SPAZIO E PORTI

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Traffici e infrastrutture nella prima industria ligure

La guerra in Medio Oriente imporrebbe ripensamenti genovesi

L’impatto della situazione bellica nel Mar Rosso sui traffici marittimi, in particolare su quelli verso il porto di Genova, sono stati considerati dal punto di vista della maggior durata della rotta per il Capo di Buona Speranza, dei maggiori consumi di carburante, con relativo inquinamento, e del maggior costo dei trasporti.

Il conflitto innescato dagli Houthi – ispirati da Teheran – dopo l’intervento militare di USA e UK viene a inquadrarsi in un più grave conflitto che impedisce la ripresa dei traffici.

C’è da temere che la perdurante chiusura di Suez provochi effetti permanenti. Non solo la ricerca di nuove rotte ‘alternative (la ‘Artic Polar Route’, profittando del provvidenziale – sotto questo profilo – scioglimento dei ghiacci), ma anche riguardo al fenomeno in costante espansione del cosiddetto ‘gigantismo navale’.

La diminuzione dei traffici nel Mediterraneo che si può constatare già da ora, renderà sempre meno utilizzati i porti che vi si affacciano, a favore di quelli atlantici e nordici.

Di conseguenza è immaginabile che le navi maggiori ricorreranno al transhipment svolto da natanti di minori dimensioni (c.d. feeder), destinate ai porti del Mediterraneo.

Ora, tra le ragioni reiterate per la realizzazione della rischiosa e costosa, nuova diga foranea genovese, la principale è proprio quella per cui, con la nuova opera, il nostro porto potrebbe accogliere quei colossi del mare che – c’è da temere – dall’Atlantico non si affacceranno più oltre lo stretto di Gibilterra. Rendendo tra l’altro inutili gli enormi investimenti richiesti da tali navi per le infrastrutture: non solo la nuova diga ma anche l’allungamento delle banchine, il potenziamento delle gru, l’ampliamento dei piazzali e il più veloce inoltro dei container.

La mancanza di lungimiranza, messa in sordina dalle esigenze immediate del profitto, rischia di produrre l’ennesima – ancora, cosiddetta – “cattedrale del deserto”. Proprio quello che sta accadendo per il TAV Torino-Lione.

Intanto i lavori per la nuova diga foranea – da poco iniziati –proseguono alacremente e in gran segreto, nonostante le autorevoli critiche tecniche loro mosse, incuranti dei provvedimenti della giustizia amministrativa di cui sono stati oggetto.

Perché tanta precipitazione?

Non sarebbe forse il caso di una riflessione tra tutti gli stakeholders, cittadini inclusi, che riconsideri la necessità di una diga ‘faraonica’, anche sulla base dei nuovi scenari strategico-militari che si profilano nell’area mediterranea?

Michele Marchesiello

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