La civiltà nuragica, insulare ma non isolata

Sabato 7 ottobre 2023

Pia Brugnatelli
Collaboratrice Storica National Geographic

Uno degli aspetti più affascinanti dei nuraghi, le imponenti costruzioni risalenti al III-I millennio a.C. e fittamente diffuse per tutta la Sardegna, è la possibilità che ci offrono d’intravedere e immaginare lo stile di vita della società che seppe costruirli: la cosiddetta civiltà nuragica. Si tratta di una civiltà che si sviluppò in Sardegna tra il 1700 e il 700 a.C. circa, caratterizzata proprio dalla capacità di erigere questi immensi edifici: un’abilità che presuppone una società stabile, saldamente e gerarchicamente organizzata e tecnologicamente avanzata. I reperti dell’Età nuragica giunti fino ai nostri giorni raccontano la storia di un popolo ben organizzato, che viaggiava per mare, commerciava e combatteva per la difesa delle sue genti e del suo territorio.

Tra le caratteristiche di questo popolo c’era infatti la sua propensione alla navigazione e agli scambi – economici e culturali – con altre civiltà del Mediterraneo: una mobilità e un dinamismo a dir poco sorprendenti. Lo dimostrano i numerosi manufatti sardi ritrovati ai quattro angoli dei Mediterraneo, sull’isola di Cipro così come nelle necropoli villanoviane ed etrusche, sulle coste iberiche e delle Baleari e su quelle cretesi, siciliane e cartaginesi, e le influenze reciproche che questi contatti sembrano aver stimolato. Così, oltre alla costruzione di edifici a tholos, dotati cioè di una falsa volta, rinvenuti tanto tra i nuraghi sardi quanto nella Grecia micenea, seppure ciascuno con le sue caratteristiche e funzioni, i contatti con la Grecia si rivelano anche nella comune adorazione di un dio toro, che a Creta veniva venerato attraverso prove ginniche e acrobatiche, e che in Sardegna è attestata dalla presenza di bronzetti con corpo di toro e testa umana. Ad avvicinare le due culture interviene anche il mito, il quale narra che Dedalo, il costruttore del labirinto cretese, avrebbe poi deciso di stabilirsi in Sardegna insieme a Iolao, il nipote dell’eroe civilizzatore Eracle, dove avrebbe costruito «numerose e grandi opere», chiamate daidaleia, secondo il nome del costruttore: forse un tentativo greco di rivendicare la paternità delle straordinarie opere architettoniche nuragiche.

Sembra che anche la civiltà egizia, una delle più fiorenti dell’epoca, abbia avuto frequenti contatti con la Sardegna nuragica. Fonti risalenti all’epoca del faraone Ramses II si riferiscono alle invasioni dei cosiddetti popoli del mare parlando tra l’altro di una popolazione, gli shardana, «dal cuore ribelle, senza padroni, che nessuno aveva potuto contrastare», molti dei quali furono arruolati nell’esercito del faraone e combatterono per lui nella celebre battaglia di Qadesh contro gli ittiti. Diversi storici sostengono che questa popolazione potrebbe essere identificabile appunto con le genti nuragiche.

Se tanto rimane ancora da scoprire sui nuraghi e sulla civiltà che li costruì, appare chiaro che si trattò di una cultura straordinariamente avanzata, con una ricca tradizione artigianale e architettonica, protesa all’esplorazione e allo scambio e capace di avere un impatto sulle popolazioni vicine: una civiltà caratterizzata da elementi estremamente specifici, come appunto i nuraghi, che la sua natura insulare ha preservato fino a noi, ma tutt’altro che chiusa e isolata.

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