«Siamo ai titoli di coda»

Dal blog https://jacobinitalia.it

Lucrezia Fanti 28 Agosto 2024

Minacciato dai processi monopolistici e dalla crisi del settore, la produzione cinematografica italiana subisce l’attacco del governo

Dopo gli scioperi dell’estate scorsa degli sceneggiatori e attori di Hollywood, questo rischia di essere l’annus horribilis per il cinema italiano.

«Siamo ai titoli di coda». Questo lo slogan lanciato negli ultimi mesi – rimbalzato dalle manifestazioni di Roma, Torino e Palermo del 4 giugno – dai lavoratori e lavoratrici del settore, catapultati dal governo Meloni in una situazione di drammatica incertezza rispetto al futuro delle produzioni e alle condizioni lavorative. 

Dopo il boom delle produzioni cinematografiche favorito anche dagli interventi di sostegno nel periodo pandemico, il settore ha vissuto nell’ultimo anno una fase di preoccupante rallentamento a causa dell’incertezza generata dalle intenzioni di riforma del meccanismo del tax credit per la produzione da parte del governo, con conseguenze drammatiche per i lavoratori coinvolti.

La filiera del cinema e dell’audiovisivo ha un ruolo senz’altro strategico per l’economia nazionale, con un impatto consistente sia in termini di produzione che occupazionali. Parliamo di un’industria con un fatturato di 13 miliardi di euro (il 10% del totale europeo) nel 2022 e 8.800 imprese attive che occupano circa 65.000 lavoratori e lavoratrici, cui si aggiungono 114.000 occupati nelle filiere connesse. Nel 2023 uno studio di Cassa depositi e prestiti (CdP) ha stimato un effetto moltiplicatore di 3,54 sulla produzione aggregata a fronte di un aumento della domanda di prodotti audiovisivi (dunque, non solo cinematografici) – ossia, un euro di maggiore domanda di produzione audiovisiva in Italia sarebbe in grado di generare 3,54 euro di produzione – e un notevole impatto sia diretto che indiretto a livello occupazionale in settori eterogenei che vanno dall’agricoltura ai servizi.

Tuttavia, negli ultimi decenni l’intera filiera ha registrato alcune macrotendenze che ne hanno trasformato la struttura e la dinamica industriale complessiva. Innanzitutto, è in corso  una progressiva tendenza alla concentrazione delle quote di mercato e, dunque, verso assetti oligopolistici o quasi-monopolistici, sia a monte (produzione) che a valle (distribuzione). Basti pensare che nel 2023, secondo i dati Cinetel, i film italiani (anche in co-produzione con società estere) hanno incassato poco meno di 121 milioni di euro (24,3% del totale), e di questi l’80% (circa 88 milioni) è riconducibile a 01 Distribution, Vision e Medusa e solo il restante 20% agli altri distributori. Alla crescente concentrazione, si aggiunge poi come noto l’avvento delle piattaforme digitali (es. Netflix) e il lancio su piattaforma di alcune major, quali Disney (Disney+) o Paramount, che propongono produzioni originali e, al contempo, rendono disponibili alla fruizione contenuti prodotti da altri. Inoltre, nell’ultimo decennio il settore della produzione cinematografica ha registrato anche un crescente ricorso a strategie di cosiddetta «crescita esterna» tramite operazioni di finanza straordinaria, ossia acquisizione di piccole e medie società di produzione audiovisiva soprattutto da parte di grandi gruppi stranieri. Questi fenomeni rendono il procedimento che si estrinseca lungo la filiera dell’industria cinematografica complesso e fortemente interconnesso nelle varie fasi che lo compongono, favorendo il processo di concentrazione e rischiando di standardizzare il prodotto a scapito della qualità e di estromettere dal mercato le piccole e medie società e i produttori e distributori indipendenti. 

