Spiccare il volo o cadere

Dal blog https://jacobinitalia.it

Giulio Calella 16 Ottobre 2024

l piano di reindustrializzazione dal basso degli operai Gkn è dettagliato e pronto all’uso. Ma a questo punto il miracolo working class ha bisogno di compiersi definitivamente. E sono le istituzioni a dover rispondere

«C’è una fabbrica senza piano industriale e c’è un piano industriale senza fabbrica». È questo il paradosso che, dopo più di tre anni di lotta, hanno denunciato gli operai del Collettivo di fabbrica della ex Gkn riunitisi lo scorso fine settimana in assemblea davanti alla loro fabbrica. Presidiata ininterrottamente dal 9 luglio 2021, il giorno del licenziamento via mail di tutti gli oltre 400 operai a causa della delocalizzazione decisa dal Fondo finanziario, proprietario di un’azienda in attivo e che aveva usufruito di finanziamenti pubblici, da domenica quella fabbrica ha un nuovo piano industriale approvato dall’assemblea degli azionisti della nuova cooperativa – la Gff (Gkn for future) –, presenti in più di 400. Si tratta delle persone che hanno risposto all’appello lanciato per l’azionariato popolare, che ha raggiunto la cifra – impensabile per una piccola realtà operaia autorganizzata – di un milione e trecentomila euro di manifestazioni di interesse.

Miracoli working class

A sentir nominare questa cifra, e ad ascoltare l’analisi della provenienza dei fondi raccolti spiegata nel dettaglio da Tiziana De Biasio del Collettivo di fabbrica, si rimane a bocca aperta. Il finanziamento proviene da più di mille soggetti, per circa il 70% da persone fisiche e per il 30% da enti, circoli o associazioni. Con un radicamento profondo nella propria realtà (ben 400 mila euro arrivano dalla Toscana) ma un respiro politico non solo nazionale ma internazionale (sono ben 500 mila euro quelli arrivati dall’estero).

Del resto dal 9 luglio 2021 a oggi il Collettivo di fabbrica Gkn ci ha abituato ai miracoli, non caduti dal cielo ma frutto della capacità di convergenza e azione collettiva. Sembrava un miracolo che questa lotta potesse resistere più di tre anni; sembrava un miracolo che 400 operai licenziati potessero far convergere nella stessa lotta decine di migliaia di persone e movimenti profondamente diversi tra loro; sembrava un miracolo ricostruire un immaginario working class dopo decenni di sconfitte del mondo del lavoro, eppure intorno a questa lotta sono nati libri, film, spettacoli teatrali e due festival di letteratura working class (e domenica sono state anche decise in assemblea le date del terzo Festival che sarà, comunque vada a finire, di nuovo a Campi Bisenzio dal 4 al 6 aprile 2025).

Sembrava un miracolo anche riuscire a far convergere la questione ecologista e quella del lavoro, da sempre contrapposte dai padroni per dividere lavoratori e cittadini tra loro – come visto nel caso dell’Ilva di Taranto – così come dalle destre al governo che anche oggi nel dibattito sull’ultima finanziaria ha visto la presidente Giorgia Meloni schierarsi contro la transizione ecologica dichiarando che «nel deserto (industriale) non c’è nulla di green». Invece, l’incontro tra l’urgenza della lotta per la giustizia climatica e quella per la giustizia sociale è diventato naturale in questa vertenza di operai dell’automotive capaci di immaginare un progetto di reindustrializzazione dal basso che ripensa la mobilità e le fonti energetiche. Un progetto frutto di una comunità operaia che ha recentemente vissuto sulla propria pelle gli effetti del cambiamento climatico con l’alluvione che proprio un anno fa ha colpito Campi Bisenzio, ed è consapevole che la reindustrializzazione non ha futuro senza un forte movimento eco-sociale con al centro l’urgenza di una reale transizione ecologica.

Non a caso l’assemblea degli azionisti di domenica è stata preceduta dall’assemblea di sabato, con oltre 300 partecipanti, che aveva come titolo una domanda: «Abbiamo bisogno degli stati generali della giustizia climatica e sociale?». Alla domanda hanno provato a rispondere anche delegazioni di movimenti ecologisti provenienti da Germania, Regno unito e Paesi Baschi, con la presenza simbolicamente dirompente di Greta Thunberg, proprio colei che nel 2018 ha dato vita a quello che è poi diventato a livello internazionale il movimento Fridays for future. Un’assemblea mostratasi consapevole del fallimento dell’idea della green economy, che propone come soluzione della crisi climatica il problema che l’ha creata: il mercato capitalista. E un dibattito che, seppur con più interrogativi che risposte su come costruire concreti momenti di convergenza tra movimenti sindacali e ambientali, ha simbolicamente sancito la definitiva abolizione di ogni presunta necessità di scelta tra lavoro e ambiente.

