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ALESSANDRO CARRERA 4 Maggio 2024
[HOUSTON]
Per comprendere cosa sta accadendo nei campus delle università americane bisogna ripercorrere la storia recente di ciò che di volta in volta, nella cultura degli Stati Uniti, ha occupato il posto del Male Assoluto. Durante la guerra fredda era il comunismo. Man mano che aumentava la consapevolezza della Shoah, e con la caduta delle pregiudiziali antisemite (durate negli Stati Uniti fino agli anni Cinquanta), il posto venne occupato dal nazismo. Negli stessi anni, però, il movimento per i diritti civili dei neri americani causò due mutamenti di prospettiva. Da un lato l’antisemitismo venne incorporato nel paradigma generale del razzismo. Dall’altro lato, la coincidenza della Guerra del 1967 con la radicalizzazione successiva all’uccisione di Martin Luther King generò una frattura sempre più marcata tra neri ed ebrei (in teoria uniti come “popoli della diaspora”), e che sfociò a volte in un aperto antisemitismo nero. Ma, poiché il Male Assoluto restava il razzismo, la persecuzione contro gli ebrei non poteva essere negata né relegata ai margini.
Le cose sono cambiate quando, in anni recenti, il posto del Male Assoluto è stato occupato dal colonialismo. Non perché il razzismo sia passato in secondo piano, tutt’altro, ma perché l’attuale senso comune accademico americano considera il razzismo quasi come un tratto genetico della razza bianca, e che come tale può indurre solo ad auto-espiazioni. La denuncia del colonialismo, invece, trova un’applicazione pratica nel concetto di decolonizzazione. Anche se l’epoca del colonialismo è finita, la decolonizzazione è una terapia post-traumatica che non troverà conclusione finché la cultura occidentale non sarà denudata dell’abito colonial-razzista che ancora, per quanto a brandelli, la ricopre. Senonché la presenza di Israele, ultimo stato colonialista occidentale (assimilato all’Occidente a dispetto della sua geografia), causa un intollerabile corto circuito. Se i bianchi sono per essenza colonialisti, e se gli ebrei sono stati ammessi fra i bianchi (compresi i mizrahim, gli ebrei del Nord Africa e del Medio Oriente che non erano mai stati considerati bianchi da nessuno), dunque gli ebrei sono colonialisti, non in quanto ebrei ma in quanto bianchi (l’antisemitismo, nonostante alcuni episodi vergognosi e per quanto i media abbiano strepitato in merito, non è in cima ai pensieri dei manifestanti, tra i quali ci sono anche parecchi ebrei anti-Netanyahu).
Il fatto poi che Israele si comporti davvero come uno stato colonialista toglie ogni ritegno allo studente bianco nei confronti della propria contrizione (è anche un gran sollievo trovare qualcuno che è più colpevole di te). È così che non ci si fanno problemi a indossare una kefia, gesto che in altri contesti verrebbe giudicato un’intollerabile appropriazione culturale. Per dire, a una manifestazione per i diritti dei nativi americani nessun bianco si metterebbe mai un copricapo di piume. Ma da un lato la kefia è la nuova maglietta di Che Guevara, e dall’altro i dispositivi che regolano ciò che è appropriazione culturale e ciò che non lo è nascono e muoiono nello spazio di un mattino, il che rende possibile che la kefia indossata da un non-palestinese venga condannata ieri, sdoganata oggi e magari guardata con sospetto domani.

È così che Israele, da stato-fratello degli Stati Uniti, è venuto a occupare il posto del Male Assoluto, un’entità metafisica della quale si può discutere solo per via negativa, come del resto in America si è sempre fatto. Stupisce infatti che rispetto alla mobilitazione, alle tendopoli, alle occupazioni di edifici, alle violenze e agli scontri con la polizia, le richieste degli studenti siano così modeste, nonché controproducenti. L’università deve rompere i rapporti con gli atenei israeliani! Ma spesso sono le università israeliane i centri della critica al governo di Netanyahu. L’università deve rompere i rapporti con le ditte che vendono armi ad Israele! Sta bene, ma chi mi assicura che la Boeing, ad esempio, per via di qualche subappalto di subappalto al quale è impossibile risalire non venda armi anche ad Hamas?
Limitarsi ad accusare gli studenti di ingenuità sarebbe sbagliato. Tra molti errori, anche vistosi, stanno costruendo una difficile, precaria comunità, dopo gli anni del Covid e nel bel mezzo dell’atomizzazione indotta dai social media.
Ma non vedono che così spianano la strada a Trump?
Così ha tuonato un conservatore anti-Trump dai microfoni della MSNBC. No, non lo vedono, come non vedono la necessità di favorire Biden, altrimenti detto “Genocide Joe”. Nemmeno gli studenti che ingaggiarono battaglia alla Convention Democratica di Chicago nel 1968 videro che stavano spianando la strada a Nixon.
Alla loro età, l’unica cosa che importa è combattere il Male Assoluto.

Il problema è che gli studenti americani sanno tutto del colonialismo, ma sanno ben poco del capitalismo, contro il quale infatti non protestano mai. Nelle varie liste dei peccati dell’Occidente compaiono colonialismo, razzismo, imperialismo, sessismo ecc., ma la parola capitalismo semplicemente non c’è. Quanti studenti della University of Texas at Austin, dove sono avvenuti scontri con la polizia, sanno che la loro istituzione riceve due miliardi e duecento milioni di dollari all’anno (sei milioni di dollari al giorno) dalle multinazionali del petrolio?
Con chi stanno queste multinazionali? Con Israele, con l’Iran, o con tutti e due? Contro chi esattamente gli studenti di Austin dovrebbero protestare?
Le facoltà umanistiche americane sono piene di professori che ti spiegano le ultime tendenze del marxismo, del femminismo, della gender theory, del postcolonialismo e dell’animalismo. Ma l’idea più rivoluzionaria sarebbe quella di insegnare i fondamenti del capitalismo (era anche l’idea di Marx quando ha scritto il Capitale, no?). A parte quelli che conseguono il dottorato nelle Business Schools, gli altri non ne hanno idea, neanche se ci vivono dentro.
Chiedere loro come funziona il capitalismo globale è come chiedere a un pesce che cos’è l’acqua, e il pesce non lo sa finché l’acqua non gli manca. Oppure bisognerebbe chiedere ai 34.000 studenti della mia università come mai sul campus della University of Houston – che vanta l’etnia più differenziata tra tutte le università americane, con moltissimi giovani arabi iscritti a ingegneria ed economia, e che offre programmi di Arab Studies e di Jewish Studies – nei giorni delle rivolte non è successo niente, assolutamente niente. C’è stata qualche riunione di studenti pro-Palestina, hanno condannato Israele e se ne sono tornati nei loro appartamenti a prepararsi per la loro carriera nell’industria dell’energia. Anche questo dovrebbe far pensare.