di filosofia, stante che tra le varie definizioni del campo c’è chi l’ha posta come “l’arte di fare/si domande” e quella sopra di arte ne ha davvero poca. Ma tutto sommato almeno è una domanda, ingenua, ma interrogativa anche se con un bagaglio di probabile sfiducia preventiva. Molto peggio sono quelli che sentenziano che non serve a niente. Affermazione filosofica e quindi auto-contradditoria, come Aristotele già notò. Ma chi dice certe cose non è in grado di capire quanto grave sia l’autocontraddizione; quindi, perseverano ignari ed orgogliosi di esserlo.
Quanto alle definizioni di “filosofia” ne sono state date qualche migliaio e noi siamo per l’autocontrollo del contributo entropico, quindi ci asteniamo. Sempre Aristotele, arrivato alla riflessione tra i primi e quindi con molto orizzonte sgombro davanti, parlò di “pensiero che pensa se stesso”. In realtà si riferiva alla sua personale idea di dio filosofico, ma giustamente Hegel, con quel passo, ci termina proprio la sua Enciclopedia sul pensiero filosofico. Direi che -in pratica- è così, la filosofia è una forma di pensiero dei pensieri anche se non solo. In filosofia il pensiero è sempre doppio, c’è un pensare e un come pensiamo mentre pensiamo e diciamo. Il che quantomeno diminuisce la quantità di stronzate che si possono pur dire nella combinatoria degli enunciati.
Trovo utile anche la definizione di Deleuze sulla “fabbrica dei concetti”. I concetti sono i mattoni della nostra immagine di mondo, ne siamo consapevoli o meno. Non solo i filosofi fabbricano la maggioranza dei concetti, ma ne danno ognuno una diversa interpretazione, il che ne aumenta la varietà. Altri produttori di concetti spesso rinominano vecchi concetti filosofici pensando di esser “nuovi”. Diverso poi è il piano architettonico del pensiero che usa quei concetti. Ne siamo coscienti o meno abbiamo tutti una precisa architettonica del pensiero ed usiamo tutti concetti.
Il libro in immagine è un manuale di filosofia teoretica. Non semplice definire la disciplina, pare. A me pare abbastanza intuitivo il ricorsivo “filosofia della filosofia”, il cerchio come geometria dell’autocoscienza ci sta sempre bene. Di facile lettura quanto a sforzo di comunicazione, abbastanza completo quanto può esserlo un manuale, include da Talete agli analitici e fino a Zizek. La disciplina si sovrappone assai spesso alla metafisica (che prima di incasinarsi era detta filosofia prima) ma quando ti infili nelle definizioni interne la filosofia è come passeggiare su un campo minato, lo segnaliamo ma non entriamo. Ha in particolare a che fare con l’ontologia e la gnoseologia, come la cultura della complessità. Ma osserva anche la fenomenologia, l’ermeneutica e qualche concetto del Novecento.
Debbo dire che la produzione concettuale del Novecento non mi pare un granché, soprattutto quella della seconda metà. Il giudizio è riferito alla sua utilità rispetto a ciò che succede tra noi ed il mondo. Ho un pregiudizio (o forse un post-giudizio) ovvero che mi sembra una di quelle fasi storiche in cui il pensiero si rifugia in se stesso e qualche altra formalità per non avere a che fare con i suoi oggetti e fenomeni circostanti, è capitato altre volte. Questo implicito imbarazzo tra pensiero e mondo si verifica quando le forme del primo hanno difficoltà con quelle del secondo ovvero quando questo è cambiato molto ed in poco tempo.
Sono venti le coppie concettuali che usano gli autori per fare un saggio verticale dei flussi di pensiero orizzontali, dal fatidico Essere/Ente a Abiti di risposta/Abduzione, qui spesso citata. Una utile geografia concettuale, almeno a grana grossa.
Certo la pietanza è indigesta soprattutto se si è digiuni di filosofia. Altrimenti è una piacevole camminata nelle idee, loro architettoniche e logiche. È sorprendente quanti pensino e dicano sulla qualsivoglia e così pochi si facciano domande su come pensano prima di dire. Il pensiero è una facoltà emergente evolutiva, ci ha portato qua senza zanne, placche, denti a sciabola, occhi di falco e dentature tritatutto come quelle degli squali. Tutto grazie alla cognizione di un certo tipo. Oggi si danno molteplici oggetti e fenomeni complessi, incastonati in contesti ancora più complessi. Ogni periodo sensibilmente nuovo richiederebbe sforzi di mentalità nuova basata sull’eredità ma a cui si deve aggiungere qualcosa per adattare le forme di pensiero alla fase storica, per “apprendere il proprio tempo col pensiero”. Purtroppo, non basta aggiungere concetti, andrebbero anche riformulate le architettoniche, cosa molto difficile anche per molti “filosofi”. C’è quindi molto da fare sebbene paia che neanche i filosofi ne sentano l’urgenza. Per altro, come direbbe sempre il greco, parafrasando: “filosofi si dice in molti modi”.
