Dal blog https://volerelaluna.it
02-08-2024 – di: Elisabetta Grande
Camaleontica, capace di surfare a meraviglia sui temi caldi senza offrire una precisa opinione, pronta a cambiare radicalmente posizione qualora politicamente per lei più profittevole: è questo il profilo che ci consegna la passata carriera politica di Kamala Harris, ormai certa futura candidata del partito democratico alle presidenziali 2024. Stimata, anche se non proprio amata, per queste abilità di grande massimizzatrice di opportunità, non appena la fortuna le ha aperto il varco sulla corsa presidenziale, la Harris ha ancora una volta saputo giocare bene le sue carte. Dopo l’annuncio del ritiro di Biden, la vice presidente si è subito messa al lavoro per raccogliere il consenso della maggioranza dei delegati impegnati per lui, di cui solo il loro ticket conosceva i numeri e i riferimenti personali. Così la sera del giorno dopo – lunedì 22 luglio – Kamala si era già assicurata la nomination, eliminando l’evenienza di una competizione fra diversi possibili candidati, che pure in molti nel partito democratico – preoccupati per la scarsa popolarità di cui la Harris ha goduto durante tutta la sua vice presidenza – avevano ventilato.
Da vice presidente rimasta nell’ombra, anche per il suo atteggiamento inopportuno durante le occasioni formali (note sono le sue risate considerate fuori luogo), in un attimo Kamala è assurta a icona del mondo dem e uno dopo l’altro tutti i leader del partito, buon ultimo Barack Obama, hanno dichiarato di essere al suo fianco. Abbandonando ogni remora, che pur era evidente prima che la Harris dichiarasse di essersi assicurata il numero di delegati sufficienti per vincere la nomina, tutto il partito ha riconquistato l’unità nel suo nome e la campagna elettorale è partita a gonfie vele. I suoi comportamenti, prima considerati sconvenienti e in quanto tali ridicolizzati dai suoi avversari (laughing Kamala, “pazza”, la definisce Trump), si sono trasformati in altrettante clips che, raccolte in video amatoriali col sottofondo di canzoni di Charli XCX – nota cantante inglese – hanno invaso i social giovanili e non. La Harris è così diventata la “monella”, dal titolo dell’album di Charli XCX (Brat per l’appunto) la quale le ha offerto il suo sostegno dichiarando: «She is a brat». Da allora la pagina X (ex Twitter) della campagna della Harris ha il colore verde acido dell’album di Charli XCX (https://x.com/kamalahq) e l’albero di cocco – proveniente dalla frase abbastanza sibillina pronunciata (nel ricordo di un monito della madre) da una poco convenzionale Harris durante un evento alla Casa Bianca nel 2023: «ma cosa pensate, di essere appena caduti da un albero di cocco?» e divenuta virale nel web – è il simbolo della libertà, che la Harris ha posto quale tema di fondo della sua campagna.
La straordinaria trasformazione in punti di forza delle sue precedenti supposte fragilità – insieme all’entusiasmo per una candidata più giovane, che ha prodotto un’eccezionale raccolta di fondi di piccoli donatori in suo favore (ben 100 milioni nei due giorni immediatamente successivi alla ritirata di Biden) – non cancella, tuttavia, il trasformismo che ha caratterizzato tutta la carriera politica della Harris. È proprio, infatti, la sua scarsa coerenza ideologica – spesso dettata dall’opportunismo politico – a provocare oggi perplessità in molti.
