La schiavitù legale delle domestic workers libanesi

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Marco Pagli 11 Dicembre 2023

La schiavitù legale delle domestic workers libanesi

Marco Pagli 11 Dicembre 2023

In Libano trecentomila donne, nella maggior parte dei casi giovanissime, vivono in un regime di schiavitù legalizzata, all’ombra del diritto

Succede nel paese più occidentale del Vicino Oriente. In quella che per decenni è stata considerata una Svizzera dorata e che tra i Novanta e i primi Duemila ha assistito all’ascesa del Berlusconi in salsa araba, il «deus reconstruens» Rafiq Hariri. Non nell’Iran degli Ayatollah, insomma. E nemmeno negli emirati e nei califfati del Golfo. Ma in quel Libano dove il potere – sempre più difficile da amministrare – è spartito per costituzione tra cristiani maroniti e borghesia sunnita, seppure le cronache nostrane continuino a raccontarcelo come Stato satellite in mano ai fondamentalisti sciiti di Hezbollah.

Succede qui che 300mila donne, nella maggior parte dei casi giovanissime, vivano in un regime di schiavitù legalizzata, all’ombra del diritto e dentro a gabbie che spesso grondano ricchezza. Sepolte dal silenzio internazionale, sempre pronto a rompersi quando in gioco ci sono interessi geopolitici più alti. Sono le lavoratrici domestiche: colf, badanti, bambinaie, governanti insieme. Un esercito di invisibili che per numero è secondo in Libano solo a quello di rifugiati e profughi provenienti dai paesi vicini e dalle tragedie che li hanno attraversati.

Meno vicini e forse più dimenticati sono i luoghi d’origine delle domestic workers del Libano. Sri Lanka, Pakistan, Filippine, Bangladesh, Nepal. E poi Etiopia, Kenia, Sudan. Sono queste, le principali stazioni di partenza per viaggi che nella maggior parte dei casi non hanno ritorno e che di fatto aprono le porte dell’inferno a migliaia di donne ogni anno. La destinazione, invece, sono le abitazioni delle famiglie agiate di Beirut e delle altre città libanesi. Dove trovano ad attenderle i loro sponsor, coloro che da quel momento diventeranno dei padri padroni con pieni poteri di decisione su ogni aspetto della loro vita. A fare da tramite ci sono centinaia di agenzie locali che organizzano i viaggi delle future domestiche, le quali spesso non hanno la minima idea della realtà a cui stanno andando incontro. 

Una realtà fatta di turni che possono arrivare a 24 ore al giorno senza riposo, violenze verbali e fisiche, requisizione del passaporto e reclusione, divieto di associazione e di organizzazione sindacale, assenza di supporto legale e di copertura sanitaria al di fuori di quella della famiglia di assegnazione, impossibilità di licenziarsi e di tornare nei propri paesi d’origine. Il tutto in cambio di uno stipendio medio mensile di 150 euro, quando va bene. Perché quando va male – e molto frequentemente va male – lo stipendio non viene erogato dal proprio datore di lavoro con una motivazione qualsiasi, che nessuno andrà mai a verificare.

Una realtà che grida, ma senza trovare orecchie in grado di ascoltare. Se non quelle di poche coraggiose associazioni che hanno l’ardire di sfidare uno dei più radicati status sociali libanesi. Così la risposta spesso è il suicidio. Con una frequenza di due decessi a settimana, che avvengono lanciandosi dai balconi degli eleganti grattacieli dove sono «impiegate» le domestic workers. Nel silenzio arrivano, nel silenzio sopravvivono, nel silenzio muoiono. Senza che nessuno paghi per questo. 

«La nostra organizzazione è nata tra il 2010 e il 2012 e fin dall’inizio si è concentrata sul tema del razzismo all’interno della società libanese», racconta una delle attiviste dell’Antiracist Movement, organizzazione marxista che opera in semiclandestinità e che offre rifugio e supporto legale alle donne migranti in fuga dai loro aguzzini. Cioè le famiglie presso le quali prestavano servizio. «La nostra principale area di intervento è proprio quella delle lavoratrici domestiche, che rappresentano una enorme ferita aperta. Senza nessuna legge che le protegga, vittime di abusi e violenze, anelli indifesi di una catena che non si spezza mai».

Negli ultimi anni il tema è stato preso in carico anche da alcune Ong internazionali, ma gli strumenti giuridici a disposizione sono pochi, anzi pochissimi. Nel luglio dello scorso anno ha fatto scalpore la denuncia di Amnesty International contro i celebri architetti svizzeri Jaques Herzog e Pierre Meuron, che hanno progettato un lussuoso grattacielo di 130 appartamenti a Beirut. L’accusa è stata di aver riservato all’interno delle abitazioni quelle che sono state definite delle «stanze della schiavitù» per le domestiche – cubicoli di pochi metri quadrati annessi alla cucina o alla lavanderia, senza finestre e con servizi quasi inesistenti – prestandosi in questo modo a «sostenere un sistema di sfruttamento» anche attraverso la progettazione architettonica. Ma la tempesta non ha varcato i confini del bicchiere d’acqua in cui si è originata.

