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Ettore Rivabella – 14 Luglio 2024
Le privatizzazioni, dalla “crociera sul Britannia” in poi, hanno sempre mancato i loro obiettivi primari, non hanno determinato un aumento di produttività, non hanno ridotto il Debito Pubblico ma hanno causato la perdita di interi asset strategici per l’Economia Nazionale. I governi italiani si sono dimostrati incapaci di imprimere una spinta propulsiva al “sistema Italia”, tale da farlo finalmente uscire da un periodo ormai troppo lungo di recessione/stagnazione. Manca tuttavia il coraggio di pensare a qualcosa che possa mettere tutto a sistema. Ora il modello IRI probabilmente non sarebbe più attuale, ma nulla vieta, come ad esempio accade Francia, che venga tutto coordinato da una agenzia denominata “Agence des participations de l’État (APE)”. Ma forse è chiedere troppo a qualunque Governo dell’attuale Repubblica e alla sua classe politica ed imprenditoriale.
Periodicamente il tema delle privatizzazioni torna alla ribalta della cronaca. Prima in un’ottica di efficientamento delle attività industriali gestite dallo Stato, in nome della tutela del consumatore e del corroborante effetto determinato dalla concorrenza, poi per esigenze di bilancio e perché “lo voleva l’Europa”. Con queste ed altre motivazioni, nel corso dei decenni, abbiamo perso interi settori della chimica, dell’agroalimentare, della siderurgia, della metallurgia e della metalmeccanica, asset strategici importanti e capacità di incidere sulle scelte di interi comparti di interesse nazionale. Il Presidente del Consiglio Meloni e il ministro Giorgetti hanno previsto con le privatizzazioni di realizzare, nel triennio 2024-26, un gettito pari a circa un punto di PIL, cioè circa 20 miliardi di euro. Il processo è di per sé semplice e perverso, si punta essenzialmente ad un profitto nell’ottica del breve periodo, con la prospettiva di distribuire ricchezza pubblica nelle mani di investitori e privati, dando l’illusione di limare il debito pubblico che però è destinato a crescere nei prossimi anni, stando alle previsioni di primavera della Commissione Europea. D’altronde, se la dismissione di partecipazioni può rappresentare una soluzione per reperire delle risorse nel breve periodo, è importante anche ricordare che così facendo lo stato perde la possibilità di partecipare in parte ai profitti di queste imprese.
Quindi si è iniziato con il collocamento di un altro 12,5% del Monte dei Paschi di Siena, dove la “mano pubblica” scende al 26,73% della banca senese. L’offerta, avvenuta a uno sconto del 2,49% (4,15 euro per azione) si è tradotta in un incasso di 650 milioni per via XX Settembre. Si tratta del secondo collocamento di azioni da parte del Mef dopo il 25% ceduto a novembre 2023.
Si è poi proceduto proponendo la vendita del 2,8 per cento del capitale di ENI, pari a 1,4 miliardi di euro, da parte del Ministero dell’Economia, cosa che ha provocato una risposta univoca, per una volta, da parte di tutte le Confederazioni Sindacali CGIL, CISL, UIL, e UGL in testa. Altrettanto negativa è stata la reazione, da parte delle Organizzazioni dei Lavoratori, alla notizia della cessione “di una ulteriore quota della partecipazione diretta” del ministero” in Poste Italiane, che però “dovrà consentire il mantenimento di una presenza dello Stato al relativo capitale non inferiore al 35%, anche per il tramite di società direttamente o indirettamente” controllate dal Ministero dell’Economia, tale vendita frutterebbe allo Stato 4,4 miliardi di euro.
Oltre ai sindacati reagisce anche l’opposizione che con Misiani dichiara “la privatizzazione voluta del governo è totalmente slegata da un qualsivoglia disegno di politica industriale. Le parole di Giorgetti hanno di fatto confermato che è prevista solo per fare cassa. Aprendo incognite sulla tenuta dell’occupazione e della rete di uffici sul territorio di un’azienda di primaria importanza che svolge però un servizio pubblico universale e una funzione sociale nel Paese”.
Reazioni ancor più ostili hanno accolto la scelta del Governo Meloni di cedere una quota di minoranza in Rai Way, con l’obbligo di non scendere sotto il 30% delle proprie quote azionarie. L’obiettivo è arrivare alla fusione con Ei Towers, società per azioni italiana, proprietaria dell’infrastruttura di rete necessaria alla diffusione e trasmissione del segnale del gruppo Mediaset. Questo ovviamente fa evocare alla Sinistra e alla CGIL un possibile regalo post mortem a Berlusconi.