Gkn for future

Nell’assemblea di domenica Leonard Mazzone, della rete di ricercatori solidali che ha contribuito alla progettazione del progetto di reindustrializzazione, ha spiegato dettagliatamente il piano, poi messo ai voti e approvato all’unanimità dall’assemblea degli azionisti. 

Si tratta di un progetto che prevede la produzione di cargobike, la produzione e installazione di pannelli fotovoltaici e il recupero e riciclo di pannelli arrivati a fine vita. Con un investimento complessivo di circa 11 milioni di euro (a quelli raccolti dagli azionisti si aggiungeranno le quote dei soci lavoratori con l’anticipo Naspi e il finanziamento promesso da Banca Etica e altri investitori), la messa al lavoro di 106 persone (la parte operaia che ha resistito in questi tre anni di lotta) e un business plan «partito dal costo del lavoro» – sottolinea Mazzone –, con accordi predefiniti con comunità energetiche e altri acquirenti di pannelli solari, e che prevede tra l’altro un canone di locazione per i capannoni della fabbrica presidiata negli ultimi tre anni. 

Un serio e dettagliatissimo piano industriale dunque, che non solo rimetterebbe finalmente al lavoro gli operai e le operaie – garantendo anche allo Stato un ritorno economico in termini di tasse  e contributi – ma che potrebbe anche diventare motore di ulteriore mutualismo vista la modalità in cui è stato proposto all’assemblea di reinvestire gli eventuali interessi delle azioni acquistate: ossia in progetti di sostegno a vertenze sociali e lotte sindacali; di installazione di impianti fotovoltaici nei casi di baraccopoli presenti nel nostro paese; di sharing sociale di cargobike in quartieri dove la mobilità è negata ad ampi settori della popolazione impoverita; di sostegno alle reti di sport popolare.

È un modello di autogestione della fabbrica che si ispira alla tradizione, soprattutto sudamericana, delle fabbriche recuperate – che proprio nello stesso fine settimana avevano un incontro delle esperienze europee a Barcellona e si sono collegati per un breve intervento di saluto all’assemblea di Campi Bisenzio – ma che ha anche degli esempi italiani, e un riferimento normativo con la legge Marcora.

Quattro settimane di mobilitazione

La spiegazione dettagliata del piano industriale ha emozionato i presenti per la forza politica, l’energia e l’immaginazione mostrata ancora una volta da questa lotta, che continua però a scontrarsi con il muro di gomma dell’immobilismo o della complicità di grossa parte della politica e con gli interessi economici della proprietà sulla potenziale speculazione immobiliare sul sito industriale di Campi Bisenzio.

Per questo l’assemblea si è chiusa con un «ultimatum». «Il piano industriale – ha dichiarato il Collettivo di fabbrica – è giunto a un livello di dettaglio tale che non può essere più approfondito. A questo livello è maturo. D’ora in poi inizia a marcire. Se verrà lasciato marcire, rimarrà solo la nostra rabbia».

Dopo mesi senza stipendio, con vite e famiglie stravolte da questi tre anni vissuti spericolatamente, gli operai non hanno più tempo. Quella che è ormai la lotta più lunga della storia del movimento operaio italiano si trova di nuovo di fronte a un bivio: «Spiccare il volo o cadere». La richiesta uscita dall’assemblea è stata per questo di avere risposte concrete dalle istituzioni entro il 15 novembre, per poter davvero rendere operativo questo piano industriale. 

Concretamente, chiedono che venga aperto subito un tavolo tecnico istituzionale che ne permetta l’attuazione, con lo sblocco della legge regionale proposta dal Collettivo di fabbrica (più volte accolta a parole dalla Giunta Giani ma non ancora approvata) e l’attivazione a livello istituzionale del contatto con l’attuale proprietario dell’immobile di Campi Bisenzio per verificare le condizioni per insediare in quel luogo l’unico progetto industriale esistente, che anche per la legge sulle delocalizzazioni – varata dal Parlamento nel 2021 proprio sulla spinta della mobilitazione della Gkn – le istituzioni sono tenute a valutare. 

Se entro il 15 novembre non ci saranno risposte concrete dalle Istituzioni, sarà la politica a prendersi la responsabilità non solo della perdita dei posti di lavoro, ma di far cadere nel vuoto un piano industriale costruito con un esperimento sociale unico di convergenza di competenze universitarie, operaie e militanti. 

Per questo l’assemblea di domenica ha lanciato 4 settimane di iniziative di pressione sulle istituzioni e controinformazione che sfoceranno in un appuntamento di mobilitazione per il prossimo 17 novembre, che sarà anche il momento in cui valutare collettivamente tra operai, azionisti e solidali se sono arrivate o meno risposte concrete per poter andare avanti con la reindustrializzazione. 

«Abbiamo bisogno di risposte immediate perché non possiamo aspettare all’infinito – ha detto in conclusione Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica – Ma anche se dovessero riuscire a sotterrarci diventeremo semi». 

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.

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