DEL GOVERNO DEL COMPLESSO o DEL PREMIERATO

Dalla pg FB di Pierluigi Fagan

La nostra fase storica è sempre più complessa, la nostra società è sempre più complessa, il novero dei problemi che affollano le nostre forme di vita associata sono sempre più complesse. Tutto ciò si traduce in un aumento deciso del disordine.

È la quantità dei problemi, la ristrettezza delle soluzioni, l’intreccio degli uni e degli altri, i tempi sempre molto stretti per affrontare cose sempre più complicate a determinare l’aumento di disordine relativo. Qui disordine e complessità diventano sinonimi.

Sebbene però siano sinonimi, i due aspetti hanno nature diverse.

Il governo del disordine porta a reclamare ordine e l’ordine porta alla semplificazione. In termini di massima responsabilità politica, porta a rinforzare i poteri del premier o del presidente a seconda del sistema che uno Stato adotta. Nel caso italiano, l’attuale governo pare abbia intenzione di promuovere una riforma su ruolo, funzione e poteri del premier in direzione di maggior potere e minor capacità di interdizione parlamentare, lasciando più o meno (ma non del tutto) inalterata la funzione presidenziale. È un riflesso tipico dell’anti-democrazia.

Chi scrive non crede che il nostro sistema costituzional-parlamentare sia di per sé democratico quindi non lo si difende in nome dell’istituto democratico, è solo “meno” antidemocratico.

Regolarmente, quando la questione politica entra in fasi complesse e disordinate, il riflesso della minoranza dominante e governante, tende a spostarsi nel logos tripolitikos (governo dell’Uno, dei Pochi o dei Molti), verso il governo più semplificato dando sempre più poteri ad Uno.

Accadde ai primi anni Settanta, quando negli Stati Uniti d’America, in confluenza della disastrosa guerra in Vietnam, unitamente al movimento demografico che cresceva per i paesi non occidentali di contro quindi ad una contrazione relativa di questi, contrazione che poi sarebbe diventata di potenza come oggi vediamo e che portò anche alla decisione di Nixon di liberare il dollaro dal sottostante aureo, tramite il principe degli scienziati politici americani, promosse il concetto di “governabilità”.

In sostanza “troppi problemi, troppo complicati, troppe urgenze, semplifichiamo”. La ricetta di Samuel Huntington è contenuta nel famigerato rapporto: La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale (primo livello delle élite politiche e di governo economico e finanziario di USA-Europa-Giappone) del 1975, in pratica, la piattaforma di teoria politica di governo dell’ideologia neoliberale che da lì in poi andrà sempre più affermandosi sino agli sviluppi odierni. In quel caso, non c’era alcuna “crisi” della democrazia, anzi, era la semplice manifestazione di dinamiche sempre più democratiche a generare crisi di governabilità, quindi bisognava depotenziare la democrazia per permettere la necessaria governabilità. Dopo cinquanta anni di assidua, sistematica e scientifica decostruzione di quella che chiamavano “democrazia”, la missione è pienamente compiuta. Ma ora non basta più, ci vuole la seconda fase in direzione di poteri sempre più forti in poche o una sola mano.

Da notare come il discorso “cresce il disordine, ci vuole semplificazione, più poteri, più ordine, velocità e tempestività” sia un discorso di “senso comune”, nel senso che è un discorso la cui logica è facilmente condivisibile da tutti, anzi più si è sprovveduti politicamente, più è condiviso.

La questione è nota da più di duemila anni, quando cioè si notò già in quel dell’antica Atene, che i “fallimenti” del sistema democratico, via una fase demagogica che oggi chiamiamo populista, portavano a reclamare “naturalmente” il tiranno ovvero l’esatto contrario della democrazia.

