« Noi » o « loro »

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

Alla vigilia del Ramadan, il prossimo fine settimana, il governo israeliano ha in programma una serie di provocazioni che limitano il diritto dei mussulmani a pregare nella moschea di Al-Aksa. La crisi militare e politica nella quale si trova Israele potrebbe rapidamente degenerare in una guerra su più fronti ed avere come conseguenza il crollo degli accordi di pace con i paesi arabi vicini. Mentre Israele promette di seguire le prescrizioni della Corte Penale Internazionale (CIG), giovedi’ scorso il suo esercito ha ammazzato oltre 100 persone e ne ha ferito più di 700 che erano in attesa di qualcosa da mangiare. Per osservatori esterni sembra difficile da spiegare come il governo israeliano sia diventato irrazionale. Mentre il Katar svolge un ruolo decisivo nella mediazione dello scambio di prigionieri fra Israele e Hamas, Israele adotta misure per vietare l’emittente Al-Jazeera di proprietà katari. Mentre Israele non perviene a quasi nessun risultato contro Hamas sul campo di battaglia, ma uccide ogni giorno dozzine di civili inermi, vuole scatenare, contro l’avviso dei suoi stessi generali, un attacco genocida a Rafah. Nel momento in cui Israele è sottoposta ad una inaudita pressione internazionale perché accetti una tregua e la CIG ha avviato un procedimento per genocidio, gli ospedali sono attaccati, pazienti e sanitari assassinati. Il ministro del Patrimonio del partito di ultradestra Otzma Jehudit (Forza ebraica), Amihai Eliyahu, ha ben visto l’irrazionalità quando, a novembre, ha invitato a sganciare un’atomica su Gaza. La sua dichiarazione era illegale ma, anche se l’esistenza di arme atomiche israeliane è un segreto ben protetto, Eliyahu non è stato sanzionato ma solo temporaneamente sospeso.

Questo comportamento apparentemente irrazionale si puo’ capire se si osservano i recenti sviluppi politici in Israele, che hanno fatto della stessa irrazionalità un valore. Come puo’ Dio salvare Israele se non sembra un miracolo? Altrimenti potrebbe sembrare che la crisi sia terminata grazie agli sforzi degli uomini. In Israele, i cinque blocchi politici sono: 1. Il tradizionale sionismo laburista, che ha governato il paese dal 1948 al 1977 e forma oggi gran parte dell’opposizione sionista. E’ laico, militarista, nazionalista ed era socialista (per gli ebrei); 2. L’ala destra nazionalista, che ha radici liberali e neoliberiste ma si è trasformata in un trumpismo populista e apertamente razzista; 3. Un blocco ultraortodosso non sionista che si è alleato per motivi pragmatici con i sionisti rendendosi complice dei loro crimini; 4. Un blocco nazional-religioso che viene messo spesso nello stesso calderone con il movimento dei coloni in Cisgiordania e, infine, 5. La sinistra non sionista, discriminata e repressa, che comprende i partiti palestinesi con una quantità di opinioni politiche. Dato che gran parte dei palestinesi sono apolidi sotto controllo israeliano e non hanno diritto di voto, il 5° gruppo non è mai stato in condizione di controllare più di un sesto dei seggi in parlamento.

