Guerra, petrolio e manovra. Soldi solo per le armi

Da – SBILANCIAMOCI

Mario Pianta 17 Ottobre 2023

Guerra, petrolio più caro, inflazione: la risposta del governo è una manovra che
non affronta alcun nodo e si concentra sul cuneo fiscale che riduce i costi alle
imprese e offre modestissimi aumenti dei salari nominali: sussidi pubblici
rimpiazzano la scarsa capacità delle imprese di far crescere la produttività.
Guerra in Medioriente, rincari del petrolio, inflazione, crisi in Europa:
è questo che ci aspetta?
Un anno e mezzo fa, a partire dalla guerra in Ucraina, la sequenza è stata la
stessa. Con il gas al posto del petrolio.
All’indomani dell’esplosione del conflitto tra Hamas e Israele i prezzi sono saliti
del 20% per il gas e del 5% per il petrolio.
Se il gas resta lontano dai picchi passati, tra luglio e settembre i prezzi del
petrolio erano già saliti da 70 a oltre 90 dollari il barile, tornando vicini ai 110
dollari dell’inizio della guerra in Ucraina.
Pur con riserve energetiche elevate, i prezzi dell’energia potrebbero tornare a
colpire.
Il problema è che l’Europa e l’Italia non si sono attrezzate.
La guerra in Ucraina ha spinto a diversificare gli acquisti di gas, evitando la
Russia, ma l’Europa non ha sviluppato l’uso di energia solare ed eolica, non ha
riformato la logica speculativa dei mercati energetici (le scommesse sui futures
contano di più degli approvvigionamenti effettivi), non ha limitato i superprofitti
e il potere e delle grandi imprese petrolifere (la Exxon sta comprando per 60
miliardi di dollari la Pioneer), non ha introdotto controlli dei prezzi per evitare la
diffusione dell’inflazione al resto dell’economia.


Il risultato è che quest’anno in Italia abbiamo un’inflazione al 6,1%, trainata
soprattutto dall’aumento dei prezzi introdotto dalle imprese per proteggere i
profitti. Altri paesi hanno fatto meglio; Francia e Spagna hanno posto limiti ai
prezzi dell’energia e la loro inflazione nel 2023 è del 5,6 e del 3,5% (dati Fondo
monetario).
Banca d’Italia prevede la discesa dell’inflazione al 2,4% nel 2024 e all’1,9% nel
2025, addirittura più in fretta della media europea.
Difficile che questa riduzione sia confermata.
Di fronte all’inflazione alimentata dalla guerra in Ucraina, la risposta è stata
soltanto la stretta della politica monetaria della Banca centrale europea, che in
un anno ha portato i tassi d’interesse da zero al 4%.
Il rallentamento di investimenti e consumi è stato immediato: le prospettive del
Pil dei paesi dell’euro si muovono ora tutte sul filo dello zero.
Per la produzione industriale italiana la crisi è già arrivata: quest’estate era
sotto di 5 punti percentuali rispetto a prima della guerra in Ucraina (dati Istat).
Una caduta di domanda è tanto più grave quanto più urgenti sono le
trasformazioni produttive necessarie per ridurre l’intensità energetica e gli
effetti sul cambiamento climatico.
Senza crescita, l’erosione dei redditi reali provocata dall’inflazione diventa
pesantissima: in Italia nel 2022 e 2023 per i lavoratori dipendenti e i pensionati
la perdita di potere d’acquisto è stata dell’ordine del 15%, le disuguaglianze si
sono aggravate e poco hanno fatto i “bonus” distribuiti dai governi. Gli effetti
dell’inflazione si sono sommati a una caduta di lungo periodo: dal 2008 al 2022
i salari reali italiani erano già diminuiti del 10% (dati Ilo) e diventa così centrale
la questione di come tutelarli, attraverso consistenti rinnovi contrattuali e
nuove forme di indicizzazione.


Anche i dibattiti su precarietà e salario minimo andrebbero collocati in questo
contesto.
Sul fronte della finanza pubblica, l’aumento dei tassi d’interesse moltiplica gli
oneri dovuti sul debito pubblico, mentre si riducono le entrate (tranne quelle
che vengono dall’imposizione indiretta dei prodotti energetici).
Il risultato è già evidente nella legge di bilancio varata ieri dal governo: non ci sono
risorse per assunzioni e stipendi pubblici, la sanità pubblica è allo stremo, i margini
per misure re-distributive sono stretti, ci si concentra sul “cuneo fiscale” che riduce
i costi per le imprese e offre modestissimi aumenti dei salari nominali: una strana
politica in cui sussidi pubblici rimpiazzano la scarsa capacità delle imprese di far
crescere la produttività.
Ci sono invece i soldi per le armi. Nel decennio 2013-2023 l’aumento in termini
reali della spesa militare (dati Nato) è stato in Italia del 26%, e quello
dell’acquisto di armamenti è stato del 132%, quando il Pil italiano aumentava
nel complesso di appeno l’8%.
Ecco il nostro contributo al circolo vizioso tra guerra ed economia

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