Dalla pg FB di Pierluigi Fagan
Un interessante articolo di T. L. Friedman su NYT ci dà una vista privilegiata sul dietro le quinte. Friedman è tre volte Pulitzer, è “la” firma di politica estera della testata di cui è stato corrispondente dal Medio Oriente per anni, è ebreo, è uno dei principali attori del vasto mondo di think tank e fondazioni che coltivano il pensiero strategico americano.
Il primo dato dell’articolo è la paura. Friedman sembra genuinamente e seriamente preoccupato che le cose in MO finiscano dal margine del caos al caos conclamato. Perché?
Il columnist dice che, in questo momento, c’è Netanyahu che ha disperato bisogno di rimanere in carica perché altrimenti finirebbe in carcere. Senza Pulitzer ci eravamo arrivati anche noi, nel nostro piccolo. Per rimanere in carica ha disperato bisogno della sua maggioranza. Ma la sua maggioranza è fatta da un sostanzioso gruppo di pazzi scatenati suprematisti di estrema destra. Questi poi, più che di Gaza, si preoccupano della Cisgiordania poiché il loro elettorato è fatto molto dai coloni irregolari che lì si sono piantati. Apprendiamo addirittura che i palestinesi della Cisgiordania pagano le tasse ad Israele che poi dovrebbe girarle all’Autorità palestinese, solo che ultimante non lo fa, trattiene i soldi. Questo mette l’Autorità in ginocchio ed oltretutto non fa altro che alimentare il potere di Hamas che, agli occhi dei palestinesi, almeno sembra aver chiaro che nessun compromesso è possibile. L’articolo dice anche che i militari hanno gli occhi iniettati di sangue e vogliono menare le mani sostanziosamente a Gaza.
Tutto ciò Friedman lo apprende da colloqui con membri della delegazione americana che hanno accompagnato l’ultimo viaggio di Biden.
Lapid ovvero il capo dell’opposizione centrista israeliana che non è voluto entrare nel governo di emergenza perché non vuole che Netanyahu rimanga a capo del Paese in questo difficile momento, ha ribadito ieri di ritenere uno scandalo il fatto che in tale emergenza Netanyahu non si faccia da parte per permettere un governo di emergenza nazionale unito.
Un breve inciso per capire meglio come si è arrivati a tutto ciò. Tra fine ’80 ed inizio ’90, la curva demografica israeliana fa un salto verso l’alto. Non c’era nessuna dinamica endogena a spiegare il salto, si trattò dell’inizio di una massiccia importazione di popolazione dall’estero, Europa orientale ora liberata dall’URSS in particolare. In Israele, non pochi pensano che molti di questi nuovi israeliani non siano neanche ebrei. Sono questi i nuovi coloni che sono andati ad invadere la Cisgiordania nel disinteresse generale della comunità internazionale ovvero dell’Occidente. Perché? Per il motivo sottostante che è stranoto ovvero la differente demografia tra arabi in generale, palestinesi nello specifico che hanno indici di riproduzione tra i più alti al mondo ed ebrei israeliani. Questi sono per la parte di cultura occidentale ed urbana metropolitana sui livelli medi occidentali che sono sotto l’indice di sostituzione, ben sopra l’indice medio di sostituzione per gli haredim ovvero gli ultraortodossi che però sono antisionisti. C’era bisogno di importare gente nuova che abbracciasse la causa della sopravvivenza di Israele, ebrei o non ebrei poco importa, il problema non è etnico o religioso ma nazionale. Questo afflusso di nuovi israeliani è la base elettorale dello spostamento a destra di Israele.
Non a caso ho citato Lapid ovvero l’estremista di centro come unica opposizione a Netanyahu, l’Israele labourista, socialista, laica, non esiste più demograficamente, quindi politicamente. I tre partiti di sinistra/centro-sinistra, alle ultime elezioni non sono andati cumulativamente oltre il poco più del 10%. I Grossman, Levy, Harari che sembrano dire cose sensate, le dicono a noi occidentali, pochissimi in Israele sono su quelle posizioni. Dopo il 7/10 ancora di meno.
Netanyahu, quindi, sopravvive al margine del precipizio che lo porterebbe in galera perché si aggrappa a questa espressione demo-politica figlia di politiche demografiche volute dal paese circondato da masse di giovani arabi, che nei prossimi decenni saranno sempre di più e sempre più giovani, inclusi i palestinesi interni che si riproducono anche di più per precise strategie demografiche ovvero costruire “una massa che sommergerà Israele”.
Si poteva, a suo tempo, gestire il problema di Israele e palestinesi in altro modo? Certo che sì.
Si sarebbe dovuto fare un serio piano di pace. Ma come già scritto in due articoli recenti, questo avrebbe comportato che l’intero cerchio di interessi geopolitici intorno la questione si mettesse d’accordo. In breve: USA, UE, Russia, Iran, mondo arabo vario che va dall’Egitto alla Turchia all’Arabia Saudita. Ma le strategie generali americane andavano da un’altra parte, negare gli accordi con l’Iran portati avanti da Obama, continuare la lenta penetrazione e provocazione in Ucraina vs Russia, far saltare Assad in Siria utilizzando le milizie jihadiste petromonarchiche e di recente, la brillante idea della Via del Cotone che è la goccia che ha fatto traboccare un vaso in cui i cinesi si erano spesi per calmare le acque fino al punto di mettere Egitto, AS ed EAU ed Iran assieme, nel recente allargamento dei BRICS.
