Dalla pg FB di A. Volpi 20/06/2024
La legge approvata in corsa sulla cosiddetta Autonomia differenziata è davvero devastante perché produce profonde disuguaglianze sociali. Le ragioni in tal senso sono molte ma io mi soffermo su tre elementi che mi sembrano decisivi, e inaccettabili. Il primo è costituito dalla struttura del gettito tributario del nostro Paese. Le entrate tributarie sono state in Italia pari a poco più di 550 miliardi di euro da qualche anno, con una tendenza alla riduzione, al netto degli effetti dell’inflazione. Di queste entrate, circa 520 miliardi provengono da quelle di natura erariale, composte in larga parte dall’Irpef, che da sola vale 200 dei 280 miliardi delle imposte dirette, e dall’Iva, che vale circa 160 dei 240 miliardi delle imposte indirette. Le entrate tributarie di natura territoriale, invece, sono state pari solo a 62 miliardi. Dunque, abbiamo un sistema dove il prelievo fiscale centrale è largamente predominante e ha quindi la necessità vitale di trasferimenti dal centro a Regioni e Comuni. Questa dipendenza, peraltro, si è accentuata nel tempo; le risorse proprie delle Regioni sono state affidate ormai da tempo all’Irap e all’addizionale Irpef che, soprattutto nel primo caso, hanno subito una sensibile riduzione sia in termini di aliquote sia per la contrazione della base imponibile. Anche le entrate dei Comuni, a cominciare dall’Imu, si sono assottigliate per l’assunzione di una larga porzione del gettito da parte dello Stato. In altre parole, negli ultimi anni si è cancellata ogni traccia di federalismo fiscale e si sono affidate le sorti di Regioni e Comuni ai trasferimenti dello Stato e ai fondi perequativi sul cui destino non si trova traccia né nella delega fiscale né nella legge sull’autonomia. Non è quindi in alcun modo comprensibile allo stato attuale come avverrebbe la copertura finanziaria delle nuove funzioni che le Regioni chiederanno di assumere, né, soprattutto, come si finanzierà il mantenimento dei cosiddetti “livelli essenziali delle prestazioni”, in particolare nelle zone dove il gettito fiscale “centrale” è minore perché più povere.
C’è poi un secondo aspetto che si lega a una simile indeterminatezza. Non specificare la natura delle entrate fiscali che stanno alla base della sostenibilità dell’autonomia differenziata consente di perpetuare una narrazione sbagliata, costituita dalla tesi dei “residui fiscali”, secondo cui alcune Regioni versano allo Stato più di quanto ricevano. Si tratta appunto di una narrazione dato l’attuale sistema fiscale italiano. È evidente infatti che l’Irpef pagata in Lombardia non è relativa soltanto ad attività che si svolgono in quella Regione ma risulta interamente “lombarda” soltanto perché l’imposta è pagata dove società che operano anche in altre zone del Paese hanno scelto di porre la loro sede fiscale. In altre parole, la geografia fiscale non coincide con la reale geografia economica del Paese e ha poco senso, alla luce di ciò, immaginare residui fiscali assai difficili da calcolare.
Infine esiste un terzo aspetto più generale. La delega fiscale, pur accennando alla necessità di operare a saldo zero, determinerà una sensibile riduzione del gettito sia attraverso l’Irpef, in particolare di quella versata dagli autonomi, già ora quasi inesistente, sia mediante l’abbattimento della pressione sui redditi da capitale, sui rendimenti finanziari e sulle rendite immobiliari, mettendo tutto in un unico calderone con aliquote fortemente ridotte, volte a fare concorrenza all’evasione piuttosto che combatterla. In tali condizioni, il finanziamento degli indispensabili trasferimenti dal “centro” alle Regioni e agli enti locali si contrarranno inevitabilmente, con buona pace della sanità e della spesa sociale.
Mi sembra chiaro che in questo modo, con l’appropriazione delle risorse fiscali in base alla retorica dei residui da parte di poche Regioni ricche e senza alcuna reale forma di perequazione, con un gettito complessivo ridotto dalle flat tax, dalla pervasività dei crediti fiscali e dall’evasione, l’Autonomia differenziata creerà vuoti enormi nei servizi essenziali che saranno “coperti” con la privatizzazione dei medesimi servizi, a cominciare dalla sanità.
Autonomia e smantellamento dello Stato sociale a tutto vantaggio delle privatizzazioni, sono due facce della stessa Destra.