Naturalmente, talli “fallimenti” possono avere due origini: quella naturale dato che in effetti l’istituto politico democratico è stato storicamente sempre sotto-determinato rispetto alle complessità socio-storiche o quella indotta. Basta non far funzionare la democrazia, o farla funzionare sempre peggio, sabotarla, non curarla e non evolverla ed ecco che “naturalmente” il suo istituto diverge dalle necessità del tempo politico in fasi di crescente complessità.

Così, la svolta che dalla democrazia porta sempre più all’oligarchia e quando non basta, dall’oligarchia (governo dei Pochi) alla “monarchia” (governo dell’Uno), essendo invocata dal basso, si presenta anche coi crismi della legittimità popolare.

Come è sempre accaduto quindi, eccoci oggi alle nuove iniziative del governo in carica sul premierato forte, un classico.

Dicevamo che disordine e complessità possono intendersi sinonimi sotto certi punti di vista, ma non per questo sono la stessa cosa. In realtà, il disordine che si nota negli affari pubblici e nella società, richiederebbe un aumento della complessità politica, un aumento di democrazia poiché la democrazia (quella reale non quella pervertita versione liberale o di “mercato”) è dei tre istituti del logos tripolitikos, quello che maggiormente va in direzione dell’auto-organizzazione sistemica.

Poiché sappiamo che i sistemi che mostrano maggiori capacità adattative alla complessità, sono appunto i sistemi auto-organizzati cioè quelli che prendono forma a seconda le esigenze di contesto (ad esempio i “mercati” nel caso economico), ecco che in maniera che ad alcuni potrà sembrare contro-intuitiva, alle fasi di maggior incremento di complessità e relativo disordine, si dovrebbe opporre maggior democrazia.

Questo perché, in politica, le soluzioni ai problemi passano per conoscenza, condivisione, partecipazione dei governati, in teoria fino a doverli far diventare governanti, cioè democrazia reale (o radicale). Sono i governati che dovrebbero meglio conoscere i problemi e decidere consapevolmente le soluzioni, l’adattamento che il governo della società dovrebbe fornire per sua missione istituzionale e funzionale, passa per questa diffusa consapevolezza e condivisione, come per altro avviene nella nostra vita individuale. Si richiede maggiore “autonomia”, non qualcuno che decida per noi, nessuno è in grado di decidere per noi, mai nella vita individuale qualcuno rimetterebbe la sovranità della decisione esistenziale nelle mani di qualcun altro, soprattutto nelle delicate fasi di “crisi”, non si capisce perché farlo nella dimensione sociale e politica.

Non è quindi un caso che da un po’ di tempo, promuovo lo sviluppo di un nuovo discorso sulla “democrazia radicale”. Sono non mesi ma anni che sì diagnostica la traiettoria degenerante verso incrementi continui ad anche a salto di complessità e quindi disordine delle nostre società occidentali e nello specifico europee, in questa fase storica. E come detto sono secoli che è noto in storia politica che a queste fasi di maggior complessità e disordine corrisponde il riflesso indotto dalle oligarchie governanti ad avere più poteri per farvi fronte, in un tripudio festante di ignoranza politica e storica. Si torni alla memoria dei primi Novecento.

Ignoranza vasta e spessa che abbraccia anche molta area critica. Continuate a spendere energia mentale nella critica al transumanesimo, al delirio tardo neoliberale, ai problemi dei generi sessuali, alla critica della finta climatologia, alla improbabile riformulazione del logos tripolitikos in chiave “popolo vs élite”, al reclamare sovranità monetaria o la pace.

Nel frattempo, com’è sempre accaduto, i poteri si arroccano dotandosi di decisionalità sempre meno contendibile poiché il fulcro di quella cosa assai complicata che chiamiamo “politica” è sempre e solo la risposta alla domanda: chi decide? l’Uno? I Pochi? I Molti?

[Lo schema allegato in realtà è nella versione del romano Polibio che introduce l’oclocrazia, in termini greci invece sarebbe la fase demagogica di cui il nostro attuale governo è perfetta e compiuta espressione]

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