Sottrarsi al dominio del lavoro

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Gloria Germani 24 Dicembre 2023

“Lavorare meno, lavorare diversamente o non lavorare affatto” (Bollati Boringhieri) è un libro breve ma densissimo di profondi stimoli. Il padre della “rivoluzione culturale” della decrescita, affronta un tema decisivo per sottrarsi dal quadro mentale della società della crescita: quello del lavoro moderno, cioè del lavoro salariato.

“Lavorare meno” può suonare come uno slogan di moda – ed è stato subito recepito dal mensile italiano di Il Fatto quotidiano “Millennium” che gli ha dedicato il numero di novembre 2023 con una intervista a Serge Latouche e lunghi approfondimenti sul tema. Tuttavia la riflessione dell’economista e filosofo francese è molto articolata e difficilmente si fa ingabbiare dai media la cui funzione sostanziale è quella di vendere il binomio pubblicità–progresso (a conferma di ciò, poche pagine dopo, si veda l’intervista alla titolare della cattedra di “Etica dell’Intelligenza Artificiale”, una contraddizione in termini o un ossimoro, per dirla con Latouche, tanto quanto quello di “sviluppo sostenibile” o di “crescita verde”).

Oggi – sottolinea il nostro – ci troviamo nel mondo delle assurdità: alcuni lavorano anche quindici ore al giorno, mentre ci sono milioni di disoccupati (p.36). Lavorare meno è dunque necessario per lavorare tutti, ma occorre soprattutto uscire dal paradigma del capitalismo o produttivismo. È stato un particolare clima storico (ben colto da Max Weber nel suo Etica protestante e lo spirito del capitalismo o da K. Polanyi, in La grande trasformazione) costruito da una scia di pensatori del XVIII e XIX secolo come Locke, Hume, Smith o Ricardo che hanno inventato la ricchezza e la proprietà come frutto del lavoro. Non hanno considerato la mercificazione e la disumanizzazione del quotidiano che oggi abbiamo davanti agli occhi, già denunciata magistralmente da Simone Weil o Hannah Arendt. Si tratta di un paradigma molto strutturato: la Repubblica Italiana, per esempio, è stata fondata sul lavoro (art.1 Costituzione). Però – sottolinea Latouche – “il lavoro, come l’economia, sono invenzioni della modernità” (p.3) e possiamo, come abbiamo già fatto, vivere senza di loro. La decrescita ha proprio questo scopo: quello di un cambiamento radicale di paradigma, e se consideriamo che questa rivoluzione culturale ha solo vent’anni, possiamo essere ottimisti sul suo futuro. Intervenendo in tale maniera anche nel dibattito sulla decrescita a livello spagnolo, inglese, italiano, francese e generalmente internazionale, il fondatore chiarisce senza ombra di dubbio che la decrescita consiste niente meno che nell’uscire dall’economia moderna cioè, dall’abbandonare la religione della crescita che costituisce il suo principio essenziale.


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