Crisi Myanmar: tra abusi dei diritti umani e interessi geopolitici.

Intervista a Francesca Lancini

Dal blog https://www.rainews.it/

07 febbraio 16:41 di Pierluigi Mele

Nell’attuale “guerra mondiale a pezzi” il grave conflitto interno al Myanmar è scomparso dai quadranti della grande opinione pubblica internazionale. Eppure nel Myanmar si gioca una partita geopolitica fondamentale per l’Asia

Membri di una forza di difesa popolare in Myanmar

Come si presenta il Myanmar nel terzo anniversario del golpe militare?

In Myanmar, fino al 1989 Birmania, si sta consumando una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. Dal colpo di stato del primo febbraio 2021 e in seguito alla repressione violentissima dei militari, il Paese asiatico è al collasso. Gran parte della popolazione si oppone all’ennesima giunta attraverso una resistenza sia non violenta che armata. Per la prima volta dall’indipendenza dai britannici, la guerra civile si è estesa dalle città alle zone rurali. Varie forze militari, composte da civili della maggioranza bamar come nella People Defence Force (PDF) e da eserciti delle minoranze etniche, combattono contro il tatmadaw, l’esercito birmanonoto per le sue atrocità. L’aviazione continua a bombardare e l’artiglieria ad attaccare in modo indiscriminato infrastrutture, villaggi, scuole, ospedali, pagode, chiese. Secondo i dati più recenti del World Food Programme, su circa 57 milioni di abitanti 18 milioni e 600mila necessitano di assistenza umanitaria, quasi 13 milioni sono colpiti da insicurezza alimentare, cioè non hanno un adeguato accesso a cibo e acqua, soffrono di malnutrizione o addirittura la fame. Gli sfollati interni sono più di 2 milioni e 600mila e i profughi 94mila, distribuiti soprattutto fra Thailandia e India. L’Assistance Association for Political Prisoners (AAPP) tiene un bollettino quotidiano degli arrestati: al momento i prigionieri politici nelle carceri sono più di 20mila, fra i quali moltissime donne. Più complicato stabilire il numero delle vittime civili, di sicuro oltre le 6mila.


Quali sono i “risultati” della giunta militare?

I militari dopo la vittoria schiacciante dei filodemocratici nel voto del novembre 2020 temevano di perdere il potere, con una riforma della Costituzione che avrebbe tolto loro anche il 25% fisso dei seggi. Così il generale Min Aung Hlaing – capo delle forze armate prossimo al pensionamento – ha guidato il golpe insieme con il suo “cerchio magico” di fedelissimi, bloccando un decennio di transizione democratica. Questa cleptocrazia, che controllava le principali banche e aziende per mezzo di una rete fra le più corrotte del pianeta, è risalita al vertice. Tuttavia, si è trovata davanti un Myanmar profondamente cambiato. Nessuno, né i bamar buddisti né le minoranze etniche e religiose, vuole più la dittatura. La rivoluzione civile che dura da tre anni è frutto di un lungo lavoro per la democrazia e lo sviluppo dell’ex Birmania. È letteralmente esplosa dopo 40 anni di ribellioni e sacrifici. È figlia delle proteste degli studenti del 1988 e dei monaci del 2007, della discesa in campo di Aung San Suu Kyi, delle lotte del suo partito (la Lega Nazionale per la Democrazia) e di migliaia di altri dissidenti, ma è anche un gigantesco passo avanti perché ha riunito spontaneamente l’intera federazione nella lotta contro la giunta. I semi della democrazia sparsi da nonni, padri, madri, sono fioriti nei giovani di ogni etnia, che subito hanno organizzato proteste creative come nel movimento Art For Freedom, poi ribattezzato Raise Three Fingers (quello del saluto con le tre dita alzate ispirato dal film Hunger Games). È stato cruciale, inoltre, il ruolo dei sindacati indipendenti che hanno potuto formarsi proprio nel decennio fra il 2010 e il 2020, durante il quale Aung San Suu Kyi è stata liberata ed eletta assieme ad altri parlamentari filo-democratici. La rivolta al golpe, infatti, è partita dai lavoratori e dalle lavoratrici di ogni categoria che hanno organizzato enormi scioperi fermando per settimane l’intero Paese. Qualcosa di molto simile è accaduto in opposizione al nazi-fascismo nelle principali città industriali italiane fra il 1943 e il 1944. 



Qual è lo stato della Resistenza alla giunta militare? Si sta allargando alla maggioranza delle etnie?

