Com’erano le elezioni a Roma?

Dalla Storica National Geographic
Sabato 26 ottobre 2024 Francesc Cervera
Francesco Cervera
Redattore di Historia National Geographic
Gli antichi romani erano grandi appassionati di assemblee, all’interno delle quali ogni anno eleggevano i loro magistrati, votavano le leggi ed emettevano sentenze. Per questo, almeno in epoca repubblicana, le continue campagne elettorali a favore o contro un provvedimento o un candidato erano un appuntamento fisso. Le elezioni dei magistrati iniziavano a novembre con la presentazione delle candidature ai censori.
Non era facile candidarsi, poiché era necessario aver completato le precedenti magistrature stabilite dal cursus honorum e contribuire con una grossa somma di denaro per dimostrare un certo status. Questa regola, giustificata come misura anticorruzione, faceva sì che il potere rimanesse nelle mani di un’élite economica, cosicché, sebbene la repubblica potesse sembrare una democrazia dall’esterno, in realtà era un’oligarchia controllata dalle grandi famiglie dell’Urbe.
Tale disuguaglianza permeava in effetti l’intero ordinamento elettorale, organizzato in comizi centuriati e comizi tributi.
Questi dividevano il popolo in una serie di centurie e tribù con un solo voto in assemblea, un sistema che favoriva sempre le classi ricche, che avevano emarginato quelle povere in una manciata di tribù e centurie di scarso peso elettorale.
L’organizzazione era così distorta che, secondo Cicerone, c’erano più persone in una delle centurie proletarie che nelle ottanta di prima classe.
Con il potere così concentrato nelle classi media e alta, la campagna elettorale iniziava con la presentazione della legge o dei candidati al popolo, che avveniva tramite incontri, graffiti e opuscoli distribuiti nel Foro.
Questa era naturalmente la fase più critica del processo; in un’epoca in cui non esistevano partiti politici si votava più per legami familiari e clientelari che per convinzione.
Cicerone pubblicò un breve trattato dedicato al fratello in cui consigliava al candidato d’iniziare attaccando i suoi avversari, rivelandone gli scheletri nell’armadio agli elettori, come il fatto che Marco Antonio si fosse comprato un’attraente schiava con denaro pubblico, o che Catilina avesse iniziato la sua carriera politica come assassino durante le proscrizioni del dittatore Silla.
Molti esempi di queste campagne diffamatorie sono stati conservati sui muri di Pompei, dove prostitute come quelle della taverna di Aselina chiedono voti per questo o quello al fine di affossarne la campagna elettorale.
Dopo aver screditato il rivale, bisognava naturalmente esaltare le proprie virtù e affermarsi come una valida alternativa, attraverso una serie di proposte che avrebbero catturato l’elettorato.
Anche l’intrattenimento e i diversivi facevano parte di questo processo di attrazione, e per candidarsi come consoli molti finivano sul lastrico a furia di pagare corse e combattimenti di gladiatori per intrattenere il popolo.
Cicerone raccomandava anche di circondarsi di persone di “ogni classe, ceto ed età”, in modo da trasmettere un’immagine che non alienasse nessun gruppo di elettori.  In una società segnata dal clientelismo come quella romana, un candidato doveva avere buoni sostenitori per diffondere il suo messaggio tra gli elettori, perciò Cicerone raccomandava di difendere in tribunale “gli uomini attivi e influenti” perché mobilitassero i loro clienti durante la campagna.
In questo modo, anche le “lobby” e le corporazioni influenzavano il risultato, fornendo risorse per sostenere la vittoria del candidato che preferivano.
Una volta terminata la campagna elettorale, arrivava il giorno delle elezioni, che si svolgevano per tribù o per centurie sotto l’occhio vigile dei littori, funzionari incaricati di proteggere i magistrati e il sistema elettorale.
Le votazioni, tuttavia, non erano prive di disordini: nel I secolo a.C. era abituale la presenza di bande e gruppi armati per minacciare gli elettori, un vile stratagemma utilizzato sia da Pompeo sia da Cesare per impadronirsi del potere. 
Con i loro alti e bassi, le elezioni romane decisero il destino dell’Urbe durante i cinque secoli della repubblica e determinarono la politica municipale di ogni città durante l’impero, inquadrate in un sistema poco democratico e in cui il potere era sempre controllato da oligarchie locali.

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