Ma qual è il ruolo dello Stato come attore della politica industriale e, dunque, nel finanziamento delle attività connesse alla filiera? Tra le principali norme che disciplinano gli interventi economici pubblici a favore dell’industria troviamo la cosiddetta «Legge cinema» (Legge n.220/2016) – voluta dall’allora ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini – che istituisce il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, stabilendo i criteri per il riparto e l’attribuzione delle risorse. Tale fondo è in parte autofinanziato attraverso una quota delle entrate dello Stato derivanti dai versamenti Ires e Iva delle società audiovisive e dei servizi di telecomunicazione. Tra i principali strumenti forniti dalla Legge cinema troviamo una serie di «Incentivi fiscali» ossia, principalmente, il famoso credito d’imposta (tax credit) riconosciuto alle società di produzione e distribuzione – tra il 15% e il 40% del costo complessivo sostenuto – e l’erogazione di «Contributi automatici per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione delle opere cinematografiche e audiovisive» a favore delle società di produzione italiane secondo criteri legati alle opere precedentemente prodotte. Altro strumento che negli ultimi anni ha favorito le fasi di scrittura, sviluppo, produzione e distribuzione delle opere cinematografiche in Italia è rappresentato dai «Contributi selettivi» riconosciuti dal Ministero della Cultura (MiC) sia per opere prime e seconde e opere di particolare qualità artistica, sia per imprese del settore appartenenti a categorie specifiche, tra cui start-up e micro-imprese. 

Pur con le criticità proprie di un intervento di politica industriale cosiddetto orizzontale – ossia, non orientato verso target specifici come, ad esempio, le piccole e medie imprese – il tax credit insieme ai «Contributi selettivi» e ai «Contributi automatici», ha dunque rappresentato il motore principale per il rilancio dell’industria cinematografica, soprattutto dopo lo shock pandemico.

In questo contesto, il Governo – nella figura del Ministro della Cultura Sangiuliano e della sottosegretaria Borgonzoni – ha intrapreso dall’estate scorsa una crociata che ha per oggetto proprio la revisione dei criteri di accesso al tax credit per la produzione e, dunque, i meccanismi di finanziamento del settore. 

Dopo diverse minacce di revisione e dopo quasi un anno di incertezza sulle sorti del sostegno pubblico al settore, ad Aprile ha visto la luce il Decreto per il riparto delle risorse del Fondo cinema per l’anno 2024 (Decreto Ministero della Cultura n.145/2024) e a Luglio il famigerato Decreto interministeriale (MiC-Mef) sul tax credit per le produzioni cinematografiche.

Le risorse del Fondo (696 milioni di euro) hanno registrato un taglio di 50 milioni rispetto al 2023, con 413 milioni per i vari tax credit (contro i 541 milioni del 2023), 60 milioni per il tax credit per la produzione di opere cinematografiche (contro i 100 milioni del 2023), e con un aumento tuttavia consistente delle risorse destinate ai «Contributi selettivi», che passano da meno di 47 milioni nel 2023 a circa 83 milioni di euro. 

Per quanto riguarda invece gli attesi criteri di accesso al tax credit per la produzione, la minaccia di condannare il cinema italiano a esprimersi sotto il giogo delle multinazionali del settore stavolta si rivela concreta e lampante, in spregio al vessillo del made in Italy brandito dal Governo e alla vuota retorica sull’identità (culturale) nazionale.

Si tratta di un intervento che favorisce senza mezzi termini le grandi società di produzione multinazionali e le major della distribuzione e che dichiara apertamente guerra alle piccole e medie società, alle produzioni indipendenti, ad autori, autrici e registi a inizio carriera e ai cosiddetti «film difficili», ovvero quei film con budget inferiore ai 2,5 milioni di euro. 

Tra gli interventi critici troviamo la definizione di primaria società di distribuzione, ossia quelle società rientranti tra le prime 20 per incassi nel biennio precedente, che blinda ulteriormente la possibilità di ingresso sul mercato della distribuzione, già fortemente concentrato. Per quanto riguarda invece l’accesso al tax credit passiamo da una misura che era di tipo sostanzialmente neutrale in termini di soggetti richiedenti, a una serie requisiti preventivi e fortemente selettivi di accesso, tra cui: i) la necessità di copertura di almeno il 40% del costo di produzione per poter far richiesta e accedere al credito d’imposta; ii) l’obbligo di sottoscrizione preventiva di un accordo vincolante con una delle primarie società di distribuzione di cui sopra e nel caso di film con budget fino a 3,5 milioni – tra cui quindi anche i «film difficili» – la necessità di un periodo di almeno 7 giorni in sala con almeno 2 proiezioni giornaliere (in orari pomeridiani e serali) in almeno 70 schermi. Un criterio semplicemente assurdo per la media dei film italiani; iii) e per coloro che riescono invece a ottenere fondi tramite i «Contributi selettivi» per film con budget sempre fino ai 3,5 milioni di euro, la necessità di un numero minimo di 240 proiezioni in 3 mesi oppure, nel caso di opere con budget inferiore a 1,5 milioni di euro, la partecipazione ad almeno un Festival di rilevanza internazionale.