Da subito, nella primavera del 2021 quasi tutti gli eserciti delle minoranze etniche hanno aderito alla resistenza armata. Nell’ultimo decennio avevano firmato dei cessate il fuoco con il governo centrale “bicefalo”, ovvero guidato da una parte da Aung San Suu Kyi e dagli altri esponenti democratici, e dall’altra parte dai militari. Si era in una fase di transizione. Il rischio di un fallimento restava alto. Dopo il golpe le forze etniche non solo si sono riattivate, ma hanno anche fornito riparo ai dissidenti e addestramento ai civili della People Defence Force, gente comune che per la prima volta apprendeva il mestiere delle armi. La PDF è nata come braccio armato del National Unity Government (NUG), il governo clandestino riunitosi nell’aprile 2021 dallo sbandamento di quello legittimo del presidente U Win Myint e della consigliera di stato Aung San Suu Kyi. Entrambi ancora agli arresti. 

Dallo scorso ottobre lo stato della resistenza è molto buono. Le milizie etniche hanno riconquistato importanti zone del Paese, soprattutto a est e a ovest, e stanno facendo vacillare la giunta. Sotto il controllo dei militari birmani resta il centro, dove si trova la capitale amministrativa Naypyidaw, quartier generale del tatmadaw. Migliaia di soldati birmani si stanno arrendendo. La resistenza è intenzionata a liberare tutto il Paese, fino alle grandi città di Yangon, l’ex capitale e cuore economico del Myanmar, e di Mandalay, culla del buddismo nazionale. 


A questo proposito ti chiedo: del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, quali notizie si hanno?

Il figlioKim Aris, che vive in Gran Bretagna,ha detto di aver ricevuto lo scorso gennaio dal British Foreign Office la foto di una lettera dove ha riconosciuto la calligrafia di sua madre. Nella prima comunicazione arrivata alla famiglia in tre anni, la 78enne Aung San Suu Kyi dice di stare bene eccetto per problemi ai denti e per l’infiammazione reumatica cronica della spondilite. Si sa che è rinchiusa a Naypyidaw, ma non si conoscono altri dettagli sulla sua detenzione. La Nobel per la pace è attualmente condannata a 27 anni di carcere con accuse artefatte, che vanno dal tradimento alla corruzione e violazione sulle leggi relative alle telecomunicazioni. Ha visto il suo avvocato più di un anno fa e solamente nel luglio scorso il ministro degli esteri tailandese. È importante ricordare che “The Lady” – già arrestata per tre volte fra il 1989 e il 2010 – andrebbe liberata assieme agli altri oppositori politici. Inoltre, molti osservatori ritengono che il genocidio dei musulmani Rohingya nel sud-ovest, compiuto da militari ed estremisti buddisti nel 2017, sia stato orchestrato per indebolire Suu Kyi e la transizione democratica. Probabilmente Suu Kyi ha sbagliato a recarsi all’Aja pensando che il processo fosse contro l’intero Paese. Credeva erroneamente che i leader militari sarebbero cambiati e avrebbero collaborato.

Stanno emergendo nuovi leader nell’opposizione? Chi sono?

La stessa opposizione democratica per adesso non si espone con dei nomi. Nel NUG, però, si possono trovare diverse ministre e ministri di varie etnie, anche se non compaiono ancora dei Rohingya. Per arrivare all’obiettivo di un’Unione federale democratica, la resistenza non deve dividersi qualora la giunta cada. Il NUG deve continuare a dialogare e a rappresentare tutte le componenti della popolazione del Myanmar. Le stesse forze etniche dicono di non volere più la secessione come un tempo, ma una federazione. Tutti questi attori dovranno trovare un compromesso. Circolano voci che il golpista Min Aung Hlaing sarà sostituito, ma si teme il passaggio a una giunta cosiddetta “più soft”. Se ciò accadesse gli sforzi della resistenza potrebbero essere vanificati.


In questi tre anni quali sono stati gli episodi più gravi attribuibili alla giunta militare?

La giunta ha lasciato campo libero a ogni tipo di abuso. Dopo aver imposto lo stato d’emergenza e la legge marziale in almeno 55 municipalità, i militari hanno compiuto arresti sommari, torture, uccisioni extragiudiziali, massacri, stupri usati come arma di intimidazione e sottomissione sia dentro le prigioni che nei territori attaccati. Con il motto “brucia tutto, uccidi tutti” hanno incendiato e raso al suolo interi villaggi. Le condanne inflitte senza l’ombra di un equo processo si spingono fino ai lavori forzati e alla pena di morte. Oltre alle mine anti-persona, sono state usate bombe a grappolo e nella regione di Sagaing una bomba termobarica che ha ucciso 160 persone, tra cui molti bambini. Queste atrocità sistematiche – aumentate a dismisura negli ultimi tre anni – possono essere definite crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Va detto che il tatmadaw ha sempre agito in questo modo, fin dal golpe del 1962 che portò al potere una giunta militare da cui ne sono discese altre, fino all’attuale. L’ex Birmania, indipendente dal 4 gennaio 1948, non ha mai avuto pace. 


