L’impatto degli allevamenti intensivi

Dal blog https://erasmusplus2022liceoxxv.wordpress.com/l

1. COSA SI INTENDE CON ALLEVAMENTO INTENSIVO 

Con allevamento intensivo o allevamento industriale (factory farming) si intende una forma di allevamento che utilizza tecniche industriali e scientifiche per ottenere la massima quantità di prodotto al minimo costo e utilizzando il minimo spazio, tipicamente con l’uso di appositi macchinari e farmaci veterinari. Spazi sovraffollati, luce artificiale, nessuna possibilità di mettere in atto comportamenti naturali: questa è la realtà degli allevamenti intensivi, nei quali gli animali destinati al consumo alimentare umano trascorrono la loro breve vita, spesso dovendo ridurre al minimo i movimenti. Un esempio? I bovini da ingrasso, costretti praticamente all’immobilità per evitare il dispendio di energie che rallenterebbe l’accumulo di peso.

La pratica dell’allevamento intensivo è estremamente diffusa in tutti i paesi sviluppati; la gran parte della carne, dei prodotti caseari e delle uova che acquistiamo nei supermercati viene prodotta in questo modo. A livello globale il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina, il 60% delle uova, vengono prodotti in allevamenti intensivi. In Europa, più dell’80% provengono da allevamenti intensivi e in Italia 85% dei polli sono allevati intensivamente, oltre il 95% dei suini vivono in allevamenti intensivi, quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo.

L’allevamento intensivo ha un forte impatto non solo sugli animali ma anche sull’ambiente e sulla salute delle persone.

2. L’IMPATTO DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI

Passiamo ora ad esaminare il costo ambientale degli allevamenti intensivi.

Sui danni che essi provocherebbero all’ambiente c’è tutt’altro che un parere comune: in particolare, mentre da una parte si sottolinea il devastante impatto di un tale tipo di produzione sugli interi ecosistemi, dall’altra si afferma con sicurezza che, al contrario, gli allevamenti intensivi rappresentano la soluzione più “ecologica” per procurare l’adeguata quantità di carne ad una popolazione mondiale in costante crescita.

Vediamo nel dettaglio quali sono gli argomenti dell’una e dell’altra parte, soprattutto basandosi sui dati emersi dalle ricerche in questo campo riguardo all’impatto degli allevamenti intensivi.

Il peso del cosiddetto factory farming si presenta principalmente sotto forma di sfruttamento di risorse: acqua, spazio, terreni, energia (e quindi denaro). Ma non solo: gli allevamenti intensivi sono indicati come fonte di inquinamento, emissioni e pericolosi incubatori di patogeni.

Nel dettaglio, per quanto riguarda il consumo di acqua, è intuitivo che un animale necessiti di grandi quantità di acqua per sopravvivere. Si stima che un solo capo di manzo arrivi a consumare ben 80 litri di acqua al giorno, mentre una mucca da latte 200. Secondo Waterfoodprint, per la produzione di un chilo di carne di manzo sarebbero necessari 15415 litri di acqua.

L’allevamento di bestiame necessita di enormi quantità d’acqua: 22 vasche da bagno per un chilo di polli, 27 vasche per un chilo di suini e 90 per un chilo di manzo.

Fonte: http://www.carnisostenibili.it 

Secondo alcune ricerche, il consumo di acqua per l’allevamento si può schematizzare come si vede qui sopra

Tenendo conto che, attualmente, fino a due miliardi di persone soffrono a causa della scarsità di risorse idriche (con l’estrema probabilità che la cifra cresca esponenzialmente entro il 2050, come effetto dei cambiamenti climatici e dell’aumento della popolazione mondiale) questo impatto non può sicuramente essere trascurato.

Inoltre, gli allevamenti intensivi provocano un importante consumo di terreno, sia per costruire stalle, capannoni, impianti, ecc, sia per coltivare i foraggi necessari a sfamare gli animali. Le tipologie stesse di colture per i mangimi (cereali, soia) costituiscono un problema: sono infatti monocolture, il che può causare l’impoverimento del suolo, la distruzione di habitat e la conseguente perdita di biodiversità. Quest’ultima è anche un effetto della presenza “diretta” di un allevamento sul territorio, oltre alla riduzione della capacità del terreno di assorbire anidride carbonica.

Secondo la FAO “il settore dell’allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d’uso antropico delle terre” e secondo l’International Livestock Research Institute (ILRI) il 30% della porzione di terre non ricoperta dai ghiacci è occupata direttamente o indirettamente dall’allevamento intensivo o dalla produzione di mangimi per gli animali. Non è trascurabile la deforestazione provocata dall’aumento a livello globale della domanda di carne: la FAO sostiene che in Amazzonia il 70% dei territori deforestati è stato occupato da pascoli per bovini e il terreno rimanente da colture di foraggi.

Sempre secondo la FAO, gli allevamenti intensivi stessi occupano il 26% delle terre, mentre, più in generale, si stima che nientemeno che la metà dei terreni agricoli mondiali sia dedicata alla produzione di beni commerciali derivati dagli animali (in Europa questa percentuale sale al 71% circa, di cui il 63% destinato al mangime).

Fonte: CIWF Italia

Se piantassimo in un unico luogo tutte le coltivazioni utilizzate per alimentare gli animali da allevamento, arriveremmo a coprire l’intera superficie dell’Unione Europea, o la metà degli Stati Uniti.