Perdonatemi una divagazione personale. Chi scrive ha per più di venti anni frequentato direttamente ed attivamente le forme del mondo agendovi -pare- con discreto profitto, non mi sfugge quindi affatto il concreto del mondo. Solo nei secondi venti sono diventato uno studioso. Posso dire quindi di essere uomo dei due mondi. Rimango attonito, a volte, dal vedere quante stupidaggini vengono dette ed anche con una certa protervia, contro il pensiero filosofico. Per altro, anche da dentro il pensiero filosofico ne vengono dette sull’uomo e sul mondo, ma sono pur sempre solo pensieri, in fondo innocui anche se non del tutto visto l’influenza che il pensiero che pensa se stesso ha sul pensiero tout court.
L’astio contro la filosofia o la sua cieca non considerazione è diversa, ha effetti molto negativi sotto tanti punti di vista, personali, sociali, politici e soprattutto adattivi. Essendo il pensiero tra le più importanti funzioni dell’essere umani, la più importante dopo quelle animali bio-materialmente necessarie, è davvero primitivo l’atteggiamento di chi pensa non necessario (non “utile”, “necessario”) applicare il pensiero a se stesso. Del resto spesso sfugge che siamo in “civiltà” da soli cinquemila su tre milioni di anni, siamo a gli inizi anche se molti pensano si sia alla fine.
Psicologicamente significativo in particolare, l’astio che taluni provano. Questo atteggiamento sembrerebbe rivelare una paura, la paura di verificare che il proprio pensare che è poi una buona parte della nostra identità, è fallace, da cui l’atteggiamento del “non aprite quella porta”. Una sintomatica “terrorizzata alzata delle difese” direbbe uno psicoanalista. In più, c’è il rischio di verificarsi non davvero convinti del pensiero comune e condiviso, c’è il rischio della consapevolezza, del dubbio e dell’incertezza ed altri portati problematici, stante che di problemi ne abbiamo tutti a bizzeffe. Quindi, benevolmente, un po’ si comprende perché tanti si espongano a rivendicare la propria sferica ignoranza (“sferica” perché tale si rivela da ogni lato la si guardi come diceva Zwicky, che per altro era un fisico) senza provarne vergogna.
Facendo una analogia ammessa (non tutte le analogie dovrebbero esser ammesse se si controllasse meglio il conato pensante), mi viene in mente Keynes, l’economista. Diceva che gli veniva assai spesso da sorridere sotto i baffetti quando, ai party della gente che conta cui era invitato, ascoltava compunti personaggi di rilievo proferir verbo su questo e su quello dei fatti economici convinti di esserne il pensatore, ignari del tutto del loro ripetere concetti e teorie forgiate da qualche economista. Non tanto per rivendicare una primizia del pensiero degli economisti (che anzi, secondo l’inglese, andavano retrocessi alla funzione che hanno i dentisti) quanto per sottolineare l’incuranza ad usare e ripetere forme mentali acquisite senza consapevolezza, coscienza, intenzione e giudizio meditato. Ecco, con la filosofia è lo stesso, ma al cubo.
Termino con una citazione: “[…] quanti più occhi, differenti occhi sappiamo impegnare in noi per questa stessa cosa, tanto più completo sarà il nostro concetto di essa, la nostra “oggettività””. La citazione è da Nietzsche. Gli “occhi” del vedere, che è il presupposto del conoscere, sono le teorie e le discipline che usiamo per approcciare cose ed eventi, secondo il tedesco in vena di prospettivismo (il “da quale lato si guarda la cosa?”), più sono meglio è. Le verifiche e le riflessioni su come funzionano questi nostri occhi, è in fondo l’oggetto di questa teoresi, da “theoria” ovvero guardare, contemplare, darsi una visione, una immagine.
Fondamentale per l’auto-manutenzione delle nostre immagini di mondo senza l’aiuto delle quali, falliremo l’adattamento ai tempi che ci son toccati in sorte di vivere. In compagnia di quei portatori di sorrisetto di chi sa di sapere (e quindi non sa) che annuncia il fatidico: “la filosofia? Non serve!”. Lì dove si rimane incerti se usare verso loro la paterna benevolenza o la spranga che è pur sempre una filosofia della prassi.