La paura come misura della relazione interpersonale

dal blog https://comune-info.net/

Francesco Fantauzzi 22 Ottobre 2024

La paura è una compagna di viaggio della storia umana. Tuttavia, l’angoscia dell’età contemporanea, più che nel passato, ha modificato il rapporto con i luoghi nei quali viviamo e con la vita di ogni giorno. Oggi il luogo simbolo della paura è la città. Intanto l’insicurezza reale e percepita diventa una condizione permanente che tocca tutti gli ambiti della nostra esistenza: salute, lavoro, ambiente, visione del futuro. Per questo tanti cercano di sentirsi protetti dalla demagogia securitaria. Al futuro che ci attende, in questo tempo di insicurezza, caos, guerre, “post pandemia” è dedicato il libro La società dell’emergenza, di cui pubblichiamo un capitolo

«Uno spettro si aggira per l’umanità: lo spettro della paura. La morte
ci guarda dritto negli occhi. Il pericolo è in agguato in ogni ambito
della vita quotidiana». Così Joanna Bourke, citata da Zygmunt Bauman
ne Il demone della paura, inizia il suo libro Paura.

La società globalizzata, quel la senza confini invalicabili, è
certamente una società che porta in sé l’ombra della paura
, che
coltiva l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro. Un
mondo il cui controllo ci sfugge sempre più, se mai siamo stati in
grado di padroneggiarlo: anche una delega in bianco della sicurezza
allo Stato, oltre a denotare un’evidente illusoria fallacia, non si
rivelerà mai sufficiente
a placare la condizione di inquietudine, in
quanto la precarietà investe ogni aspetto della vita, compresi il
lavoro, la salute, gli affetti.

Ma possiamo spingerci molto più indietro nel tempo e citare quello che
è uno dei punti di riferimento di questo lavoro, Thomas Hobbes, che
come ci ricorda lo storico Carlo Ginzburg nel suo saggio Paura,
reverenza, terrore
così scriveva in vecchiaia: «Io e la paura siamo gemelli», per riprendere uno dei principali concetti quivi espressi attraverso il pensiero del filosofo inglese e le parole di Ginzburg.

«Nello stato di natura, gli uomini sono sostanzialmente uguali e hanno gli stessi diritti (tra cui quello di offendere e difendersi): per questo vivono in un condizione di guerra perenne, di “diffidenza generale”, di “paura reciproca” (mutual fear). Da questa situazione intollerabile essi escono rinunciando a una parte dei propri diritti. Nasce così lo Stato, quello che Hobbes chiamerà Leviatano».

Lo Stato emerge dunque da un patto nato dalla paura, da un’Europa lacerata da dolorose guerre di religione, dalla ricerca della pace come bene supremo, meritevole di qualsiasi sacrificio, anche delle libertà
individuali. E la domanda che Ginzburg pone è la seguente: un patto stipulato in una situazione di costrizione può essere considerato valido? La risposta di Hobbes, secondo Ginzburg, è netta: un patto è efficace anche se concluso in una condizione di paura.

Ho ritenuto imprescindibile questa digressione per rendere chiaro che le fondamentali considerazioni di Zygmunt Bauman (e dello stesso Carlo Bordoni) fin qui riportate e che seguiranno sulla modernità e sul contesto neoliberista in cui si calano trovano fondamento nell’essenza stessa dell’uomo descritto da Hobbes, essenzialmente individualista, aggressivo e tendente a perseguire i suoi obiettivi in linea con l’istinto della propria conservazione, prima che della specie cui appartiene.

Potrei a questo punto rammentare che il capitalismo fonda le sue stesse basi proprio nel quadro storico e culturale in cui Hobbes elabora il proprio pensiero, ovvero l’Inghilterra preindustriale della creazione delle enclosures, dei prodromi della proprietà privata e della fuga dei contadini senza più sussistenza verso le città: tutti elementi che, invece di placare l’apprensione, la alimenteranno ancor più.

Il concetto stesso di Stato moderno si fonda dunque, a ben vedere, su un’emergenza da affrontare, quella della paura, sulla quale la postmodernità ha innestato ulteriori fattori di complessità. Come osservava acutamente Zygmunt Bauman sempre ne Il demone della paura,

«la paura ci spinge a un atteggiamento difensivo. Una volta assunto, esso dà immediatezza e concretezza alla paura. (…) La paura ormai ci è entrata dentro, saturando le nostre abitudini quotidiane: non ha quasi più bisogno di stimoli dall’esterno. L’intreccio di paura e azioni ispirate dalla paura, con la sua capacità di riprodursi autonomamente, è il meccanismo che più si avvicina al modello sognato del perpetuum mobile».

Ancora Bauman, in Stato di crisi, così riassume la sensazione di angoscia che ormai è parte integrante del nostro essere:

«Ognuno di noi, entità singola per volere del destino, sembra essere stato abbandonato alle proprie risorse personali, penosamente inadeguate alle sfide gigantesche che ormai fronteggiamo. Alla base di tutte le crisi sta la crisi di rappresentanza e di strumenti di azione efficace, assieme a ciò che ne deriva: l’esasperante, degradante e irritante sensazione di essere stati condannati alla solitudine di fronte a pericoli condivisi».