Oltre alla opposizione di Sinistra anche Casapound ha dato impulso alla protesta contro questa nuova ondata di privatizzazioni, organizzando una serie di blitz dimostrativi e proponendo una raccolta di firme contro la decisione del Governo Meloni, affermando che “Le passate privatizzazioni non hanno certamente risolto il problema del debito pubblico e non lo risolveranno quelle che il governo ha ipotizzato per ENI, Poste, Ferrovie dello Stato ed altri settori” e chiedendo “al governo di mettere in campo quelle politiche industriali e di crescita tanto promesse in campagna elettorale e di non seguire la scia di chi negli anni ha svenduto pezzo per pezzo l’Italia, agitando lo spauracchio del debito pubblico e dimostrando di non aver nessun tipo di visione strategica in campo economico, seguendo soltanto interessi sovranazionali” e affermando “Invece che privatizzare servono piani strategici che nascano da questa visione: investire sul nucleare per garantirci finalmente una sovranità energetica, riscoprire una vocazione agricola partendo dai soggetti che già agiscono sul territorio, investire sul lavoro e sulla partecipazione dei lavoratori per garantire un futuro al nostro popolo, ritrovare e difendere una identità nazionale oggi sotto attacco da ogni parte” .
Interessante poi e poco evidenziata dai media è la dismissione di “Bonifiche Ferraresi” che controlla alcune strutture dell’agroindustria italiana, i Consorzi Agrari Italiani e Federbio, quindi realtà monopolista della cosiddetta agricoltura biologica, ma nel contempo distributrice di prodotti OGM, coltivando vasti appezzamenti in Africa, facendo accordi con il Kazakistan, con un processo similare a quello delle delocalizzazioni del settore industriale.
Questo avviene nell’ottica di una Italia che si sta trasformando da paese di produzione agricola a snodo di trasformazione agroalimentare di prodotti provenienti da nazioni terze, la perdita anche di questo asset strategico fa il paio al cosiddetto made in Italy alimentare, dove pezzi importanti dell’industria alimentare nazionale sono stati negli ultimi decenni acquisiti da grandi società estere e quindi, ad esempio, le più conosciute aziende di produzione dell’olio di oliva appartengono ormai ad una multinazionale spagnola, mentre la francese Lactalis controlla buona parte dei marchi italiani nel settore caseario, con la possibilità che, anche in questo caso, si possano aprire varchi che finiranno per favorire di interessi stranieri.
Facciamo ora un passo indietro e vediamo da dove nascono queste infauste scelte e cosa le hanno determinate.
Senza voler riportare il tutto alla ormai iconica rappresentazione della “crociera del Britannia” tutto ha inizio dal D.L. 333 dell’11 luglio 1992, riguardante “Misure di risanamento della finanza pubblica” ad opera del Governo Amato, appena insediatosi, dopo una fortissima turbolenza speculativa che aveva investito l’Italia stretta nella morsa di una crisi politica, giudiziaria, economica e finanziaria di proporzioni mai viste nella storia repubblicana.
Oltre al famoso prelievo forzoso sui conti correnti dei cittadini italiani, il Decreto prevede una serie precipitosa di dismissioni di aziende pubbliche, che avviano ed accelerano una nuova fase della politica economica italiana, che possiamo affermare essere tuttora operante ed imperante. In effetti questo Decreto rappresentava una soluzione di continuità con una strategia, tradizionalmente, autenticamente e fortemente italiana che, nei decenni, aveva caratterizzato il fil rouge dell’interventismo statale per circa un secolo. Partendo dalle Ferrovie dello Stato nate nel 1905 dalla statalizzazione di numerose linee ferroviarie italiane, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni che, con la legge 305 del 4 aprile 1912 ad opera del Governo Giolitti, prevedeva la nazionalizzazione di tutte le Assicurazioni operanti nel ramo vita, mentre nel 1953 con la legge 136 del 10 febbraio viene istituito l’ENI Ente Nazionale Idrocarburi e nel 1962 Fanfani procede alla istituzione dell’ENEL Ente Nazionale Energia Elettrica, con la legge del 6 dicembre n. 1643.
Si tratta quindi di un lungo processo peculiarmente italiano che, da Francesco Saverio Nitti e il suo assistente Alberto Beneduce, che ritroveremo alla guida dell’IRI, vede delinearsi il tema congiuntamente costruito della programmazione economica e della politica industriale, nonché della nazionalizzazione come strumento di entrambe. Da quel fatidico 1992 possiamo valutare in 160 miliardi di dismissioni in termini di valore delle nostre aziende pubbliche, con un risultato fortemente negativo sia nella reale capacità di ridurre il deficit del bilancio statale, sempre e comunque in costante aumento, sia in termini di perdita di controllo strategico in settori fondamentali della nostra economia.