Ecco, quindi, come si arriva al pasticcio che tanto inquieta Friedman, ma non solo lui. L’inquietudine proviene dai noti scenari di allargamento del conflitto (che in realtà nessuno sembra volere sul serio) che porterebbe a qualcosa di simile all’Armageddon secondo alcuni scenari che circolano anche a Washington, proiezioni di istituti banco-finanziari con blocco di Hormuz, Weimar ed oggetti atomici che volano di qui e di là, ad un anno dalle elezioni americane.
Mettiamoci allora nei panni di Bibi, che farà? I vari “worst scenario” che girano partono dall’invasione di Gaza, Bibi invaderà Gaza? Non è detto.
L’operazione militare in corso ha segnato sulla cartina una Gaza orientale o nordorientale off limit, circa il 40% della già ridotta superficie della Striscia. La bombardano da giorni in tutti i modi possibili. Leggevo di nuove bombe mandate gentilmente dagli americani, probabilmente ordigni specifici di maggior profondità ed ampiezza di distruzione. Ieri gli israeliani hanno avvertito gli ultimi civili rimasti volenti o nolenti in zona, che da ora in poi verranno trattati da terroristi per il solo fatto di stare lì. Perché pensano di invadere ed a quel punto quando spari certo non ti puoi mettere a far distinzioni o perché vuoi radere letteralmente al suolo ed anche nel sottosuolo (più fosforo bianco e qualche gas tanto lì non ci sono reporter indipendenti uccisi come orami è norma appena iniziato il conflitto) l’area senza che questo diventi “crimine di guerra”?
Un lungo bombardamento di Dresda avrebbe molti vantaggi. Il primo è che sarebbe lungo quindi farebbe guadagnare tempo ed il tempo è la materia prima per sviluppare una strategia per il dopo. Il secondo è che eviterebbe l’attivazione dei più foschi scenari. Il terzo è che potrebbe esser gestito come “risposta proporzionata” tanto vai a definire cos’è proporzionato o no in questi casi. Il quarto è che sotto la polvere creata dagli impatti devastanti ci sarebbero comunque molti di Hamas oltre a tutta la loro logistica. Il quinto è che la zona sarebbe irrecuperabile per molto tempo, non ci sarebbe ritorno dei civili perché non ci sarebbe più nulla a cui ritornare. Anzi si creerebbe la splendida occasione di fare un bel “ricostruiamo Gaza” che impiegherebbe anni, coinvolgendo i paesi arabi, i munifici petromonarchi, l’Europa, gli USA e magari pure WB e IMF. Sarebbero comunque una quindicina di chilometri guadagnati per allontanare il confine dai paesi ed insediamenti più esposti di Israele. Il sesto è che i due milioni e passa di palestinesi ammassati nel poco più di 50% dei rimanenti territori della Striscia, finirebbero prima o poi per perdere popolazione migrante da qualche altra parte o campo profughi dei tanti in cui è già stipato quel sfortunato popolo. Ce ne sono già 10 in Giordania, 12 in Libano, 10 in Siria e circa 20 in Cisgiordania per già 5.5 milioni di rifugiati, un milione in più non fa problema. A quel punto la popolazione palestinese della Striscia sarebbe praticamente dimezzata e l’intero Hamas con lei con in più il cambio di situazione per cui certo in quella futura condizione si pongono problemi di sopravvivenza che certo portano lo sparare missili Qassam in secondo piano e quindi non ci potrà essere un secondo 7 ottobre per un bel po’.
Si consideri che tutto ciò sta già avvenendo. Certo, ci sono manifestazioni, agitazioni, proclami, ma in concreto non succede niente, Israele sta facendo ciò che vuole, come vuole, quando vuole. Una strategia di lunga durata prima o poi stanca anche gli oppositori, ci si abitua a tutto.
Ecco perché Bibi è il perno di tutta la faccenda. Se esagera c’è il cataclisma è Bibi non è così pazzo da fare Sansone e tutti filistei, non sopravvivi politicamente in quel casino geopolitico che è Israele da decenni (è il più longevo premier dell’intera storia di Israele) senza avere ben chiaro che il potere è una faccenda di equilibri dinamici. Ma se prende tempo e lo riempie di migliaia e migliaia di termobarici, sfonda terreno, gas, agenti biologici et varia che a quel punto gli americani sono anche contenti di dare pur di evitare la catastrofe finale, la vendetta è compiuta, il tempo passa, alla fine avrà ammazzato qualche migliaio di persone ma dirà che per lo più sono di Hamas, magari qualche puntatina notturna dei reparti speciali dei rapidi “entro-ed-esco” per fare “fine tuning” li puoi concedere ai militari, dei profughi si occuperà qualcuno, gli arabi faranno gara di solidarietà e se e quando si voterà, la demografia di Israele, sempre quel risultato darà, quello che oggi gli dà i pieni poteri.
Quella marmellata politica sionista non ha alcun altro leader da eleggere e la maggioranza degli israeliani resterà fortemente piantata nella parte destra dello spettro politico, dopo quello che è successo, anche di più. Bibi compra futuro, ci riuscirà?