Sebbene sia stato il partito laburista a fondare le prime colonie “illegali” nei territori palestinesi occupati, il partito Likud ha conferito loro legittimità politica respingendo l’idea di uno Stato palestinese e prescrivendo la sovranità ebraica su tutta la Palestina. Ai coloni è stato permesso di costruire case senza autorizzazione e di occupare terra palestinese con la forza e la protezione dei militari. La storica israeliana Idith Zertal e il politologo Akiva Eldar li chiamano, nel loro libro sulla politica della colonizzazione “i signori del paese”. La moltiplicazione delle colonie è avvenuta al di fuori delle leggi. I governi hanno chiuso un occhio. Nel 1977 il sionismo di destra ha potuto, per la prima volta, formare un governo. Con poche interruzioni – come il governo di Jitzhak Rabin, che ha firmato all’inzio degli anni 90 gli accordi di Oslo – domina la sfera politica fino ad oggi. Ma il sionismo di destra degli anni 70 e 80 non è uguale al movimento populista di oggi. Negli anni 80 il movimento kahanista, ispirato dalla dottrina del rabbino Meir Kahane (ammazzare tutti gli arabi o cacciarli dallo Stato d’Israele) era stato escluso dal partito di destra Likud. E’ stato Benjamin Netanjahu, l’attuale presidente dello stesso partito Likud, a proteggere il movimento, permettendo che Itamar Ben-Gvir, un terrorista condannato in Israele, diventasse ministro della Sicurezza nazionale. Dato che le società coloniali tendono sempre a una mentalità “noi” o “loro”, in quella israeliana la corruzione è dilagata a tutti i livelli. I cinque blocchi di partiti nella politica israeliana hanno perso la capacità di tollerarsi reciprocamente, causando, fra il 2019 e il 2023, una crisi politica con cinque elezioni in quattro anni.

Il populismo di Netanjahu e la sua alleanza con elementi pericolosi del movimento dei coloni, che militano apertamente in favore del predominio ebraico, della pulizia etnica e perfino del genocidio, fanno temere al sionismo laburista che Netanjahu provochi una catastrofe economica. Il governo del liberale Jair Lapid (Jesch Atid) e di Naftali Bennett (Nuova destra), fra il 2021 e il 2023, si basava su un appello disperato ad un’azione razionale, ad una programmazione strategica ed a compromessi per mantenere uno Stato dell’apartheid nel quale gli ebrei continuassero a godere dei loro privilegi e, per le buone relazioni con l’Occidente, fosse garantita una parvenza di democrazia. Si trattava di una coalizione di 8 partiti politici (un fenomeno inaudito) che poggiava su un fragile compromesso che la paralizzava quasi completamente.

Nel 2022, nei rapporti di 4 Ong, Israele è stato accusato di essere uno Stato di apartheid. Il governo Lapid-Bennett non aveva reagito a quest’accusa. Israele continuava ad avere il sostegno dell’Occidente, specialmente di USA e Germania. Ecco perché nel novembre 2022 Netanjahu e la sua coalizione nazional-religiosa hanno avuto tanto successo. Il loro argomento era semplice: un compromesso era inutile. L’Occidente continua ad appoggiare Israele anche se, evidentemente, è uno Stato di apartheid. Con la conquista di ministeri chiave da parte di coloni di ultradestra – da quello della Sicurezza nazionale e quello delle Finanze – perché far finta di essere una democrazia? I capi del sionismo nazional-religioso non credono che sia stato l’imperialismo cinico del governo USA o il militarismo avido del governo tedesco a garantire la continuazione del sostegno occidentale ad Israele malgrado la sua politica di apartheid. Continuano a pensare che nei territori controllati da Israele ci sia una maggioranza di ebrei, anche se è falso. Credono che i militari troveranno un modo per sconfiggere Hamas se Israele non sottoscrive una tregua. Ma credono anzitutto che Dio salvi lo Stato di Israele da loro controllato. La rinuncia ad una parvenza di democrazia significa anche che in Israele le voci critiche tacciono. La censura militare le costringe al silenzio sui media, il parlamento sospende i membri dei partiti non sionisti che chiedono una tregua e ai soldati è impedito perfino di ascoltare le notizie. Dove sono le voci razionali, le forze dell’opposizione sionista che potrebbero fermare la follia? Una possibile spiegazione della loro impotenza è il genocidio. Gli israeliani imparano fin da piccoli sul genocidio che negli Stati dove si perpetra un genocidio nei tempi moderni, come in Ruanda o nel Darfur, subentra successivamente un cambio di regime.

Sanno che il movimento sionista è alla fine e, per questo, non hanno nessuno stimolo a intraprendere qualcosa per salvare il loro Stato…

Giustiniano

6 marzo 2024

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.