Kamala camaleontica. Procuratore (pubblico ministero, diremmo noi) a San Francisco dal 2004 al 2011, poi procuratore generale dello Stato della California dal 2011 al 2017, infine senatrice californiana al Congresso federale dal 2017 fino alla sua vicepresidenza con Biden nel 2020, Kamala Harris ha saputo navigare le acque procellose di una carriera politica necessitante di imponenti somme di danaro, cambiando opinione quando opportuno ed evitando l’attacco frontale ai poteri forti del cui aiuto economico aveva bisogno. A differenza di quanto accade da noi, negli Stati Uniti a livello statale tutti i magistrati, inquirenti e giudicanti, sono infatti eletti. Per risultare vincitori occorre accattivarsi l’opinione pubblica – soprattutto degli addetti ai lavori che partecipano alle votazioni in proporzione maggiore rispetto a tutti gli altri – nonché la simpatia di chi ha tanti soldi. Così, accortasi che la sua posizione contraria all’esecuzione capitale – su cui aveva condotto la campagna elettorale – le aveva creato una fortissima ostilità all’interno delle forze dell’ordine quando, in veste di procuratore di San Francisco, non aveva chiesto la pena di morte per colui che era stato condannato per l’omicidio di un poliziotto, tal Isaac Espinoza, ma “solo” due ergastoli da scontare consecutivamente (sic!), alle soglie della sua rielezione in qualità di procuratore generale la Harris aveva trovato il modo di riconquistare il voto di tutti i poliziotti che glielo avevano negato la tornata precedente. Nel 2014 aveva, infatti, impugnato con successo la decisione di un giudice federale di primo grado che aveva dichiarato incostituzionale la pena di morte californiana, impedendo così che l’esecuzione capitale venisse per sempre bandita nel suo Stato. Il medesimo obiettivo di tenersi buoni i poliziotti l’aveva poi convinta nel 2015, non sapendo che sarebbe poi diventata senatrice e che dei loro voti non avrebbe più avuto bisogno, a non appoggiare un disegno di legge del legislatore californiano volto a richiedere un’indagine indipendente dopo ogni morte provocata dalla polizia, oppure a osteggiare una regola generale che imponesse a tutti gli agenti dello Stato di indossare una video camera, salvo poi, una volta senatrice, diventare una delle voci più forti a sostegno di simili iniziative.
Allo stesso modo nel 2009 (quando era in corsa per diventare procuratore generale per la prima volta) nel suo libro Smart on Crime aveva espresso l’opinione che tanti poliziotti per le strade americane fossero da incentivare a fini di sicurezza sociale, salvo assumere una posizione diametralmente contraria in Senato circa dieci anni dopo. «In America abbiamo confuso la sicurezza delle comunità con l’assunzione di un maggior numero di poliziotti che presidino le strade, invece di investire nelle comunità stesse», aveva infatti sostenuto una Harris ormai libera dalla necessità di ottenere il consenso delle forze dell’ordine a fini elettorali. La sua posizione sulla legalizzazione della marijuana è poi stata altrettanto variabile in sintonia con i vantaggi politici che ne sarebbero derivati, passando da una totale contrarietà a una posizione intermedia – volta a legalizzare solo quella terapeutica – per finire con il sostegno a una legalizzazione totale, una volta giunta al Congresso. Né i suoi critici dimenticano la sua ferma opposizione nel 2004 a un referendum, poi perso, volto a diminuire i tremendi effetti sulla popolazione povera e nera della legge californiana dei cosiddetti tre strikes(la più severa fra tutte le normative, che si richiamavano al gioco del baseball per escludere dalla società civile i più fragili fra i consociati), che al terzo reato (non importa quanto grave) prevedeva una pena dai 25 anni all’ergastolo. Nel 2019, al momento della sua corsa presidenziale – terminata dopo pochissimo per i pochi voti ottenuti – Kamala Harris si era però ricreduta, prospettando invece un diritto penale sanzionatorio libero da quei minimi di pena obbligatori che nel tempo hanno riempito le galere statunitensi di poveri disperati, determinando la cosiddetta incarcerazione di massa. D’altronde sulla stessa onda repressiva dei più fragili, utile per portare la sua barca politica in porto, nel 2011 aveva sostenuto e implementato (anticipando il decreto Caivano della nostra Meloni) la legge californiana che sanziona penalmente, anche con il carcere, i genitori dei bimbi che saltano più del 10% di giorni di scuola senza una valida ragione. Come era facile intuire, la previsione normativa, salutata con favore dalla frangia più forcaiola della popolazione (quella per il law and order), ha finito per colpire in modo sproporzionato le donne povere e nere, quelle che fanno fatica a portare i bimbi a scuola perché sono senza casa, o non hanno i mezzi per raggiungerla o hanno troppi problemi da risolvere (https://www.npr.org/sections/codeswitch/2020/10/17/924766186/the-story-behind-kamala-harriss-truancy-program): ricordo bene i bimbi che nella scuola delle mie figlie a Berkeley arrivavano in ritardo o non arrivavano per nulla, perché le madri dovevano lottare contro la propria dipendenza da stupefacenti, che non consentiva loro di svegliare i figli per tempo.
