Buongiorno a tutte e tutti,
cercherò di sintetizzare il più possibile ma, come potete ben capire, gli argomenti che tratterò richiederebbero un convegno specifico ma, non poniamoci limiti, potremmo anche pensare in futuro di organizzare, per esempio, un ciclo di seminari sui singoli temi.
Per facilità ho organizzato il mio intervento su quattro filoni di ragionamento.
Il primo.
Tutte e tutti noi ci siamo scontrati nel nostro agire quotidiano con un mantra che è diventato un vero e proprio incubo: “Non ci sono i soldi”.
Ebbene, io penso che se insieme non affrontiamo seriamente e in profondità questo tema, tutte le nostre sacrosante e generose lotte e mobilitazioni continueranno a scontrarsi con questo muro di gomma.
Come dice il titolo di questo mio intervento riportato nella locandina del convengo in realtà di soldi ce ne sono tanti, oserei dire anche troppi, il problema è che sono nelle mani sbagliate.
Ricordo solo a tutte e tutti voi che con una tassa patrimoniale progressiva per ricchezze superiori ai 500.000 euro si potrebbero recuperare circa 25 miliardi di euro, con una tassa straordinaria del 3% su tutti i portafogli finanziari con valore superiore a 880.000 euro 10 miliardi, una seria web tax potrebbe fornirci circa 8 miliardi, una seria tassa sulle transazioni finanziarie circa 4 miliardi. E poi. Una compiuta riduzione delle spese militari almeno 10 miliardi, l’abrogazione dei sussidi ambientalmente dannosi almeno 23, la cancellazione di tante grandi e piccole opere inutili e dannose ci farebbe risparmiare almeno 30 miliardi.
Vogliamo fare la somma di tutte queste cifre?
Penso non sia il caso anche perchè tutte e tutti abbiamo ben compreso e sappiamo da tempo tutto questo e che con questi denari, e faccio presente che non ho nemmeno accennato alla questione dell’evasione e dell’elusione fiscale, agli sprechi, alla corruzione, alle mafie ecc., con questi denari dicevo si possono mettere in campo le misure necessarie affinché nessun* sia lasciat* indietro e siano garantiti i diritti di tutt*. Le risorse ci sono e sono sufficienti sia per rispondere all’emergenza immediata, sia per impostare la costruzione di un’alternativa di società.
Il secondo.
La nostra Costituzione afferma che le funzioni amministrative sono attribuite in via prioritaria ai Comuni e ne riconosce il ruolo di luoghi della democrazia di prossimità.
Sono infatti i Comuni i nostri enti di riferimento ed essi, i Comuni, sono chiamati a garantire coesione sociale, servizi pubblici e beni comuni.
Per più di 40 anni i Comuni hanno svolto, bene o male, questo ruolo, ma con l’avvento delle politiche liberiste e di austerità, la funzione pubblica e sociale dei Comuni è stata fortemente pregiudicata. Il patto di stabilità e il pareggio di bilancio e le conseguenti misure di drastico contenimento della spesa pubblica, hanno profondamente mutato la natura stessa dei Comuni che, da garanti dei diritti fondamentali, sono divenuti enti la cui unica preoccupazione è la stabilità dei conti economici.
In seguito a questo, i Comuni hanno tagliato pesantemente la spesa per i servizi e per gli investimenti, privatizzato i servizi pubblici locali e messo sul mercato il territorio e il patrimonio immobiliare.
Tutto questo, per altro, non trova alcuna giustificazione: infatti, la quota parte del debito pubblico nazionale attribuita ai Comuni non supera l’1,5%!
Di fatto, il debito pubblico, sul quale bisognerebbe per altro aprire un serio dibattito, è stato usato come alibi per mettere i Comuni con le spalle al muro e costringerli a mettere sul mercato i beni appartenenti alle proprie comunità territoriali.
Oggi tutti i Comuni si trovano in difficoltà finanziarie e un’alta percentuale degli stessi è in situazione di dissesto finanziario. Ma se un Comune fallisce o mette sul mercato beni comuni e servizi pubblici, di fatto, si disgrega una comunità territoriale.
Dobbiamo allora proporre tutte e tutti insieme di uscire dalla logica anzi, dall’incubo, del pareggio di bilancio sul cui altare bisogna sacrificare tutto e, partendo dall’idea che occorra un equilibrio finanziario triennale, diciamo che i Comuni devono avere l’obiettivo del pareggio di bilancio
sociale, cioè la copertura dei bisogni della comunità di riferimento, del grado di riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone, dell’universalità dell’accesso ai servizi pubblici locali, e poi il pareggio di bilancio ecologico, cioè il grado di equilibrio tra le attività economiche e sociali della comunità di riferimento e la salvaguardia dell’ecosistema urbano e territoriale, ed infine quello di genere, e cioè dell’impatto di genere delle politiche adottate dall’Ente locale e il grado di superamento delle discriminazioni di genere nei diversi settori di intervento rispetto alla comunità locale di riferimento.
