LA IEA HA BOCCIATO LA CCS

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Nel 2021 l’Agenzia internazionale dell’energia aveva pubblicato un rapporto che, a modo suo, aveva fatto la storia: Roadmap to net zero, cioè tutto quello che doveva fare il settore energetico per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione compatibili con l’accordo di Parigi.

Dopo due anni, la Iea ha aggiornato quel rapporto e le notizie sono tre. La prima è che la strada per un futuro energetico sostenibile è ancora aperta. Stretta, problematicamente stretta, ma ancora aperta, anche per tenere l’aumento di temperature nello scenario più ottimistico: «solo» +1.5°C rispetto all’inizio della crisi climatica.

Per farlo, bisogna mettere fine a tutti i nuovi progetti fossili, triplicare le rinnovabili al 2030, raddoppiare l’efficienza energetica, spingere su pompe di calore e auto elettriche. Fin qui, niente di davvero nuovo, sappiamo da tempo che la Iea ha scelto la strada dell’ottimismo della volontà e dei numeri sul clima e questo è l’ennesimo invito pre-COP28 ai paesi a darsi una mossa.

Sono le altre due notizie a fare davvero rumore, perché sono due bocciature rispetto allo scenario che la stessa Iea aveva tracciato nel 2021. Sono le due soluzioni tecnologiche sulle quali punta di più l’industria dei combustibili fossili: la Ccs, cioè gli impianti di cattura e stoccaggio della CO2, e l’idrogeno. Nei nuovi scenari energetici Ccs e idrogeno hanno subito un downgrade brutale, nei dati e nei toni.

Non è un dettaglio tecnico da ingegneri, questa è (anche) una storia politica, perché la Ccs è considerata dai paesi produttori di petrolio e gas la loro grande polizza assicurativa sul futuro, cioè una tecnologia che permette di continuare estrazione e produzione fossile succhiando la CO2 emessa prima che vada in atmosfera e mettendola in grandi depositi geologici sotterranei o sottomarini.

Sulla carta: ottimo. Peccato che non funzioni. Il senso del problema è nella parola scelta dalla Iea: «underdeliver». Queste tecnologie sono una lunga sequenza di promesse (e investimenti e sussidi pubblici) che non hanno mai portato i risultati sperati. Il sistema funziona, su carta e nei prototipi, ma non si avvicina nemmeno lontanamente alla scala richiesta per contrastare la crisi climatica. Costa troppo e produce poco.

A oggi, dopo un decennio di tentativi, la Ccs assorbe lo 0,01 delle emissioni di CO2. Quello che ci dice la Iea è che non abbiamo più tempo per puntare le nostre carte su una tecnologia che ha mostrato di fare poco più del solletico alle emissioni di CO2.

Negli scenari tracciati dalla nuova roadmap to net zero il contributo della Ccs viene tagliato del 40 per cento. Come contesto, il sito Desmog ha analizzato il destino dei dodici impianti di Ccs più grandi al mondo e il risultato, dall’Australia agli Stati Uniti passando per la Norvegia, è una lunga sequenza di fallimenti.

La Iea nel suo rapporto ribadisce che ci sono soluzioni più efficaci, e quelle soluzioni sono: rinnovabili, efficienza, elettrificazione. Come spiega Dave Jones di Ember Climate «la sfortuna della Ccs e dell’idrogeno è anche che le altre soluzioni, a partire da solare ed eolico, stanno funzionando meglio del previsto».

Le parole di Fatih Birol, direttore della Iea, suonano come un funerale per la cattura e stoccaggio della CO2 come techno-fix dei miracoli: «Rimuovere carbonio dall’atmosfera è molto costoso. Dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per smettere di farcelo andare».

Questo rapporto dovrebbe farci rivalutare con molta attenzione il nuovo progetto di Eni e Snam, il primo impianto di Ccs in Italia, a Ravenna, per catturare 25mila tonnellate di CO2 dalla centrale Eni a gas di Casalborsetti. Questa roba non sta funzionando.

Prospettive meno favorevoli del previsto anche per l’idrogeno, che per la Iea è addirittura passato «da soluzione climatica a problema climatico».

Perché ci avevano promesso che sarebbe stato idrogeno verde (fatto con elettrolisi dell’energia prodotta da rinnovabili, e quindi pulito) e invece oggi ce lo ritroviamo ancora tutto blu, cioè fatto col gas e mitigato con la già bocciata Ccs, quindi attraverso una soluzione che non funziona.

Per l’idrogeno si prospetta una posizione «alla champagne» del mix energetico, come la definisce Jones, cioè di tecnologia d’élite da usare per situazioni e in contesti molto specifici, proprio come lo champagne, e non per processi sui quali ci sono soluzioni molto più semplici ed efficienti (vedi l’auto, i trasporti urbani o il riscaldamento degli edifici). Per gli apocalittici, il rapporto Iea è un’iniezione di ottimismo. Per i tecnottimisti, è un’iniezione di senso di realtà.

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