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Luca Pisapia 30 Dicembre 2023
I buoni sono fuoricampo, sempre. Inutile inventarsi un romantico passato che non è mai esistito: vale anche per lo scontro tra i poteri calcistici di Uefa, Fifa e Superlega
Quando Sergio Leone gira Il buono, il brutto e il cattivo (1966) porta a sublimazione la sua opera di dissacrazione del genere western e del mito americano della frontiera. Non solo perché scegliendo tre protagonisti anziché due rompe la dialettica buono/cattivo, vedi il triello al posto del più manicheo duello. Ma anche perché nessuno dei protagonisti è effettivamente buono, o brutto, o cattivo. Se i buoni ci sono, stanno altrove, non nei due eserciti che si combattono nella guerra di secessione. I buoni sono fuoricampo.
La stessa cosa si può dire della guerra di secessione esplosa nel mondo del pallone intorno alla Superlega, dove a scontrarsi sono i brutti e i cattivi: l’Uefa e la Fifa da una parte, i fondi finanziari d’investimento dietro la Superlega dall’altra. I buoni, se ci sono, anche qui stanno altrove. I buoni giocano in un altro campo.
Il pallone nasce come merce
Per capire come si è arrivati alla Superlega bisogna storicizzare un minimo. Come qualsiasi personaggio dei film di Sergio Leone, anche il calcio non nasce innocente. Il pallone nasce come merce della rivoluzione industriale in piena epoca vittoriana. Pura merce capitalista, viaggia sui piroscafi che dalle isole britanniche solcano i mari per arrivare nelle colonie dell’Impero insieme alle merci delle industrie tessili e siderurgiche. Poi nel Novecento si trasforma in prodotto della nascente industria culturale. Non ha ancora un valore d’uso, ma ha un potentissimo valore di scambio in quella dimensione della merce che Marx definisce fantasmatica, funzionale a occultare i rapporti di sfruttamento.
Il pallone non porta soldi, non ancora, e nella prima parte del secolo ha una funzione puramente ideologica di controllo delle masse. Per questo piace tantissimo alle dittature. È una merce perfetta il pallone, si adatta perfettamente al trasformarsi dei rapporti di produzione, sopravvive a ogni mutamento nel conflitto tra capitale e lavoro. E quando il capitalismo si rinnova, e si entra nella società dell’informazione, ecco che il pallone acquista per la prima volta anche un suo valore d’uso: col calcio si fanno i soldi. Dalle proprietà delle squadre di calcio escono i piccoli ras di provincia, entrano i grandi industriali. E poi, quando l’economia si fa globale e a dominare sono i flussi immateriali del capitale finanziario, escono i vecchi padroni e arrivano i fondi d’investimento. Il pallone si trasforma in un asset finanziario.
Da Bosman alla Superlega
In quanto merce perfetta del capitale, il calcio lo è nella sua versione dominante: quella ordoliberale. Per questo fin dal principio la storia del pallone è segnata da norme, leggi e sentenze che ne mutano la funzione tenendolo ancorato ai cambiamenti della storia. A volte precedendoli addirittura. Come quando nel 1990 l’oscuro centrocampista belga Jean-Marc Bosman si rivolge a un tribunale di Liegi: vuole cambiare squadra. Cinque anni dopo, il suo caso arriva alla Corte di giustizia europea, dato che nel frattempo nel 1992 è nata l’Unione europea, e la Corte sentenzia che il calciatore è anche lui una merce e ha diritto di muoversi liberamente e senza vincoli nel mercato comune. Gli esseri umani no, devono essere fermati alle frontiere, ma questa è un’altra storia… La nuova Europa nasce da una sentenza calcistica.
La Sentenza Bosman negli anni Novanta rivoluziona il calcio. Il suo valore di produzione esplode. Dal costo dei cartellini dei calciatori agli stipendi degli stessi, dai ricavi alle spese dei club, a ogni cifra si devono aggiungere in pochi anni almeno tre zeri. A volte quattro, o cinque.
Trent’anni dopo, a rivoluzionare il calcio arriva una nuova sentenza della stessa Corte di giustizia europea, e per quei corsi e ricorsi storici di cui non possiamo fare a meno c’è di mezzo anche lo stesso avvocato della vecchia sentenza, il belga Jean-Louis Dupont. L’ultima sentenza della Corte, quella del 21 dicembre 2023, dà ragione alla Superlega e sostiene come Uefa (Union of European Football Associations, la Federcalcio europea) e Fifa (Fédération Internationale de Football Association, la Federcalcio mondiale) per anni abbiano abusato di una posizione dominante. È l’ennesima norma, legge o sentenza che segna il cammino del pallone: sublimazione della perfetta merce ordoliberale.