La stessa Corte dei Conti afferma che anche dal punto di vista della qualità gestionale e della generazione di redditività da parte delle aziende privatizzate, il risultato ottenuto è praticamente zero e l’apparente maggiore reattività è dovuta in principal modo ad una spregiudicata politica tariffaria, che ha visto quelle stesse tariffe aumentare a danno dei cittadini. Questo senza considerare alcuni casi eclatanti come la privatizzazione di Telecom, per non dire la vendita a prezzo di saldo della Società Autostrade e tutto quello che è stato in termini di mancata manutenzione, di enormi guadagni assicurati a gruppi privati e della ipotizzabile incuria che ha determinato la tragedia del Ponte Morandi, evitiamo poi le tristi sequele che hanno caratterizzato le privatizzazioni di Alitalia e dell’ILVA, storie ancora da concludere e avvolte nella nebbia dell’irrisolto.
A fronte di un bilancio delle privatizzazioni globalmente e ripeto fortemente negativo le Società rimaste sotto il controllo statale hanno dimostrato un andamento positivo e la capacità di affrontare le sfide del mercato. Tra l’altro, Fincantieri, Poste, ENI, ENEL, Leonardo hanno il loro top management, Amministratori Delegati, membri dei Consigli di Amministrazione scelti dalla politica, ma di fatto rispondenti a canoni stretti e puri di mercato, quindi, di fatto, la politica, immediatamente dopo le nomine, assume un ruolo marginale, venendo il top management valutato ed eventualmente riconfermato in base ai risultati che il mercato giudica positivi. Quindi si può concludere che la politica perde persino il potere indiretto di orientamento, di indirizzo strategico generato dalle loro nomine, creando una situazione del tutto paradossale.
Detto questo e ritornando al discorso relativo alle privatizzazioni, le indicazioni del Governo Meloni confermano la volontà di procedere su una strada che ha già evidenziato notevoli criticità, seppur mantenendo il controllo sulle aziende partecipate, senza avviare una verifica dei risultati delle precedenti cessioni di quote azionarie di proprietà pubblica a privati, optando per recuperare un ruolo chiave alla “politica industriale” in un ottica responsabilmente concertativa, spinta verso una reale partecipazione dei produttori, attraverso l’applicazione compiuta dell’articolo 46 della Costituzione. Infatti certamente le privatizzazioni mancarono i loro obiettivi primari, non determinarono un aumento di produttività, non ridussero il Debito Pubblico e causarono la perdita di interi asset strategici per l’Economia Nazionale. Inoltre, l’incapacità di imprimere una spinta propulsiva al “sistema Italia”, tale da farlo finalmente uscire da un periodo ormai troppo lungo di recessione/stagnazione, ulteriormente aggravato da una gestione della crisi pandemica non priva di errori e contraddizioni, invita a pensare se non sia opportuno rivedere le scelte precedentemente fatte.
Tra l’altro in Europa, come giustamente sottolineato da Filippo Burla in un suo intervento, l’Italia non è certo l’unica a mantenere aziende controllate o partecipate dalla mano pubblica, anzi in Francia, seppur nominalmente privato, l’intero settore elettrico può dirsi pubblico, infatti EDF Électricité de France è il principale operatore. Se poi si analizzano altri settori non si può non ricordare la levata di scudi di Macron a fronte dell’acquisizione da parte di Fincantieri dei Cantieri di Saint Nazaire, per non parlare poi del settore automobilistico e delle “tristi” vicende del gruppo Stellantis, ex FIAT, nella fattispecie possiamo notare che lo Stato francese partecipava al capitale PSA, cioè al gruppo Peugeot, partecipazione che è stata mantenuta ed ulteriormente potenziata nel momento in cui Peugeot e FIAT si sono fuse, in realtà avvenne un’acquisizione da parte di Peugeot ai danni della nostra FIAT. Il mantenimento da parte della Francia di questa partecipazione, le ha permesso di agire al fine di indirizzare la politica del gruppo, che poi è politica industriale per eccellenza vista l’importanza del settore dell’auto, superato, forse dal settore siderurgico, altra dolente nota per l’Italia, dove il caso ILVA torna periodicamente prepotentemente alla ribalta, tuttavia in questo caso le scelte del Governo Meloni appaiono particolarmente coraggiose ed innovative, agendo immediatamente per commissariare una realtà controllata da un gruppo indiano il cui obiettivo sembrava quello di portare al totale annichilimento del più grande polo siderurgico europeo, probabilmente trasferendo il portafoglio clienti in dote a casa madre.