Di nuovo, saranno nei fatti le grandi società ad avere disponibilità tali da poter rispettare i requisiti richiesti e saranno soprattutto i film d’autore e le opere prime a risentire dei criteri di accesso agli incentivi per la produzione.

È il caso di sottolineare che con questi criteri parte dei film italiani presentati in questi giorni alla Biennale di Venezia non sarebbero stati realizzabili, e lo stesso vale probabilmente per parte dei film che verranno presentati alla Festa del Cinema di Roma a fine ottobre.

Ciò pone una serie di criticità che riguardano diverse dimensioni e che sono state in parte sollevate dalle associazioni di categoria e del cinema indipendente. Da un punto di vista culturale e autoriale, i nuovi criteri rappresentano un’inaccettabile mannaia sulla libertà di espressione artistica, imponendo nei fatti una dipendenza pressoché assoluta dalla linea editoriale e produttiva dei grandi gruppi e una minaccia per la varietà della proposta culturale cinematografica. Nei fatti, il governo Meloni, che ha iniziato l’operazione di conquista egemonica l’estate scorsa con la manovra sui vertici del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, procede ora con il miope smantellamento dell’industria culturale di cui vorrebbe assumere le redini, svendendola ai grandi gruppi e alle multinazionali. Da un punto di vista strettamente industriale, gli interventi recenti comportano un innalzamento delle barriere all’entrata nel settore, e pongono dunque un problema di concorrenza e sopravvivenza per le piccole e medie società di produzione e distribuzione e per gli indipendenti attualmente operanti. La conseguenza sarà un’ulteriore accelerazione del processo di concentrazione verso configurazioni oligipolistiche e quasi-monopolistiche. Tendenza, quest’ultima, dovuta sia ai nuovi criteri di finanziamento sia alla natura fortemente eterogenea del prodotto presentato sul mercato, con una concorrenza nei fatti impossibile tra major e produzioni indipendenti, e con un conseguente schiacciamento dell’offerta su uno spettro molto ristretto di tipologie di prodotto. Infine, dal punto di vista occupazionale e sociale, gli interventi del Governo rischiano di avere effetti drammatici per le decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici della filiera, tra cui artigiani, tecnici e maestranze, artisti e amministrativi, molti dei quali – è il caso di ricordarlo – attendono un aggiornamento del contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) dal 1999 e rischiano di essere condannati a un limbo insostenibile di precarietà e all’assenza di prospettive di continuità professionale, con conseguente aumento della disoccupazione di lunga durata. 

È bene sottolineare che la disciplina degli aiuti economici al settore cinematografico nazionale non è affatto un unicum, ma è inserita all’interno del più ampio contesto normativo europeo che adotta un approccio mission-oriented – ossia rivolto a target specifici di promozione e sviluppo delle opere cinematografiche e dell’audiovisivo nei paesi membri – ed è orientato alla tutela e allo sviluppo del patrimonio culturale e artistico del paese. Da questo punto di vista, la priorità degli interventi in materia dovrebbe dunque mirare alla tutela della eterogneità e biodiversità dell’offerta culturale, alla massima espressione delle potenzialità artistiche e autoriali e alle traiettorie di sviluppo e concorrenza delle piccole produzioni, soprattutto indipendenti, nonché all’internazionalizzazione della distribuzione. 

Al contrario, gli interventi del governo operano una grave inversione funzionale del meccanismo del tax credit, andando a favorire le grandi società multinazionali di produzione e distribuzione e rendendo nei fatti impossibile la sopravvivenza delle piccole e medie società – non acquisite o acquisibili dai big del settore –, dei produttori e distributori indipendenti e di produzioni a rischio specifico (ad esempio, quelle documentaristiche), ostacolando la libertà di espressione di autori, autrici e registi e mettendo a repentaglio la sicurezza e continuità lavorativa di migliaia di lavoratori e lavoratrici lungo tutta la filiera. 

*Lucrezia Fanti, Rtd-A in Politica Economica presso l’Università Cattolica di Milano (Ucsc), si occupa di cambiamento tecnologico, economia e politiche industriali, mercato del lavoro, crescita e distribuzione dei redditi. 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.