Fonte: osservatorioveganok.com

Alcune indagini suggeriscono che il consumo di suolo degli allevamenti raggiunga addirittura  il 39% del territorio agricolo.

Fonte: http://www.ioscelgoveg.it

Questi dati si riferiscono alle conseguenze globali della produzione eccessiva di carne

Un altro punto a sfavore degli allevamenti intensivi è il grave inquinamento che provocano: le sostanze di scarto da essi provenienti (liquami, sostanze chimiche), infatti, finiscono molto spesso nei corsi d’acqua o nelle falde acquifere, contaminandoli e compromettendo seriamente l’equilibrio e la sopravvivenza stessa degli ecosistemi.

Come già detto sopra, i farmaci somministrati negli allevamenti costituiscono un problema e un oggetto di discussione. Ma i danni che gli allevamenti, specialmente se gestiti male, possono arrecare agli ecosistemi riguardano anche la contaminazione delle acque, come mostra l’illustrazione.

Fonte: ilfattoalimentare.it

Le sostanze più dannose che gli allevamenti intensivi possono riversare nell’ambiente sono l’ammoniaca (sia impiegata come sostanza “di lavaggio” sia rilasciata nell’aria), che, combinandosi con altre componenti, contribuisce al tristemente noto fenomeno delle polveri sottili e delle piogge acide e della quale gli allevamenti, secondo una ricerca di Greenpeace, sono i produttori per il 75%, soprattutto con il settore del pollame; i nitrati, i fosfati ed eccessivi composti azotati. Solo per citare un esempio, che evidenzia anche come quello degli allevamenti intensivi sia un problema che tocca non soltanto pollame, suini e bovini: l’industria scozzese di allevamento intensivo di pesce, secondo alcune stime, avrebbe prodotto emissioni di azoto paragonabili alla produzione di liquami di 3.2 milioni di persone.

Fonte: Slow Food

Da questo grafico, anche a colpo d’occhio, risulta evidente il peso degli allevamenti sulla qualità dell’aria rispetto alle altre fonti di particolato Nell’immagine qui riportata, l’espressione “particolato primario” si riferisce agli agenti inquinanti emessi dalle sorgenti direttamente nell’atmosfera, mentre per “particolato secondario” quelle che si creano in seguito all’interazione e alla reazione chimica nell’aria di alcune componenti del particolato primario. Insieme, i due tipi di particolato costituiscono lo “smog”.

Un altro problema connesso agli allevamenti intensivi è la formazione e la diffusione di batteri o altri patogeni antibioticoresistenti, dovuto all’uso – sostengono le organizzazioni ambientaliste – indiscriminato e ingiustificato di antibiotici sugli animali. Altri sostengono, al contrario, che questo pericolo non esista affatto e che l’utilizzo di medicinali negli allevamenti sia limitato a situazioni di necessità, per tutelare la salute stessa degli animali.

Ma l’impatto che più interessa alla nostra ricerca è quello che riguarda le emissioni climalteranti. Gli allevamenti intensivi rappresentano uno dei tre massimi fattori di inquinamento dell’aria; contribuisce inoltre – si stima – dal 14,5% al 18% delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo al mondo (una cifra superiore alla somma di quelle di tutti i mezzi di trasporto). Ciò significa che senza ridurre gli allevamenti intensivi l’Unione Europea non sarà in grado di rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Fonte: Carni Sostenibili

Il contributo della zootecnia alle emissioni climalteranti è notevole, come mostra l’immagine precedente.

3. EMISSIONI GLOBALI DI GAS AD EFFETTO SERRA

Fonte: Duegradi

È ormai risaputo che il sistema alimentare ha un impatto fondamentale sulle emissioni di gas serra. Questa informazione acquista ancora più rilievo se consideriamo, al suo interno, la percentuale di quelle derivate dall’allevamento del bestiame.

4. “SE PER ASSURDO TUTTA LA POPOLAZIONE DIVENTASSE VEGANA O VEGETARIANA COSA ACCADREBBE?”

Per rispondere a questa domanda è essenziale basarsi su dei dati prettamente teorici (e non realizzabili), servendosi anche del rapporto del cambiamento climatico dell’ONU del 2019 (Intergovernmental Panel on Climate Change 2019, IPCC 2019).

Se nel mondo venisse intrapresa un’alimentazione di tipo vegetale di massa si potrebbero produrre oltre sei miliardi di tonnellate in meno di CO2 rispetto alla media attuale, dato che l’allevamento di bestiame da macello è responsabile del 15% di tutte le emissioni di gas a effetto serra di origine antropica. Infatti è proprio l’allevamento intensivo che costituisce una delle maggiori preoccupazioni per la biodiversità del pianeta e che richiede un dispendio d’acqua enorme, poiché impiega un terzo delle risorse idriche totali destinate alle attività umane.  

Ovviamente questo scenario è impossibile per molteplici motivazioni di tipo sociale, economico e anche nutrizionale, dato che il vegetarianesimo e il veganesimo sono scelte alimentari da trattare con molta attenzione e che possono riguardare solo una parte elitaria della società; però al contempo questi dati possono fornire uno spunto di riflessione sull’importanza di ridurre, anche di poco, il consumo di carne nella nostra alimentazione. Inoltre è giusto ricordare che non tutta la carne inquina allo stesso modo, ma anzi se ognuno di noi iniziasse a prediligere la carne proveniente da allevamenti estensivi e locali le emissioni di gas serra diminuirebbero notevolmente.

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