L’impalcatura legale che sorregge questo vulnus sociale, civile e umanitario è il cosiddetto sistema della Kafala, un corpo di leggi non scritte che regolamenta lo status dei lavoratori migranti (e in particolare delle donne), distorcendo un antico istituto islamico che si occupava della protezione e dell’affido dei minori.

Di fatto i lavoratori migranti sono esclusi dalla legislazione libanese sul lavoro e la loro permanenza è strettamente legata al datore di lavoro da cui dipendono. Una condizione difficile per le decine di immigrati impiegati – almeno prima che Covid e instabilità politica facessero deflagrare una crisi economica senza fine – in edilizia o in agricoltura. Una condizione insostenibile per le lavoratrici domestiche, condannate alla pena del patriarcato oltre a quella della provenienza. In un paese che, come dicevamo all’inizio, è tutt’altro che lo stereotipo dello Stato arabo fondamentalista e oscurantista e che, al netto delle proprie contraddizioni, vanta un riconoscimento internazionale indiscusso. Oltre alla preferenza accordata come scalo dei capitali finanziari di mezzo mondo, che da qui si limitano a transitare senza lasciare traccia e tanto meno beneficio sulla popolazione.

Il sistema della Kafala prevede che il lavoratore o la lavoratrice che intenda migrare in Libano si debba servire di un’agenzia preposta che lo metta in contatto con il futuro datore, definito anche kafeel, o sponsor appunto. Il contratto, generalmente redatto in arabo e quindi incomprensibile per chi arriva da Asia o Africa sub-sahariana, sancisce che il datore paghi le spese per il trasporto e per il visto diventando l’unico detentore della documentazione che garantisce la permanenza legale nel paese. Inoltre, la Kafala non permette al migrante di cambiare occupazione, né di terminare il contratto senza un esplicito permesso scritto del datore. Tanto che frequentemente le domestic workers più di altre categorie diventano oggetto di compravendita tra famiglie. Quasi sempre, infatti, lo sponsor detiene il passaporto e il permesso di residenza di chi assume. Cosicché in caso di fuga il lavoratore viene arrestato e trattato come un criminale, anche se vittima di abusi, dal momento che perde lo status di migrante regolare. Per lui, poi, non è prevista alcuna assicurazione sanitaria, stante che in Libano non esiste, o quasi, sanità pubblica. Per le donne migranti, infine, c’è un’altra regola non scritta: la propria residenza deve coincidere con quella del datore di lavoro. Un inferno, dove abusi sessuali e maltrattamenti sono all’ordine del giorno.

Come se non bastasse, nel caso in cui qualcuna riesca ad affrancarsi attraverso le associazioni che operano in questo difficilissimo ambito e a intraprendere la via del riconoscimento dei propri, seppur esigui, diritti umani, c’è da considerare che di fronte si troverà una giuria composta prevalentemente da uomini, espressione di quelle classi agiate che sul sistema della Kafala fondano il proprio status sociale.

Status sociale e benessere economico che per molte famiglie della classe medio-alta sono stati minacciati dalla crisi economica dilagante. E così centinaia di lavoratrici domestiche si sono ritrovate dalla sera alla mattina abbandonate per strada, di fronte alle sedi dei propri consolati. Senza cibo, senza soldi, senza più un alloggio, e spesso anche senza documenti. Anche in questo caso l’unico supporto è arrivato dalla rete di organizzazioni sociali che da anni tentano di accendere una luce sulla condizione di queste lavoratrici e provano a modificare le cose. 

Negli ultimi anni anche Medici senza Frontiere si è mobilitato per fornire assistenza medica e psicologica a molte domestic workers abbandonate per strada. In un report che risale allo scorso anno l’organizzazione ha documentato un grave peggioramento della salute mentale delle lavoratrici e ha invocato un intervento da parte del governo per l’eliminazione della Kafala.

«Con la crisi l’incubo che vivono queste lavoratrici è diventato ancora peggiore e la situazione continua a degradarsi», spiega un’altra attivista dell’Antiracist Movement. «L’attenzione che il problema con il tempo sta riscuotendo sicuramente è importante. Tuttavia, l’arma più efficace per arrivare all’abolizione di questo sistema di schiavitù è la consapevolezza di queste donne rispetto ai propri diritti. La loro mobilitazione è fondamentale». Anche se non potrà e non dovrà mancare quella delle piazze internazionali, che negli ultimi anni si sono riempite – e a ragione – per sostenere la lotta delle donne iraniane e di quelle afghane.

*Marco Pagli è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani locali, riviste cartacee e online su temi di economia dei territori e politica locale e internazionale. È autore di due libri sulla storia di Empoli e della Valdera.

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