COP. E se ne facessimo a meno?

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Paolo Cacciari 08 Ottobre 2023

Gli Emirati Arabi Uniti devono la loro fortuna ai combustibili fossili. Il ministro dell’industria Sultan al-Jaber è il presidente della compagnia nazionale del petrolio. Sarà anche il presidente della prossima conferenza internazionale sul clima… La ragione dei fallimenti della Conferenza sta nell’aver delegato la “salvezza del pianeta” alle istituzioni internazionali. Le condizioni di abitabilità della Terra si difendono albero per albero, magari creando corridoi verdi per legare gli insediamenti urbani. “Solo una strategia lillipuziana – scrive Paolo Cacciari – può imbrigliare il mostro malefico del produttivismo e della profittabilità che stanno letteralmente appestando il pianeta…”

Tra poco si accenderanno i riflettori sulla nuova conferenza dell’Onu sul clima (“Cop”), convocata a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre. Sarà la numero 28. Lo scenario che è stato scelto non potrebbe essere più infelice, nel senso di meno coerente con gli obiettivi della Convenzione sul cambiamento climatico. Come noto, gli Emirati Arabi Uniti devono la loro fortuna ai combustibili fossili e il suo ministro Sultan al-Jaber, nonché presidente della compagnia nazionale del petrolio, sarà anche il presidente della Cop. Un posto, un nome, un programma!

Nel frattempo le agenzie dell’Onu hanno reso noto il primo bilancio globale (Global Stocktake) degli impegni sottoscritti dagli stati con l’Accordo di Parigi del 2015. Una pagella da somari. Pochissimi stati hanno mantenuto le promesse e con questi ritmi di emissioni di gas climalteranti a fine secolo la temperatura media mondiale aumenterà di 2,5 gradi. Ci siamo già persi per strada l’obiettivo solenne allora sottoscritto di mantenere l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali”.

Perché stupirsi? La storia dei trattati internazionali sul clima è impietosa. Al tempo della prima conferenza Onu sullo “sviluppo umano” di Stoccolma del 1973, la concentrazione in atmosfera di CO2 era di circa 330 parti per milione. Al tempo della Dichiarazione di Rio e della nascita della Convenzione internazionale sui cambiamenti climatici del 1992, le concentrazioni di CO2 erano salite a 355 ppm. Alla Cop numero 1, tenutasi a Berlino nel 1995, la CO2 raggiungeva le 360 ppm. Nel 2000, al tempo della Dichiarazione del Millennium di New York, la CO2 era 370 ppm. Con l’Accordo di Parigi del 2015 la CO2 toccava le 400 ppm. Alla 26 COP di Glasgow la CO2 misurava 410 ppm. Nel marzo di quest’anno, nuovo record: 419 ppm. Una progressione micidiale, incontrastata, che riporta la composizione chimica dell’atmosfera simile a quella esistente qualche milione di anni fa, quando le temperature erano più elevate di 3-5 gradi e i livelli marini più alti di dieci metri.

Quindi, è forse meglio cambiare strategia e non affidare la soluzione delle crisi ecologiche in corso agli accordi internazionali; tanto questi sono ininfluenti sulle politiche che i singoli stati attuano concretamente.

Tratta da Extinction Rebellion Italia

Un grande studioso italiano del metabolismo delle merci in relazione ai cicli vitali del pianeta, Giorgio Nebbia, scriveva già molti anni fa pagine disincantate: “È un’illusione credere che le Nazioni Unite o le sue polizie, o gli accordi internazionali, abbiano una qualche efficacia per la difesa degli oppressi, dei poveri, dell’ambiente dallo strapotere delle società multinazionali” (Giorgio Nebbia, Crescita, etica, economia. A un quarto di secolo dal Club di Roma, in Ecologia Politica, DataNews, giugno 1997). La ragione dei fallimenti sta proprio nell’aver delegato la “salvezza del pianeta” alle grandi istituzioni internazionali. Lo ha spiegato bene qualche tempo fa un attento osservatore latinoamericano, da poco vento a mancarci, Gustavo Esteva:

“L’invenzione dell’ecologia globale, in occasione del Vertice sulla terra di Rio, nel 1992, mise il problema nelle mani dei governi e delle corporation che sono invece la principale causa della distruzione ambientale…”. (G. Esteva, El día después. Se está produciendo un despertar, Ibero, Aprile 2020).

Per contrastare fenomeni planetari come il caos climatico – così come la estinzione di massa delle specie viventi o la acidificazione e “plastificazione” degli oceani -, in assenza di una governance globale multilivello, si potrebbe allora pensare di capovolgere la logica top-down e ripartire “rasoterra”, dal locale, da programmi unilaterali di rinaturalizzazione dei territori, elaborati e gestiti direttamente dai popoli indigeni e dalle popolazioni residenti, mirati alla conservazione dei singoli ecosistemi nelle specifiche bioregioni. Probabilmente, la loro somma otterrebbe risultati migliori anche a scala mondiale. La controprova? Ad esempio, il referendum in Ecuador che ha stabilito la chiusura delle trivellazioni petrolifere nel parco nazionale Yasuni, dopo vent’anni di lotte delle popolazioni waorani. Ma i casi sarebbero molti. Basta consultare la impressionante mappa dei conflitti ambientali in corso catalogata dal progetto EJAtlas. La preservazione delle basi materiali dell’esistenza è una lotta che si gioco quotidianamente, corpo a corpo tra le migliori energie vitali insediate e i plutocrati a capo delle congregazioni tecnofinanziarie che dominano i mercati e controllano le istituzioni internazionali.

Non esistono “problemi globali” che non siano originati da azioni sconsiderate innescate “al suolo”. Le soluzioni che non partono dai territori rischiano di essere mere congetture, scommesse inverificabili giocate sul futuro. Con il rischio di deresponsabilizzare le comunità locali e fare cieco affidamento a miracolose soluzioni tecnologiche. Che bisogno ci sarebbe di ridurre le emissioni di CO2 quando le si possono “catturare”, stoccare e persino riciclare, come vuole fare l’Eni a Ravenna? Che bisogno abbiamo di ridurre i consumi energetici se a rimorchio del Trattato con la Tunisia spunta la solarizzazione del Sahara con mega impianti a concentrazione e cavi transmediterranei? Perché preoccuparsi della siccità quando possiamo desalinizzare i mari, con l’idrogeno? E così via fino allo sbiancamento delle nuvole proposto dal “visionario” Bill Gates. Oppure, potremmo cambiare registro, mentalità e capacità di iniziativa. Le condizioni di abitabilità della Terra si difendono albero per albero, siepe per siepe, campo per campo, falda per falda, fiume per fiume, monte per monte… Partendo da qui potremmo immaginare di creare corridoi verdi che collegano insediamenti urbani; potremmo creare reti ecologiche e migliorare le relazioni comunitarie; integrare natura e società. Solo una strategia lillipuziana può imbrigliare il mostro malefico del produttivismo e della profittabilità che stanno letteralmente appestando il pianeta e rovinandoci la vita.

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