I nomadi del mare

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

Il cielo è azzurro. Ci sono 18°. A Ushuaia, nell’estremo sud dell’Argentina, la natura sembra sorridere. Eppure nella “Terra del Fuoco” – due terzi argentina e un terzo cilena – vento, tempeste di ghiaccio, grandine, sole, pioggia si alternano in un solo giorno. Per millenni, sulle coste dell’arcipêlago fra lo Stretto di Magellano e il Capo Horn, è vissuta una popolazione indigena. Sono nomadi del mare, maestri nell’arte di sopravvivere in un ambiente gelato, costituito da ghiacciai e foreste pluviali. Nel 1519 il portoghese Ferñao de Magalhāes, capitano generale al servizio della corona spagnola, intraprende una circumnavigazione del mondo a vela. Nel 1520 naviga con la sua flotta lungo la costa atlantica del Sudamerica. Il 1° novembre una tempesta spinge due delle sue navi in una baia, lo Stretto di Magellano, da dove un passaggio porta all’Oceano Pacifico. Non si scorge nessuno, ma sulla riva sud dello Stretto i marinai vedono di notte molti fuochi. Per questo chiamano quel territorio la Terra del Fuoco.

In questo labirinto di isole vivono cinque etnie indigene: i Kawéskar, i Selk’nam, gli Aonikenk, gli Haush e gli Yagan, arrivati in Patagonia e nella Terra del Fuoco circa 10.000 anni prima. Sono tutti, salvo gli Aonikenk, nomadi del mare. Sono massacrati tutti da conquistatori e colonizzatori bianchi. Fino all’ultima discendente diretta degli Yagàn, Cristina Calderon, morta quest’anno a 93 anni. Per il governo cileno attuale “un tesoro umano vivente”. L’insediamento più grande di Yagàn è sull’isola di Navarino. Vivono di frutti di mare, cacciano leoni marini e si proteggono dal freddo con il loro grasso. Non costruiscono città, monumenti, non lasciano vasellame né una lingua scritta. Non conoscono una religione come noi la concepiamo, ma un credo animista. La natura, per loro, è piena di essere spirituali che ne fanno parte e si mostrano nelle stelle e nei fenomeni climatici. Si tratta di piccole comunità, organizzate secondo appartenenze familiari, che si spostano come nomadi secondo la necessità di cibo.

Tutte le etnie conoscono un ente supremo, una specie di creatore che chiamano Watauinewa (in lingua yagàn “il signore di lassù”). Non gli è votato nessun culto. Il mondo e il cielo sono abitati da spiriti che possono essere buoni o cattivi. La loro è una religione della preghiera, della richiesta e della protesta. Soffrono molto per la morte dei loro parenti e credono all’esistenza di un’altra vita di un’anima dopo la morte. Per i Selk’nam le stelle sono le anime dei loro antenati e si sentono vicini all’universo. Credono che tutto sia vivente: le pietre come l’acqua. Si adattano perfettamente alle condizioni ambientali. Malgrado la temperatura polare sono quasi nudi. Probabilmente la loro temperatura corporea è più alta della nostra oppure hanno una pelle più spessa e la parte di grasso del loro peso corporeo è maggiore. Questo adattamento richiede migliaia di anni in un ambiente ostile alla vita umana. Oggi sarebbe impossibile per noi sopravvivere quasi nudi in posti simili.

Sanno disegnare e dipingono sui loro corpi, come i Selk’nam, strisce, cerchi, punti il cui esatto significato non è ancora chiaro. Le pitture sono una specie di vestito, una forma di igiene del corpo, parte dell’identità sociale e dell’appartenenza a un determinato gruppo. Evitano relazioni di parentela troppo strette nella scelta del partner. Probabilmente gli Yagàn sono spinti fino all’estremo sud della Terra del Fuoco da tribù concorrenti come gli Aonikenk o i patagoni, i “grandi piedi” come sono chiamati da, Magalhāes e dal suo cronista vicentino Antonio Pigafetta. Gli Yagàn vivono isolati e riescono a mantenere il loro modo di vivere come nomadi del mare fino all’arrivo degli europei. Nel XIX secolo si valuta che siano 8.000 a navigare su 300 canoe nel gigantesco arcipelago della Terra del Fuoco. Fra il 1918 e il 1924 il prete, antropologo, etnologo, esploratore e fotografo prussiano Martin Gusinde lo esplora, vive fra le diverse etnie, ne impara le lingue, ne documenta la vita, le fotografa, registra i loro canti, lasciandoci un’opera in quattro volumi, la migliore mai scritta su di loro.

Le foto di Gusinde mostrano membri terrorizzati del popolo yagàn, perseguitati ed assassinati dai bianchi. Prima del loro arrivo gli Yagàn sono circa 2.500. Dopo, solo 50 sopravvivono. Numeri simili per i Selk’nam sulla Isla Grande, dove intorno al 1900 vivono circa 1.000 indigeni. All’arrivo di Gusinde sono ridotti a 279. All’inizio del 19° secolo approda nella Terra del Fuoco il capitano inglese Robert FitzRoy, con l’incarico di disegnare per la corona britannica la costa della fine del mondo. Redige nuove carte, usate nei 100 anni successivi. Ha l’idea di portare in Inghilterra 5 uomini yagàn per farne “uomini civili”. Uno di loro, “O-run-del-lico” si imbarca in cambio di un bottone. Per questo gli inglesi lo chiamano sprezzantemente Jimmy Button. Vive un anno in Inghilterra, passato dall’età della pietra al cuore della rivoluzione industriale. Dopo averne fatto un “gentleman”, FitzRoy riporta Jimmy Button nella Terra del Fuoco. Nella sua seconda spedizione, a bordo dell’HMS Beagle, c’è anche Charles Darwin. Il fondatore della teoria dell’evoluzione definisce gli Yagàn come “le creature più spregevoli e miserabili mai incontrate. Quando li si vedono si stenta a credere che siano persone anche loro ed abitanti della stessa terra”. Tornato in patria, Jimmy Button lascia gli abiti inglesi. Parla per metà inglese e per metà la sua lingua. Si fa ricrescere i capelli ma resta uno straniero nel proprio paese. Per la mentalità coloniale europea i popoli indigeni rappresentano una specie di passaggio dall’animale all’uomo e sono trattati come animali esotici.

La responsabilità non è solo dei missionari cattolici. Prima di loro ci sono gli anglicani. Il problema è la pretesa di rieducare dei cosiddetti selvaggi. Una rieducazione che implica il tentativo di cancellare la loro idea del mondo e la loro cultura per imporre quella cristiana. Nel 1883 arrivano coloni, cercatori d’oro, militari, poliziotti e allevatori. Per i popoli della Patagonia e della Terra del Fuoco è l’inizio della fine. Il loro mondo crolla. Il governo cileno protegge gli interessi degli allevatori, accusa gli aborigeni di furti di bestiame, li definisce barbari e li consegna ai cacciatori di taglie. I proprietari pagano una sterlina per un testicolo e un seno femminile, dieci scellini per l’orecchio di un bimbo. Molti indigeni si rifugiano nell’isola di Dawson, dove si trova la missione più grande. Sono privati della loro fede, della loro lingua e delle canoe. Ricevono in cambio vestiti infetti. La maggior parte si ammala e muore. 150 anni dopo tutto è scomparso. La calma della Terra del Fuoco, la bellezza della natura con i suoi monti innevati, le foreste pluviali subantartiche che resistono alle tempeste e, soprattutto, l’orribile abisso della storia coloniale lasciano senza parole…

Giustiniano

29 agosto 2022

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