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by Ignazio Alcamo 7 Maggio 2024
Fonte Immagine: Tamar Petroleum via Albatros Aerial Perspective Ltd.
Il conflitto in Medio Oriente è solamente la punta di un iceberg che nasconde una scomoda verità per il continente europeo: la sicurezza energetica è un miraggio e le attuali dinamiche geopolitiche potrebbero richiedere un ripensamento delle recenti decisioni in materia.
La guerra in Ucraina ha messo in luce la dominanza del gas e delle fonti fossili di origine russa nei mercati energetici e ha permesso a Mosca di esercitare una forte influenza sulle dinamiche di sicurezza energetica europea. Le turbolenze scaturite dal conflitto, insieme all’aumento dei prezzi dell’energia, hanno spinto i paesi e le istituzioni europee a cercare soluzioni alternative per diversificare le loro fonti di approvvigionamento energetico e ridurre la dipendenza dal gas russo.
Questi sforzi si concentrano soprattutto sul rafforzamento degli accordi esistenti e sulla ricerca di nuovi partner e vie alternative di approvvigionamento. Sebbene le energie rinnovabili e, in misura minore, il nucleare siano considerate le fonti energetiche più affidabili e pulite, sono ancora limitate da ostacoli tecnologici, da limitata diffusione, e da controversie politiche tra Stati membri ed istituzioni comunitarie, rendendole soluzioni a medio-lungo termine. Di conseguenza, sembra quasi scontato affermare che, nei prossimi anni, i combustibili fossili continueranno a essere la principale fonte energetica in molti settori, tra cui l’industria, la produzione di energia elettrica, i trasporti e i servizi.
Tra i paesi con i quali sono stati stretti accordi di cooperazione e sviluppo nel settore energetico vanno segnalati l’Egitto e, soprattutto, Israele. In data 15 giugno 2022, infatti, è stato firmato un memorandum d’intesa trilaterale tra questi due paesi e la Commissione Europea, riguardante la cooperazione in materia di commercio, trasporto, ed esportazione di gas naturale verso l’Ue, soprattutto sotto forma di gas naturale liquefatto (Gnl).
Questo perché l’area del Mediterraneo orientale è diventata negli ultimi anni un hotspot energetico fondamentale in seguito alla scoperta di giacimenti di petrolio e gas nei fondali marini, come quelli di Zohr, Leviathan, e Aphrodite. Dal 2009, anno della scoperta dei primi giacimenti, si è scatenata un’intensa competizione tra le principali multinazionali energetiche per le licenze di esplorazione e sfruttamento, alimentando una nuova competizione geopolitica per le risorse tra i principali attori dell’area, soprattutto Turchia, Cipro, Israele, Egitto, e Grecia.
Al fine di visualizzare concretamente la portata di questo fenomeno, basti pensare che uno studio dello Us Geological Survey datato 2020 ha stimato la presenza di risorse equivalenti a circa 900 milioni di barili di petrolio e fino a poco meno di 300 trilioni di piedi cubi di gas naturale. In particolare, Israele è stato uno dei principali beneficiari delle scoperte di gas naturale nell’area del Mediterraneo orientale. Lo sfruttamento dei giacimenti nella sua zona economica esclusiva ha significativamente rafforzato la sovranità energetica del paese, riducendo la sua dipendenza dalle importazioni e la vulnerabilità alle fluttuazioni dei mercati internazionali.
La crisi energetica europea causata dalla guerra in Ucraina ha aperto nuove opportunità di capitalizzare su queste risorse e di emergere come partner strategico per i paesi europei e mediorientali. Nel 2022, le esportazioni di gas israeliano verso l’Egitto sono aumentate del 49%, principalmente tramite il gasdotto sottomarino che collega Ashkelon con la città egiziana di al-Arish. Qui, il gas viene liquefatto e inviato sotto forma di Gnl nei terminal europei.
L’accordo tra l’Ue e i due partner mediorientali era destinato ad essere un pilastro cruciale della nuova strategia europea per la sicurezza energetica, basata sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e dei paesi fornitori. Questa strategia, oltre a ridurre la dipendenza dell’Ue dalla Russia, avrebbe dovuto rafforzare la sua credibilità nella gestione delle emergenze energetiche.
Tuttavia, la geopolitica è spietata e imprevedibile, e la regione del Medio Oriente, nota per la sua instabilità, rappresenta un terreno fertile per crisi politiche e militari. Gli eventi del 7 ottobre e quelli successivi hanno scosso la regione il “Mediterraneo allargato”, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza energetica. Le rappresaglie degli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb hanno causato gravi interruzioni al traffico marittimo globale, mettendo a rischio le forniture di petrolio e gas naturale provenienti dai paesi del Golfo Persico.
Sebbena la situazione nel Mar Rosso sia grave, altrettanto preoccupante è quella dentro il bacino del Mediterraneo,dove il conflitto ha inflitto gravi danni alle attività di estrazione, produzione e spedizione di risorse energetiche verso l’Europa. Israele è stato costretto a dirottare la produzione nazionale di gas per sostenere lo sforzo bellico, determinando la chiusura temporanea delle attività di estrazione nel giacimento Tamar, gestito da Chevron, e del porto di Ashkelon, cruciale hub per l’importazione di petrolio e il trasporto di gas verso l’Egitto.
Sebbene queste infrastrutture siano state successivamente riaperte, i danni causati dalle interruzioni sono stati significativi, influenzando sia l’approvvigionamento interno che le esportazioni di gas, con conseguenti problemi sia a livello macroeconomico che geopolitico. In particolare, sia l’Egitto che la Giordania, principali acquirenti del gas israeliano, si sono trovati improvvisamente di fronte a gravi carenze di approvvigionamento rispetto alla crescente domanda interna.
