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di Andrea Pira 16 Agosto 2024
Il governo Meloni si potrebbe trovare presto a gestire la comunicazione del non invidiabile record. L’Abi chiede un tetto massimo, Intesa Sanpaolo la vendita di immobili per alleggerire il peso. Intanto la cifra continua a salire in valori assoluti e in rapporto al Pil.
Come bravi alpinisti, quota 3.000 è lì per essere raggiunta. Il debito pubblico italiano si avvicina mese dopo mese alla soglia. La Banca d’Italia certifica che a giugno, con un aumento di 30,3 miliardi rispetto a maggio, è stato toccato un nuovo record: 2.948,5 miliardi di euro. Passo dopo passo il traguardo storico si intravede e potrebbe non essere la vetta.
Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, naturalmente ne è al corrente, la cifra eccezionale è indicata anche nel Documento di economia e finanza presentato lo scorso aprile. Gli esperti notano che in realtà guardare al valore assoluto del fardello che grava sui conti pubblici non è la giusta angolazione per farlo. Gli investitori osservano il rapporto Debito/Pil. Tale parametro dà un maggior confronto con altri Stati. L’Italia ad esempio è seconda in Europa soltanto alla Grecia. Anche il rapporto debito-pil, però, al momento è su una traiettoria che punta verso l’alto attorno a quota 140%. Il costo del superbonus ha invertito un periodo di cali. L’agognato traguardo del 139,6% dovrebbe perciò arrivare con anno di ritardo, nel 2027, salvo correzioni.
Reduci dal pranzo ferragostano gli italiani potranno leggere la notizia dei 3.000 miliardi, indignarsi, commentarla e poi dimenticarla fino al prossimo aggiornamento. Da settembre andrà però messa a punto la prossima Legge di Bilancio e quel numero a dodici zeri sarà il convitato di pietra. Se non lui i suoi effetti pratici. La spesa pubblica record (da sola vale mille miliardi) e 100 miliardi di spese per interessi su debito complicano la possibilità di destinare risorse a tutto ciò che il governo vorrebbe. A dirlo, con largo anticipo, era stato Giorgetti: “Più debito significa più spesa per interessi e più spesa per interessi significa risorse sottratte al sostegno alle famiglie ed alle imprese. L’equazione è semplice ma non sempre sufficientemente chiara agli attori politici e sociali”, spiegava a ottobre, ospite dell’Acri, l’associazione delle fondazioni bancarie, in occasione della Giornata mondiale del risparmio.
Serve fare delle scelte quindi, su cosa finanziare e cosa no anche perché la prossima manovra sarà scritta nel mezzo di una procedura per deficit eccessivo e tenendo conto della traiettoria di aggiustamento dei conti che sarà indicata nel prossimo piano strutturale di bilancio da presentare a Bruxelles entro il 20 settembre. Ai Comuni e Province è già stato chiesto di contribuire con tagli alla spesa per 1,2 miliardi in cinque anni. Sono fatte salve le risorse per l’assistenza e i nidi, ma rinunciare 200 milioni l’anno avrà comunque conseguenze, hanno messo in guardia i sindaci: sono soldi per le manutenzioni ad esempio o altri interventi non legati al sociale. Come già avvenuto con lo spalma crediti del Superbonus, che ha permesso di riequilibrare i deficit del 2025 e del 2026, un’altra fonte da cui attingere sarà la selva delle detrazioni e deduzioni fiscali.
L’unica certezza al momento è la conferma, stando agli impegni del governo, di trovarsi anche nel 2025 con la proroga del taglio del cuneo fiscale e con tre aliquote Irpef. Per il resto tutto sarà frutto di scelte politiche. Nel 2024 il canone Rai è sceso a 70 euro? Non è detto che la misura sarà riconfermata. Già si ipotizzano ricalcoli degli assegni pensionistici intervenendo ancora una volta sulla rivalutazione, rendendola meno vantaggiosa. Lo stesso ministro dell’Economia ha messo seri paletti a nuove forme di flessibilità per andare in pensione. “Ci accingiamo a sfondare la quota 3 mila miliardi di debito pubblico, per il quale finiremo con il pagare 100 miliardi di interessi l’anno, tutti soldi sottratti a welfare, scuola, trasporti, sviluppo, famiglie, innovazione, competitività”, commenta Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva in Senato. “Un quadro oggettivamente preoccupante, che regge a fatica solo grazie al buon andamento delle entrate, legato essenzialmente alla crescita delle ritenute Irpef alla fonte”, aggiunge Antonio Misiani, responsabile economico del Pd con un riferimento al dato delle entrate tributaria, cresciute del 9,9% su un anno fa e che ha giugno sono state di 42 miliardi. Acqua al mulino della prossima legge di bilancio, ma non è detto che basti.
