L’esercito industriale di riserva di Israele (Parte II)

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

In Palestina, il Muro non separa due territori in base al diritto internazionale. E neppure due economie. Qualcosa come un’economia palestinese autonoma non esiste. Per molti aspetti, invece, la realtà dell’occupazione è una componente centrale dell’economia israeliana. Il checkpoint e la linea di frontiera sulla quale sorge non segnano il limite fra due aree economiche ma sono essi stessi punti di cristallizzazione di un’economia dell’occupazione. Dal punto di vista di Israele, la manodopera palestinese ha parecchi vantaggi rispetto a quella israeliana o importata da altri paesi. Il costo della vita nei territori palestinesi occupati – dove il PIL pro capite è 1/30 di quello israeliano – è nettamente inferiore e, per questo, sono nettamente inferiori anche i salari dei lavoratori palestinesi. Tuttavia i salari dei cantieri israeliani sono molto superiori a un salario medio palestinese. Il costo della vita nei territori occupati è quattro volte il salario minimo e un lavoratore su quattro è disoccupato. Salari bassi e disoccupazione alta garantiscono un flusso continuo di forza lavoro. Un muratore in Israele guadagna il doppio di un insegnante in un liceo statale palestinese. Diversamente da quanto avviene per i lavoratori israeliani, anche le spese di riproduzione dei lavoratori in quanto classe non devono essere coperte dalla Stato ebraico. Sono l’ONU e Organizzazioni non governative internazionali a farsi carico di strade, istruzione, infrastrutture e sanità.

Centrale in questo contesto è il “Protocollo sulle relazioni economiche fra governo dello Stato d’Israele e OLP” del 29 aprile 1994, spesso chiamato anche “Protocollo di Parigi”, che prevede il totale controllo delle frontiere esterne di Israele/Palestina da parte di Israele. Il risultato è che, nel 2005, il 73,9% delle importazioni nei territori occupati veniva da Israele. Gran parte dei salari che i lavoratori percepiscono in Israele sono spesi necesssariamrnte per prodotti israeliani, facendo ritornare una parte importante dei soldi nell’economia israeliana. Nel suo libro « The Political Economy of Israel’s Occupation. Repression Beyond Exploitation », Pluto Press, 2010, 240 pagine. Shir Hever scrive che “una distinzione economica spaziale fra Territori palestinesi occupati e Israele è essenzialmente artificiale. Infatti: in Israele/Palestina non c’è nessun territorio libero dal controllo israeliano, in cui valgono altre leggi economiche.” E sottolinea la gerarchizzazione razzista di questa economia: c’è (…) una distinzione che riguarda le persone, non ii territori. I palestinesi, privi di cittadinanza, che vivono nei Territori occupati ricadono sotto un sistema a parte di regole e disposizioni, sono estremamente poveri (…) e non ricevono gli stessi servizi e prestazioni dei cittadini israeliani. Si puo’ parlare di due economie, che coesistono sotto controllo israeliano.” Fusa nell’acciaio e nel cemento del checkpoint, questa gerarchia diventa realtà. In alto ci sono le strade, ben asfaltate e illuminate, dove possono circolare le auto con targa israeliana. In basso quelle dei palestinesi, in gran parte sterrate, polverose e sassose, tanto calpestate che vi si scivola facilmente. Loro possono attraversare il checkpoint esclusivamente a piedi. Anche se ottengono un passaggio in un’auto con targa israeliana, devono scendere brevemente prima di passare.

E’ evidente qui una contraddizione centrale di questo colonialismo degli insediamenti. Nello Stato dei coloni la forza lavoro indigena, diversamente da quanto avviene nel colonialismo tradizionale, non deve essere anzitutto sfruttata, bensi’ eliminata. Nella sua introduzione a “Settler Colonialism. A Theoretical Overview” (2010), lo storico Lorenzo Veracini mostra come, nel colonialismo degli insediamenti, sfruttamento ed eliminazione della popolazione indigena sono di fatto sempre più strettamente intrecciati. Riassume la posizione dei coloni cosi’: “ lavori per me mentre noi aspettiamo che tu sparisca”. Gli utenti del checkpoint sono in gran parte lavoratori palestinesi ma, nello stesso checkpoint, tutto è organizzato in mondo da rendere loro il passaggio più penoso possibile.

E per metterli al loro posto, all’ultimo gradino della gerarchia…

Giustiniano

18 dicembre 2023

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