La Giordania, uno dei paesi più dipendenti dal gas estero (con circa il 92% della sua fornitura energetica importata secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia), si è trovata in una posizione difficile, costretta a gestire sia le richieste di interruzione dei rapporti con Israele da parte della popolazione, che la carenza di energia necessaria per sostenere l’economia e la società civile. L’Egitto si trova anch’esso in una situazione estremamente volatile, provenendo da un periodo caratterizzato da una generale diminuzione di produzione nazionale di gas naturale e di maggiore domanda interna, che si è tradotta quindi in una diminuzione delle esportazioni.
Oltre alle necessarie considerazioni di natura macroeconomica, le implicazioni di questi eventi sono principalmente di carattere geopolitico. Il rischio di un conflitto regionale più ampio o il collasso delle società civili in Egitto, Giordania, e Libano, quest’ultimo particolarmente vulnerabile con il coinvolgimento diretto di Hezbollah, minacciano gravemente la sicurezza energetica e le ambizioni geopolitiche europee.
Infatti, la ricerca di “autonomia strategica” nei settori chiave, unitamente alle politiche di vicinato e cooperazione economica con i paesi del “Mediterraneo allargato” e del Medio Oriente, diventano ulteriormente complesse e cruciali. Data la natura intrinseca di interconnessione tra fonti energetiche, un possibile aumento dei prezzi e una minore disponibilità di petrolio e gas impatterebbe il mercato delle materie prime a livello globale. Un rapporto redatto dalla Banca Mondiale nell’ottobre 2023 delineava tre possibili scenari relativamente alle tensioni in Medio Oriente sui prezzi del petrolio, con il più rischioso che potrebbe riproporre dinamiche simili a quelle della crisi petrolifera del 1973, causando un aumento del prezzo del petrolio tra il 56 e il 75%.
Questo avrebbe conseguenze drammatiche per l’Europa, già alle prese con la sostituzione delle importazioni di gas russo dopo la guerra in Ucraina. Come già sottolineato, le rappresaglie dei ribelli Houthi nello stretto di Bab el-Mandeb costituiscono già un grave disagio per il commercio internazionale e le spedizioni di materie prime verso l’Europa. Inoltre, lo stretto di Hormuz, già soggetto a sabotaggi, potrebbe subire un embargo, compromettendo le rotte di esportazione di petrolio verso l’Europa e l’Asia.
Dal punto di vista geostrategico, l’Europa si trova da anni in una posizione di eccessiva dipendenza energetica dall’estero, e gli scenari geopolitici riguardanti lo “spazio vitale” europeo si stanno pian piano esacerbando sempre di più. Infatti, oltre alle tensioni nel Levante e nel Medio Oriente, non bisogna dimenticare le controversie riguardanti il Caucaso, soprattutto l’Azerbaijan e l’Armenia e le questioni relative al conflitto in Nagorno-Karabakh.
Baku infatti è sì un paese ricco di gas naturale con il quale esistono già interconnessioni infrastrutturali (i gasdotti Scp e Tanap, il quale poi si collega al Tap che passa per Grecia ed Albania e arriva fino in Italia), ma la sua posizione in merito allo storico conflitto con Yerevan e l’appoggio alle aggressive politiche espansionistiche turche rischiano di farlo passare come un partner inaffidabile per l’Unione Europea.
Inoltre, è lecito ricordare anche la situazione di Libia e Algeria, paesi già da tempo destabilizzati da conflitti interni, sommosse popolari e instabilità economica. Particolarmente rilevanti sono i fatti riguardanti l’Algeria, dove alcune dispute con il Marocco hanno portato alla chiusura del gasdotto Maghreb-Europe nel 2021. Infine, è lecito ricordare come le attuali prospettive inerenti il conflitto a Gaza rendono quantomeno incerta la realizzazione del gasdotto EastMed-Poseidon, progettato per collegare direttamente i giacimenti israeliani a Cipro, Grecia e, successivamente, al resto d’Europa.
A questo punto, Quali azioni dovrebbe intraprendere l’Unione Europea per affrontare queste gravi lacune nella sicurezza energetica? La situazione di estrema instabilità politica, economica e sociale nel vicinato europeo richiede un notevole sforzo diplomatico da parte degli Stati membri e dell’Unione stessa per contenere il propagarsi di ulteriori problemi che minacciano la sicurezza. L’Ue si trova ad agire come un attore geopolitico “realista”, anche se è stata originariamente concepita come un organo regolatore e mediatore degli interessi nazionali dei suoi membri.
Il fatto che non essendo l’Ue uno stato e non avendo quindi un interesse nazionale proprio, unitamente alla presenza di asimmetrie di interessi tra gli Stati membri, ha inevitabilmente portato a decisioni strategiche che favoriscono talvolta alcuni paesi a scapito di altri. Questa disuguaglianza ha spesso prodotto scelte non ottimali nel lungo termine: Se nel 2022 l’Ue ha cercato di disimpegnarsi dalle fonti energetiche russe, ora la complessità della situazione suggerisce la necessità di riconsiderare alcune delle decisioni prese, soprattutto nel settore energetico.
Le alternative non sono molte, perché le spedizioni di Gnl dagli Stati Uniti possono funzionare solo sul breve termine come soluzione temporanea per sopperire alle carenze di gas naturale nel continente. Infatti, i costi e i tempi di attesa per le consegne rischiano di essere eccessivi sul lungo termine. È evidente che, oltre a una revisione complessiva della strategia di diversificazione delle fonti energetiche e dei partner, i paesi europei dovrebbero concentrarsi sul potenziamento dello sfruttamento delle loro limitate risorse fossili, sull’ampliamento delle interconnessioni infrastrutturali tra i vari paesi e, soprattutto, sull’incremento delle fonti di energia rinnovabile e nucleare.