Tutto comincia due anni prima, però. Nell’aprile del 2021, quando l’annuncio della volontà di far nascere una Superlega privata, un campionato d’élite staccato da Uefa e Fifa, nasce già defunto. Un comunicato notturno di Arsenal, Atletico Madrid, Barcellona, Chelsea, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Milan, Real Madrid e Tottenham annuncia che queste squadre sono pronte a fare un loro campionato, senza bisogno di intermediari. Hanno i soldi, non hanno bisogno dell’Uefa e della Fifa. Ma la fuga in avanti è raccontata malissimo, come fosse un maldestro tentativo di coup d’etat all’italiana. E nel giro di una settimana i cospiratori guidati dall’onorevole Giuseppe Tritoni, impersonato da Ugo Tognazzi, si ritirano alla rinfusa, facendo una figuraccia colossale. Ma il tentativo, come era prevedibile, non si esaurisce. La tragedia è sempre pronta a trasformarsi in farsa, e viceversa. La guerra di secessione continua.
Dopo questo maldestro tentativo dei club, Uefa e Fifa rispondono: minacciano ritorsioni e sanzioni per chi avesse aderito a questo strano campionato senza il loro controllo. È una mossa dovuta, ma forse non è una mossa azzeccata. E così un tribunale di Madrid (non si pensi sia un caso che il club più potente dietro la Superlega sia il Real Madrid) fa ricorso alla Corte di giustizia europea. E dopo due anni arriva la risposta. La Corte delibera. Rifacendosi agli articoli 56, 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la Corte decreta che il monopolio di Uefa e Fifa nell’organizzare competizioni calcistiche è illegittimo. Ma non solo. Dice anche che la gestione centralizzata dei diritti televisivi – da cui provengono circa il 60%-70% degli introiti del calcio globale, e qui è il punto della vicenda – è illegittima e contraria alle norme della libera concorrenza. Ricordate la Sentenza Bosman?
Non ci sono i buoni
Su questo si gioca ora la partita. Sui soldi, come sempre, da sempre, intorno a quella merce purissima e preziosissima che è il pallone nello sviluppo del capitalismo in Occidente. Qui infatti non è in gioco alcuna libertà, men che meno sono in gioco i valori sportivi, figuriamoci quelli sociali e morali. Qui non ci sono buoni, ma solo brutti e cattivi. Fifa e Uefa sono qualcosa di molto vicino ad associazioni a delinquere, basta ripercorrere la loro storia per capire come siano un coacervo di malaffare, corruzione, sponsorizzazioni più o meno legali, accordi coi governi e alleanze con le peggiori dittature. Sempre in spregio ai diritti umani. Vedi da ultimo, ma solo da ultimo, il caso dei Mondiali di calcio maschile organizzati in Qatar nel 2022 attraverso procedure e con finalità che riassumono perfettamente il loro essere organizzazioni intente ad accumulare capitale attraverso il monopolio dell’organizzazione del calcio.
Fifa e Uefa in fondo sono due multinazionali svizzere che per statuto dovrebbero essere organizzazioni senza fine di lucro. Ma ogni anno presentano bilanci impressionanti: la Fifa nel quadriennio 2109-2022 concluso con i Mondiali di Qatar 2022 ha dichiarato ricavi superiori ai 7,6 miliardi di euro, con un utile di oltre 2 miliardi. Di questi 7,6 miliardi almeno 4 sono arrivati dalla vendita dei diritti televisivi. La stessa Fifa annuncia che per il quadriennio 2023-2026 prevede ricavi per 11 miliardi di euro, grazie all’aumento del valore degli stessi diritti. L’Uefa invece nel bilancio del 2022 ha dichiarato ricavi per 4 miliardi di euro, e perdite per qualche centinaio di milioni, di cui almeno 3 miliardi vengono dai diritti televisivi per le coppe, in particolare per la Champions League, la grande rivale della Superlega. Ricavi Uefa in calo rispetto ai 5,7 miliardi della stagione precedente, dove c’erano i soldi delle televisioni per Euro2021, ma il giro di affari resta comunque impressionante.