Che l’ammontare assoluto cresca è forse normale “Che il debito pubblico, di anno in anno, aumenti in valore assoluto, è un fatto ovvio; è così in tutti i Paesi industrializzati; perché ciò non avvenga, i conti pubblici dovrebbero essere in pareggio o in avanzo. L’importante è che il disavanzo pubblico aumenti meno della crescita del reddito”. Sono parole di Carlo Azeglio Ciampi, del 1998, all’epoca in cui era ministro del Tesoro. Per Meloni il problema rischia di essere comunque di immagine una volta varcata la linea rossa. Spiegano alcuni operatori di mercato che nel momento in cui si supererà la fatidica quota tremila, la premier Giorgia Meloni e i suoi dovranno gestire la comunicazione del non invidiabile record. Che il valore assoluto sia o non sia un indicatore per gli investitori le proposte per alleggerire il peso si moltiplicano. Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, l’associazione che riunisce le banche italiane, è da tempo promotore dell’idea di mettere un limite massimo da non sforare: “Bisogna mettere un tetto, bisogna fissare una cifra oltre la quale non si può andare”, ha spiegato in più occasioni, “questo lo devono fare gli organismi italiani. E il tetto va fissato senza che ci venga imposto da altri”.
Qualcosa di simile a quanto avviene negli Stati Uniti. La controindicazione è nella necessità quasi annuale di trovare una intesa per alzare l’asticella in caso di sforamento pena l’esercizio provvisorio, con servizi bloccati o ridotti all’osso. A Washington ne sanno qualcosa, il braccio di ferro fra maggioranza e opposizione a ridosso del cosiddetto lockdown è ormai un rituale consolidato.
Giorgetti dal canto suo ha aperto alla proposta di vendere immobili pubblici per abbattere il debito. “Per quanto riguarda la vendita di immobili pubblici sono assolutamente favorevole, bisogna trovare quelli che li comprano a un prezzo giusto, equo e remunerativo. Stiamo lavorando in questo senso ma è chiaro che larga parte del patrimonio pubblico che generava reddito è già stato alienato in altra epoca e in altro frangente storico”, aveva ricordato il titolare del Tesoro nella conferenza stampa di presentazione del Def. Un progetto che va in questa direzione è stato avanzato a suo tempo dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. La proposta è di far confluire in fondi dedicati risparmiatori gli immobili degli enti locali.
Ma torniamo ai dati. Le ragioni dell’ultimo aumento sono state spiegate in modo abbastanza formale dalla Banca d’Italia nel suo ultimo aggiornamento. “L’incremento riflette il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (15,3 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (13,5 miliardi, a 45,4), nonché l’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (1,4 miliardi)”. In realtà i dati del Tesoro, riferito a giugno e non a luglio, riferiscono di titoli di Stato italiani in circolazione per una cifra leggermente inferiore, 2.942 miliardi.
Numeri da tenere comunque sotto attenzione mentre il Tesoro si prepara a scrivere il prossimo piano strutturale che definirà il percorso di crescita della spesa utile a riportare deficit e debito su livelli più consoni. Per reperire coperture oltre alle maggiori entrate si ragiona sulla revisione delle spese fiscali, da cui si vuole ricavare circa 1 miliardo, e sulla spending review chiesta a ministeri e pubblica amministrazione. Su questo punto, peraltro, l’ultimo decreto omnibus portato in Consiglio dei ministri prima della pausa estiva ha chiarito ulteriormente la norma che esenta le partecipate che emettono bond. Equiparate alle quotate non devono sottostare alle restrizioni imposte dalla legge Madia, anche in tema di contributo alla revisione della spesa, così come previsto già dal 2016.
I numeri di Bankitalia forniscono anche uno spaccato dei detentori del debito pubblico italiano. Lo scorso maggio ha toccato il record di 363,1 miliardi di euro l’ammontare dei Btp in mano ai piccoli risparmiatori. La quota di debito italiano detenuta da famiglie e imprese non finanziarie italiane è del 14,3%. Il dato è in linea con i propositi della maggioranza di centrodestra di mettere una sempre maggiore fetta del debito in mano agli italiani. Le varie emissioni del Btp Valore, prodotto pensato proprio per i piccoli investitori nazionali, va in questa direzione. Le fondazioni politiche vicine al centrodestra si muovono di conseguenza. Il bilancio della Fondazione Alleanza Nazionale, che raccoglie l’eredità del vecchio partito, dà conto della nuova strategia di investimento dell’ente. Non più fondi a rischio contenuto gestiti dai vari istituti di credito, ma Btp, “dando in tal modo, da un lato, supporto ad una sostanziale campagna patriottica con l’obiettivo di riportare quando più debito possibile all’interno dei confini nazionali e dall’altro, dando seguito al mandato statutario di promozione del patrimonio politico e culturale della destra”.