Proponiamo inoltre che si sblocchino le assunzioni anche al fine di reinternalizzare i servizi pubblici, che finisca la cementificazione del nostro territorio nonché la svendita del nostro patrimonio pubblico.
Dobbiamo insomma proporre che i Comuni diventino il fulcro di un nuovo modello sociale ed ambientale che, detto per inciso, preveda la partecipazione diretta delle cittadine e dei cittadini alle scelte, quella che comunemente viene definita come Democrazia Partecipativa.
Il costo di tutto questo sarà, per lo Stato, praticamente uguale a zero.
E qui entra in gioco il terzo filone di ragionaamento: Cassa Depositi e Prestiti.
E’ bene ricordare che CDP ha funzionato come banca interamente pubblica per oltre 150 anni svolgendo due compiti: tutelare il risparmio delle persone e utilizzarlo per finanziare a tassi agevolati gli investimenti dei Comuni. Solo grazie a questo, per tutto il secolo scorso, i Comuni hanno potuto costruire asili nido, scuole, ospedali, parchi, migliorando la vita delle persone nei paesi e nelle città.
Dal 2003 essa è diventata una Spa, con al suo interno numerose Fondazioni Bancarie e che, detto per inciso, l’attuale governo pensa di privatizzare ulteriormente. Oggi applica ai Comuni i normali tassi di interesse e finanzia esattamente la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di acqua, energia, rifiuti e trasporti.
Insomma usa i risparmi di oltre 20 milioni di persone per espropriarle dei loro beni comuni e dei loro servizi.
Come dicono a Napoli “cornuti e mazziati”.
Per questo pensiamo che CDP debba ritornare ad essere un Ente di Diritto Pubblico, come la sua omologa francese, per altro, e torni a finanziare gli investimenti dei Comuni, il riassetto idrogeologico del territorio, la ristrutturazione delle reti idriche, la messa in sicurezza degli edifici scolastici, la costituzione di comunità energetiche.
Perché, tenete presente che cdp ha in cassa circa 280 miliardi di euro che oggi sono indirizzati al soddisfacimento di interessi privatistici.
E chiudo con il quarto filone , sperando di non essere stato troppo noioso e tecnico ma i temi che ho trattato lo sono di default, con un breve racconto ed una esortazione.
All’inizio della pandemia, 2020, l’associazione di cui faccio parte da anni, Attac, lanciò insieme ad altre realtà l’idea di un percorso comune, non unitario, comune, che chiamammo “La Società della Cura”. Aderirono centinaia di realtà nazionali e locali, centinaia di cittadine e cittadini che in quella situazione avevano l’assoluta necessità di uno spazio politico nel quale discutere, analizzare, proporre, costruire mobilitazioni. E producemmo un sacco di lavoro e anche alcune mobilitazioni importanti.
E’ stata un’esperienza forte ed interessante che coglieva alcuni aspetti fondamentali: la necessità di non tornare a com’era prima perché era proprio il prima la causa di tutto quello che stavamo vivendo, la necessità di convergere, di uscire dai propri confini ed incontrare l’altra/o e la necessità di collocare le proprie specifiche lotte dentro ad un orizzonte di cambiamento radicale del modello di società in cui viviamo.
La pandemia è, per il momento, terminata e chi governa il mondo è prontamente ritornato al com’era prima, alle sue crisi, alla sua austerità, alle sue guerre e il conto, ovviamente lo pagheranno i soggetti più deboli.
La cosa però difficilmente accettabile e comprensibile è che anche quelle realtà, quelle persone che stavano dentro a quello spazio politico della Società della Cura, quelle e quelli che pensavano e, spero, pensano, tanto per sintetizzare, ad un altro mondo possibile, sono tornati all’interno dei propri confini, sono tornati anche loro, di fatto, al com’era prima.
Nella migliore delle ipotesi ci si ritrova perché qualcuno ti invita alla propria manifestazione, perché una determinata situazione, come quella, per esempio, del rigassificatore, ti impone una unità ampia per resistere.
Io penso che queste cose siano utili ma sono appunto convergenze parallele, sono momenti di indispensabile resistenza ma che in questa situazione, e se davvero vogliamo cambiare il sistema, abbiamo la necessità di convergere davvero, di trovare insieme spazi politici comuni, non unitari, comuni, all’interno dei quali contaminarci e trovare le forze necessarie non solo a resistere ma a porre fino in fondo e con successo idee, proposte, progetti per cambiare.
Roberto Melone
Attac Savona ( del direttivo nazionale)