Dopo la sentenza della Corte sono subito arrivate le dichiarazioni dei due mammasantissima che governano queste due multinazionali. «Questa sentenza non cambia nulla» ha detto Gianni Infantino: boss della Fifa, nato in Svizzera e cresciuto come delfino dei reietti Sepp Blatter e Michel Platini, uscito pulito e profumato da quello scandalo, da due anni è non a caso cittadino del Qatar. «Il calcio non è comunque in vendita» ha detto Aleksander Ceferin: boss dell’Uefa, ex migliore amico di quell’Andrea Agnelli destituito per avere appoggiato la Superlega e poi sostituito con Al-Khelaifi, proprietario del Paris Saint-Germain e alfiere del calcio pulito e romantico.
Tipi poco raccomandabili, perfetti per prendere parte a uno Spaghetti Western. Tipi che nel frattempo, sapendo come sarebbe finita con la Corte di giustizia europea, si sono portati avanti: il primo ha organizzato un Mondiale per Club Fifa a 32 squadre dal 2025 e il secondo una Champions League Uefa allargata a 36 squadre dal 2024. Due nuove superleghe in pratica, giusto per prepararsi, e per guadagnare centinaia di milioni in più.
Ma dall’altra parte non ci sono certo i buoni. Quando la Superlega cerca di nascere la prima volta nell’aprile del 2021 a dare le carte in tavola c’è la banca d’affari americana JP Morgan, pronta a mettere nel piatto 5 miliardi di dollari: in parte come anticipo sulla futura vendita dei diritti televisivi della competizione, in parte direttamente ai club come omaggio accluso all’invito a partecipare. Oggi dei 12 club che avevano partecipato all’ultima cena, ne sono rimasti ufficialmente solo 2: il Barcellona e il Real Madrid (ricordate? tutto nasce da un ricorso alla Corte di un tribunale di Madrid…) il cui presidente Florentino Perez, un ex franchista che ha fatto i soldi con la speculazione edilizia postfranchista, il giorno della sentenza ha dichiarato: «Oggi è un gran giorno per la storia del calcio, oggi abbiamo vinto, oggi la libertà ha vinto». Amen.
Oggi dietro la possibilità di una nuova Superlega (qui l’ipotetica struttura a 64 squadre e tre livelli ) non c’è più JP Morgan però. E questo è un problema. È rimasta solo A22 Sports Management, una società europea di promozione sportiva che è chiaramente il paravento di qualche fondo finanziario d’investimento. Perché è nelle stanze della finanza globale che si sta giocando questa partita. «Abbiamo vinto il diritto di competere. Il monopolio dell’Uefa è finito. Il calcio è libero», ha detto con enfasi Bernd Reichart, Ceo di A22 Sports, per poi aggiungere: «Ai tifosi promettiamo la visione gratuita di tutte le partite della Superlega». Ora, va detto subito che la cosa è improponibile: l’idea di una piattaforma su cui si dovrebbero vedere tutte le partite gratuitamente, come la famigerata Unify promessa da A22Sports, è semplicemente irrealizzabile. Per vari motivi.
Perché fatti due calcoli con la sola pubblicità non si raggiungeranno mai le cifre che le televisioni a pagamento danno al calcio: i 3 miliardi l’anno all’Uefa per la Champions League, i 4 miliardi ogni quadriennio alla Fifa per i Mondiali, i 2 miliardi all’anno alla Premier League inglese, e così via. Ma soprattutto per un altro motivo. Perché i grandi club che dovrebbero partecipare alla Superlega hanno tutti già firmato, attraverso le federazioni e le leghe nazionali, lucrativi contratti di vendita collettivi dei diritti televisivi che li impegnano per i prossimi 3, 4 o 5 anni. Tutti tranne Real Madrid e Barça in Spagna, non a caso. E sono contratti dai quali è difficile uscire. A volte impossibile, perché sono stati redatti proprio con la clausola che non sia possibile staccarsi per andare a giocare in altre competizioni. Per questo motivo è evidente che la Superlega non partirà certo nei prossimi anni, e forse non partirà mai.
Il feudalesimo del calcio
Ma la sentenza della Corte di giustizia europea è fondamentale lo stesso, proprio perché permetterà ai club di discutere dei prossimi diritti televisivi senza dover passare attraverso Fifa e Uefa. Adesso la battaglia si sposta a livello dei campionati locali, dove per esempio la Premier League – che oggi si pavoneggia alfiere del calcio romantico ma a suo tempo nel 1992 si staccò dalla Federcalcio inglese proprio come oggi la Superlega europea vuole fare dalla Federcalcio europea dell’Uefa – ha già annunciato che non permetterà defezioni. Ma in quella strana commistione tra leggi pubbliche e capitali privati che è il cuore della variante ordoliberale del capitalismo, l’intreccio tra decisioni pubbliche e private è molto più complesso. Non saranno mai le federazioni a decidere.