Quali sono le potenze straniere che appoggiano la giunta? Perché per loro è importante il Myanmar?

La Cina di Xi Jinping è il primo partner economico e il primo fornitore di armi. Segue la Russia di Putin che oltre agli armamenti procura gasolio. Dal Myanmar il carburante russo è trasportato nella stessa Cina attraverso un oleodotto che dallo Stato Rakhine arriva nella provincia cinese dello Yunnan. Per collegare Rakhine e Yunnan, Pechino sta costruendo una ferrovia e un porto profondo che si teme possa avere un dual-use, cioè una doppia funzione economica e militare. Più in generale il regime di Xi è interessato alle rotte via terra e via mare del Myanmar per controllare la zona strategica dell’Indo-Pacifico. Aspira a dominare lo Stretto di Malacca che dà a ovest sul mare delle Andamane (birmane) e a est sul mare della Cina meridionale. La giunta birmana è un alleato fondamentale per realizzare gran parte della nuova e mastodontica “Via della seta”. L’Iran ha rafforzato i suoi legami con i golpisti, inviando aerei cargo pieni di droni e missili. Anche l’India ha fornito armi, probabilmente in funzione anti-cinese: il Myanmar è incastonato fra le due potenze asiatiche. Infine, senza Pechino e Mosca la giunta militare non potrebbe continuare la guerra. 


UE e USA non hanno voce al riguardo?

Le democrazie occidentali – che già hanno sostenuto la transizione democratica – potrebbero avere un ruolo determinante. In particolare, gli Stati Uniti ma anche la Gran Bretagna, il Canada, l’UE, hanno imposto delle sanzioni. Tuttavia, non lo hanno fatto in modo coordinato. Tra i sanzionati ci sono individui e alcune entità birmane. Il Consiglio di Sicurezza Onu – su cui pende il veto di Cina e Russia – ha approvato una sola risoluzione nel dicembre 2022 che è stata ignorata. L’ASEAN ha stilato un consenso in cinque punti rimasto carta bianca. Non è stato istituito un embargo globale delle armi e non sono state adottate sanzioni generalizzate di tipo finanziario. L’International Labour Organization ha denunciato che le importazioni dal Myanmar sono aumentate, nonostante i lavoratori siano trattati come schiavi. Diverse aziende, anche italiane ed europee continuano a produrre lì. Eppure questi mezzi “non violenti” favorirebbero la caduta della giunta militare, ponendo fine alle sue atrocità.

In definitiva, sul piano geopolitico, qual è la posta in gioco?

Il controllo dell’Indo-Pacifico, delle ingenti risorse minerarie del Myanmar tra cui le terre rare, della manodopera a bassissimo costo per i grandi marchi, dei traffici di pietre preziose, legname pregiato e droga. Dopo il golpe l’ex Birmania è diventata il primo produttore d’oppio al mondo e si gioca il primato globale delle droghe sintetiche come il fentanyl. Dopo che i talebani che hanno bandito la coltivazione d’oppio in Afghanistan, il cosiddetto “triangolo d’oro” (Myanmar, Laos, Thailandia) sta tornando tristemente in auge. Ancora una volta è drammatico riscontrare come le crisi umanitarie e politiche siano collegate. 

*Giornalista professionista dal 2005. Dopo una laurea con lode in Comunicazione, dal 2001 si occupa di attualità internazionale per quotidiani e periodici sia italiani che stranieri. È specializzata nei Paesi asiatici e nei temi legati ai diritti umani, civili e ambientali. È stata responsabile del desk Asia di Peacereporter.net, primo giornale italiano di esteri sul web, nato dal connubio dell’agenzia Misna ed Emergency. In Oriente ha seguito come reporter le guerre, i mutamenti socioeconomici e politici dell’era globalizzata, gli abusi perpetrati da Stati e soggetti privati, i flussi migratori. Nel 2010 ha diretto il documentario Profughi Invisibili sui traumi psicologici che affliggevano gli esuli iracheni in Giordania, andato in onda su Sky TG24. Per il mensile francese Le Monde Diplomatique e le sue edizioni internazionali, ha realizzato dei reportage inchiesta sull’Italia dopo la crisi del 2008. Tra gli altri, ha scritto per L’Unità, L’Espresso, East, Il Manifesto, Left, Rinascita, Il Venerdì di Repubblica, Il Magazine del Corriere della sera, Wired, Lifegate, ISPI, Vita. Attualmente scrive approfondimenti per Atlante Treccani, collabora e cura la rubrica Osservatorio Asia per il mensile Popoli e Missione, insegna giornalismo in diversi corsi. Nel giugno 2023 ha fondato il suo sito Soul Digger, https://francescalancini.com

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