Da National Geographic
| Sabato 30 settembre 2023 |
Annalisa Palumbo |
Era il 1954. L’Italia intera gridò allo scandalo quando emerse che Giulia Occhini e Fausto Coppi erano andati a vivere insieme. Lei, madre di due bimbi e moglie del medico Enrico Locatelli, e lui, ciclista famosissimo, padre di Marina e marito di Bruna Ciampolini, avevano iniziato a frequentarsi l’anno prima, ma la scelta di andare controcorrente e di abbandonare le rispettive dimore coniugali per iniziare una nuova vita insieme fece scoppiare una tempesta che divise l’opinione pubblica.
I due si erano trasferiti a Novi Ligure. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio i carabinieri, insieme a Enrico Locatelli, fecero irruzione nella villa per cogliere Giulia Occhini in flagranza di adulterio. Non ci riuscirono, ma tornarono il 9 settembre dello stesso anno. In quell’occasione Occhini fu arrestata e Coppi venne privato del passaporto. I due furono sottoposti a processo e condannati rispettivamente a tre e due mesi di reclusione per abbandono del tetto coniugale. Si sarebbero sposati in Messico il 13 maggio 1955; l’unione non sarebbe mai stata riconosciuta in Italia. Angelo Fausto Coppi Junior nacque in Argentina e poté così acquisire il cognome del padre.
Il fatto è che le Occhini e i Coppi, e gli uomini e le donne dell’Italia del dopoguerra, non avevano alternative. Nell’ordinamento italiano il divorzio è regolato dalla legge numero 898, entrata in vigore l’1 dicembre 1970: Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, la cosiddetta legge Fortuna-Baslini. Sottoposta a referendum abrogativo quattro anni dopo dietro iniziativa popolare (vinse il NO, e la legge restò in vigore), è stata modificata diverse volte fino a giungere alla legislazione attuale.
Ma come ci si separava prima che il nostro ordinamento giuridico formalizzasse l’istituzione del divorzio?La questione non era affatto semplice. Nella storia moderna europea il divorzio fu istituito per la prima volta nel 1857, quando in Inghilterra venne istituita la Corte per il Divorzio e le Cause Matrimoniali. Il 20 settembre 1792 l’Assemblea legislativa, che aveva il compito di trasformare la Francia in una repubblica all’indomani della Rivoluzione francese, regolamentò il divorzio nel Paese transalpino. Era l’era del liberalismo senza precedenti, in cui ci si poteva separare anche per una semplice incompatibilità di carattere, per assenza di notizie da parte di uno dei due coniugi per cinque anni, o per «crimini, crudeltà o gravi affronti verso l’altro». Con il Codice napoleonico (1804) arrivò la stretta ai provvedimenti dell’Assemblea legislativa. Il documento, al Titolo VI del Libro Primo – Delle Persone, regolamenta tra le altre cose che «Potrà il marito domandare il divorzio per causa d’adulterio della moglie. Potrà la moglie domandare il divorzio per causa d’adulterio del marito, allorchè egli avrà tenuta la sua concubina nella casa comune».
Questa legislazione fu adottata anche dal regno di Napoli di Gioacchino Murat, ma smise di essere vigente con l’Unità d’Italia. A partire dal 1878 furono fatti diversi tentativi di portare in Parlamento una legge che regolasse l’istituzione del divorzio, ma invano. Le coppie che desideravano separarsi e ne avevano i mezzi, potevano ricorrere al tribunale ecclesiastico della Sacra Rota per chiedere l’annullamento del matrimonio. Ma era una procedura dispendiosa e non alla portata di tutti.
Intanto i movimenti a favore del divorzio si scontravano con la potenza del clero e dei partiti conservatori, e nonostante l’Europa stesse avanzando nella direzione opposta, legiferando sulla possibilità di divorziare, in Italia le numerose proposte di legge in alcuni casi non arrivarono nemmeno a essere discusse. Nel Belpaese, insomma, l’unico modo per mettere fine a un matrimonio era il decesso di uno dei due coniugi. Era prevista l’istituzione della separazione legale, ma in questo caso i coniugi, benché non più obbligati a vivere sotto lo stesso tetto, dovevano ancora prestarsi l’un l’altro fedeltà e assistenza.
E così, quelle coppie che volessero mettere fine alla propria vita in comune, dovevano farlo al di fuori della legge, vivendo in case separate ma non potendo regolamentare le nuove relazioni sentimentali né i figli avuti da queste ultime, con le problematiche legali che ne conseguivano. La realtà è che una minima percentuale di matrimoni finiva per richiedere la separazione, ma all’atto pratico aumentavano invece le coppie che si dividevano in altro modo. È il caso delle cosiddette vedove bianche, mogli di quei mariti che emigravano per cercare fortuna e che non facevano più ritorno, pur continuando spesso a inviare denaro per il sostentamento della famiglia.
Secondo quanto scriveva Giuseppe Manfredini nel 1895 nella voce nel Digesto Italiano, la più importante enciclopedia giuridica del tempo, «quelli dell’Italia, della Spagna e del Portogallo, ove non é ammesso [il divorzio], dimostra che qui l’adulterio e il concubinato sono protetti e favoriti più che altrove; qui sono più numerosi i coniugicidi; maggiore il numero delle unioni libere, dei figli naturali, dei figli adulterini; insomma maggiore la privata e la pubblica corruzione. L’Italia non può tollerarlo più a lungo. Essa si è emancipata dal giogo straniero, deve emanciparsi e presto anche dalla falsa morale cattolica, che, sotto la forma dell’indissolubilità costrittiva del matrimonio e, benedette dal sacramento, nasconde l’iniquità e l’immoralità le più nefande. […]».
Annalisa Palumbo