Anche perché oggi il calcio è tutto in mano ai fondi d’investimento finanziari. Tutti interconnessi tra loro e tutti con sede nei vari paradisi fiscali. Fondi che potrebbero comprarsi non una federazione calcistica, ma un intero Stato che la ospita in un battito di ciglia. Si chiamano Lindsell Train Limited, Oaktree Capital Management, RedBird Capital Partners, Fenway Sports Group, Silver Lake Technology Management, 777 Partners, CVC Capital Partners, Sixth Street Partners, Arctos Sports Partners, BlueCo, Clearlake Capital, Ares Management, MSP Sports Capital, Pacific Media Group. Cui vanno aggiunti i fondi sovrani arabi come Public Investment Fund, Qatar Investment Authority e Abu Dhabi United Group for Development and Investment. Sono loro i proprietari di oltre metà delle squadre europee, a volte ne detengono la maggioranza a volte una semplice ma qualificata minoranza.
Non solo. Questi fondi sono proprietari dei calciatori attraverso le società di intermediazione (i vecchi procuratori, per capirci) e decidono in quali delle loro squadre mandarli. E infine sono proprietari delle televisioni che versano i soldi al calcio, o perché hanno quote dirette di proprietà dei broadcaster o perché, come nei casi spagnolo e francese (e si è tentato di farlo anche in Italia), gestiscono loro la compravendita dei diritti tv anticipando i soldi alle leghe e alle federazioni. In pratica nel calcio, come nel caso delle piattaforme tecnologiche, sono pochi fondi finanziari a possedere l’intero prodotto. Non per niente si parla sempre più spesso di feudalesimo tecnologico. Saranno quindi questi fondi, attraverso nuove leggi, norme e sentenze, a decidere se il futuro del calcio sarà in un campionato gestito dai monopolisti di Uefa e Fifa o in un campionato gestito direttamente dal loro monopolio.
Puntare al triello
È quindi evidente che la sentenza della Corte sulla libera concorrenza, perfetta summa della scuola ordoliberale che domina il tardo capitalismo, aumenta a dismisura il potere proprio dei monopoli. Non li abbatte. Per questo, e per tutti gli altri motivi elencati fino a qui, sembra assurdo – per non dire ridicolo – opporsi alla Superlega in nome di antichi valori sportivi e morali che nel calcio non esistono e non sono mai esistiti. Inutile inventarsi favole di un Leicester che non potrebbe mai giocare in Superlega. Il Leicester non gioca nemmeno in Champions League o in Premier League. È già retrocesso. Le favole non esistono.
O ancora peggio, è paradossale opporsi alla Superlega per tornare tra le comode e accoglienti braccia di due organizzazioni criminali come Uefa e Fifa. La dialettica buono/cattivo è una pura invenzione del potere. I buoni nel calcio non ci sono mai stati, almeno dal 1863 quando ne sono state codificate le regole. E nemmeno prima, quando si giocava solo nelle classiste public school britanniche.
I buoni sono fuoricampo, sempre. Inventarsi un romantico passato che non è mai esistito è quell’invenzione del mito che Furio Jesi spiegava essere alla base della cultura di destra. Non serve certo a combattere il capitale, ne è anzi il più fedele alleato. Su Jacobin lo scrivemmo anche nell’aprile del 2021, all’indomani del primo annuncio della nascita della Superlega. Il calcio nasce come strumento coloniale ai tempi dell’Impero e attraversa tutta una serie di mutamenti tipici della merce. Solo partendo da questi presupposti si capisce come il pallone si sia potuto trasformare oggi in un prodotto finanziario in mano a monopoli. Solo così possiamo ancora resistere, combattere, e continuare a giocare a pallone. Smettiamola con la retorica dei bei tempi che non ci sono mai stati, evitiamo di schierarci in duelli che non ci appartengono e superiamo la falsa dialettica ordoliberale. Puntiamo al triello. In fondo siamo tutti cresciuti con i film di Sergio Leone.
*Luca Pisapia, giornalista, ha collaborato con La Gazzetta dello Sport e con il Fatto Quotidiano, e attualmente scrive di calcio e società su il manifesto. È autore di Gigi Riva. Ultimo hombre vertical (Lìmina, 2012) e Uccidi Paul Breitner (Alegre Quinto Tipo, 2018).