Kamala per sempre dipendente dal denaro? Anche i soldi, che negli Stati Uniti governano senza ipocrisie le campagne elettorali, hanno nel passato determinato le politiche della Harris. Nel 2014, al tempo della sua rielezione a procuratrice generale, Kamala «aveva accesso ai denari di tutti i grandi donors democratici di Hollywood, della Silicon Valley, nazionali [….] e dei grandi venture capitalist» ciò che, con un fondo elettorale di 3.5 milioni di dollari, le aveva permesso di stravincere contro il suo squattrinato avversario (https://www.sacbee.com/opinion/opn-columns-blogs/dan-morain/article2606197.html). Per le Big Tech si trattava di ringraziarla per l’attenzione che il suo ufficio aveva riservato loro, astenendosi dall’applicare le norme dell’antitrust, secondo lei “miopi” previsioni normative in quanto ostacoli alla crescita e allo sviluppo del business (https://time.com/7003946/business-leaders-kamala-harris-election/), per bloccare l’acquisizione da parte di Facebook di Instagram nel 2012 e di Whatsapp nel 2014 (https://www.huffpost.com/entry/kamala-harris-facebook-relationship_n_5f1071b9c5b6d14c33647231?eu). Nel 2016 d’altronde la stessa industria tecnologica aveva contribuito alla sua campagna da senatrice per 214.000 dollari: nulla in confronto a quanto sembra stiano facendo oggi!
La posta in gioco è adesso, infatti, altissima perché la capa della Federal Trade Commission (FTC), Lina Kahn, sta per la prima volta attaccando sul piano giudiziario le fusioni dell’industria tecnologica (e delle grandi corporation in generale) e ha da poco emanato una norma che impedisce ai datori di lavoro di utilizzare le orride non compete-clauses: quelle clausole contrattuali, cioè, che intrappolano i lavoratori nel luogo in cui si trovano, poiché non permettono loro di dare le dimissioni per un posto meglio pagato nello stesso settore lavorativo (https://www.seyfarth.com/news-insights/ftc-non-compete-ban-what-you-need-to-know.html). Si tratta di mosse cruciali per migliorare la condizione di tutti i lavoratori statunitensi e per diminuire conseguentemente l’enorme disuguaglianza sociale del paese. Sono, però, mosse ovviamente invise al grande business. Così i CEO delle corporation più importanti, in particolare della Silicon Valley, puntano sulla Harris perché vi ponga rimedio, cacciando la Kahn dal suo incarico e allo scopo donano milionate ai SuperPac che la sostengono (https://www.cnbc.com/2024/07/26/two-billionaire-harris-donors-hope-she-will-fire-ftc-chair-lina-khan.html; https://jacobin.com/2024/07/tech-kamala-harris-ftc-antitrust). È forse questa la partita più importante che la camaleontica Kamala Harris dovrà giocare, nella speranza che – qualora eletta – non caschi nelle mani degli aguzzini, ma sappia smarcarsene usando per una volta le sue abilità trasformative a vantaggio di chi ha meno.