Certo l’Amministrazione straordinaria non è la soluzione definitiva e forse la strada maestra potrebbe essere, nazionalizzare, bonificare, produrre; perché la siderurgia è un indispensabile asset strategico per l’industria italiana e forse non è opportuno affidarla a mani straniere, perché la bonifica è un percorso indispensabile per la rinascita di Taranto e per ricreare un corretto rapporto tra economia, territorio e popolazione, perché il Lavoro deve essere elevato al pari del Capitale a soggetto dell’impresa e non più a mero costo, applicando, giusto in momenti di crisi, in cui è necessaria una vera coesione sociale, forme di partecipazione e cogestione che responsabilizzino i lavoratori e li rendano artefici del loro futuro, come prevede l’articolo 46 della Costituzione repubblicana, così come previsto dalla Mitbestimmung tedesca e trova interessanti applicazioni anche negli USA, in Francia, nei paesi scandinavi e in altre nazioni socialmente evolute. Per fare tutto questo ci vorrebbe però una vera classe politica, dotata di quel coraggio ad essa ormai inusuale e di uno spirito realmente rivoluzionario che rinsaldi i legami comunitari, in un afflato unitario che punti con forza e fermezza alla rinascita della Nazione, di questo sarà capace il Governo attuale?
Abbandoniamo questi voli pindarici o forse queste speranze mal riposte e riproponiamo quello che è il vulnus della questione: questo debito pubblico che continua a crescere, se non si segue la strada delle privatizzazioni per fare cassa, che altro si può fare per ridurlo?
In questo ci aiuta Maurizio Castro, che, in un suo recente intervento, cita Giuseppe Guarino, valente giurista italiano e ultimo Ministro delle Partecipazioni Statali, prima della soppressione del ministero, abolito dal Referendum abrogativo del 1993, questi aveva predisposto un piano che avrebbe consentito una significativa valorizzazione del patrimonio pubblico con conseguente variazione del suo utilizzo. Altra opportunità, evidenziata sempre da Maurizio Castro, può essere l’efficientamento della Pubblica Amministrazione, attraverso una sua riforma radicale.
Infatti, secondo gli studi internazionali più autorevoli, a 10 punti di efficienza recuperati corrisponde un incremento del PIL pari ad un punto percentuale, siccome, in un orizzonte temporale tra i tre e i cinque anni, si possono oggettivamente prevedere recuperi di efficienza nella Pubblica Amministrazione intorno ai 30 punti, una imponente quantità di risorse potrebbe essere messa a disposizione ed utilizzata nella giusta direzione. Inoltre questo processo di valorizzazione dovrebbe realizzarsi in chiave partecipativa. La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende non può essere confinata soltanto nell’arena delle aziende private, deve animare anche i processi di autoristrutturazione delle pubbliche amministrazioni, alle quali deve essere consentito una forte attività contrattuale che potremmo chiamare se fosse nel privato di secondo livello. Sarebbe quindi un cambio di passo rispetto alla tradizionale centralizzazione normativa della Pubblica Amministrazione, mentre probabilmente maggiore autonomia contrattuale, potrebbe generare, liberare ed affrancare una energia competitiva alimentata dalla partecipazione stessa. Sarebbe quindi opportuno cominciare a valutare soluzioni alternative alla sostanziale svendita dei “gioielli di famiglia” per fare cassa, anzi si dovrebbe prendere atto che nonostante una sequela di privatizzazioni totali o parziali, al momento lo stato è ancora uno dei protagonisti dell’economia e specificatamente dell’economia industriale, della manifattura, dei servizi e questa sua presenza andrebbe valorizzata, coordinata e attivata.
Lo Stato deve quindi recuperare un ruolo che non può essere solo quello di designare ogni tre anni il Top Management e i vari membri dei CDA in base alla maggioranza politica del momento e neppure accontentarsi di ritirare annualmente ricchi dividendi da Società che hanno spesso buone, se non addirittura ottime redditività, tra queste tra l’altro quelle di cui è prevista la cessione di importanti quote azionarie. Sono sempre più evidenti le criticità determinate dalla mancanza di un ”cervello”, si deve avere il coraggio di mettere tutte queste “partecipazioni” a sistema, parliamo di asset strategici come ENI, SAIPEM, SNAM, che gestisce tutta la rete dei metanodotti, ENEL che è uno dei principali produttori di energia a livello mondiale, con partecipate in Europa, come la spagnola Endesa, in Sud America, che costruisce centrali nucleari all’estero, visto che in Italia non gli è permesso, Leonardo che opera nel settore della difesa, Fincantieri attiva nel settore della cantieristica navale sia civile che militare. Manca tuttavia il coraggio di pensare a qualcosa che possa mettere tutto a sistema, ora il modello IRI probabilmente non sarebbe più attuale, ma nulla vieta, come ad esempio accade e ritorniamo al caso francese, che venga tutto coordinato da una agenzia che in Francia si chiama Agence des participations de l’État (APE), ma forse è chiedere troppo a qualunque Governo dell’attuale Repubblica e alla sua classe politica ed imprenditoriale.