La paura è un’assidua compagna di viaggio della storia umana ed era ben conosciuta anche prima della pandemia; l’ultimo quadriennio ha in più riportato al centro il terrore della senescenza e della morte che, come osservavamo in Dentro la zona rossa, prima del 2020 avevamo confinato e occultato negli istituti di cura e assistenza e che tendevamo a esorcizzare anche con un semplice photoshop.

L’angoscia dell’età contemporanea ha modificato, tra i tanti aspetti, anche il rapporto con i luoghi dove viviamo. Contraria mente al passato, dove vivere isolati significava sottoporsi al rischio di venire assaltati e depredati senza poter chiedere aiuto a nessuno, oggi il luogo simbolo della paura è quello delle città, proprio lo spazio dove si (dovrebbe) vivere assieme agli altri e non sentirsi soli.

Eppure, come osserva la ricercatrice americana Nan Ellin, la protezione dal pericolo è stata «un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o palizzate». Prosegue la riflessione Zygmunt Bauman:

«Le mura, i fossati e le palizzate segnavano il confine tra “noi” e “loro”, tra ordine e natura selvaggia, tra pace e guerra: i nemici erano quelli rimasti dall’altra parte della palizzata e che non avevano il permesso di valicarla».

Le città odierne rappresentano invece la misura della percezione di insicurezza data dalla convivenza con persone che non si conoscono e di cui non ci si fida: il nemico è ora all’interno di quella mura e l’unica strada è quella dell’autodifesa e della sorveglianza, tanto cara al Leviatano, magari usufruendo delle nuove tecnologie. La collettività come generatrice di insicurezza e disintegrazione e non di socialità e fiducia nel prossimo.


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Una drammatica ma inevitabile alterazione del modo d’intendere il senso del collettivo e dell’essere comunità legata da un impulso di contiguità: oggi l’unico interesse comune, ma non condivisibile e comunitario, è il vantaggio individuale e la prima forma di competizione si esercita proprio tra i condomini, le vie e le piazze di luoghi dove, a partire dai vicini, i nostri simili lo sono solo nel cercare di superarci e di posizionarsi meglio di noi, a partire dal parcheggio sotto casa.

Così come i confini, la rimozione delle mura delle città non ha fatto che rendere palese l’inconsistenza e l’ambiguità del vivere nei contesti urbani.

La paura non riguarda soltanto la propria incolumità, ma il rischio di essere privati di ciò che agli occhi del possibile nemico è l’oggetto della sua brama: i beni che egli non possiede. La società contemporanea, quella che vive in gran parte in città che percepisce come insicure perché praticano già da anni i prodromi del distanziamento, ha rimosso la paura della morte, del degrado fisico e della malattia e ha traslato sulla materialità del possedere e sul consumo ogni possibile sforzo per placare le proprie fobie.

Elementi che apparentemente ci possono fornire la sicurezza e la serenità di cui necessitiamo, ma che ci impongono un prezzo non soltanto economico, ma anche e soprattutto fortemente simbolico e morale, perché ci costringono a difenderli e a difenderci con ogni mezzo. Beninteso, il mio non intende porsi come un giudizio morale o valoriale: i piccoli (e non) furti cui siamo sottoposti, per esempio quello della mia amata bicicletta, nonché gli episodi di molestia e minaccia sempre più frequenti nei quartieri più degradati non sono fisime antropologiche, ma dura realtà. Tuttavia, l’obiettivo del saggio è di tracciare scenari che si sforzano di guardare oltre, anche se a volte è faticoso e suscita sentimenti legittimamente indulgenti alla reazione a un sopruso subito e al desiderio di giustizia.

Dunque, le nostre vite pre-Covid trascorre vano (e trascorrono tuttora) circondate da sistemi d’allarme, antifurto, porte blindate, telecamere: la nostra preoccupazione era quotidianamente rivolta verso chi poteva scalfire il godimento dei nostri beni.

Di qui la paura del ladro, dell’immigrato, del diverso da noi; l’idea del fossato incolmabile che ci divide da chi arriva da lontano e ci (dovrebbe) portar via lavoro e benessere.

Esemplare, da quel punto di vista, è la diffusione dei cosiddetti SUV come emblema, non a caso bellico, della difesa dai pericoli della strada. Il SUV è il carro armato civile per antonomasia, la trasformazione dell’azione del muoversi da difensiva a offensiva, del la ricerca dell’incolumità e dell’invulnerabilità, del difendersi da sé.

Il SUV tocca tutti i punti esemplari dell’uomo contemporaneo in preda al timore: il mezzo simbolico della libertà di spostarsi produce un desiderio di difendersi con un veicolo evidentemente sovradimensionato rispetto alle esigenze e genera la possibilità che la stessa azione eccessiva e consumistica di autodifesa conduca poi a minacciare altri esseri umani, in movimento o meno: pedoni, ciclisti, altri automobilisti con autovetture “normali”.

La fusione tra velocità, lusso, dimensioni è il triste emblema del capitalismo individualista, machista e prestazionista e ha trasformato, in pochissimi anni, il concetto stesso di protezione dal pericolo e di gestione della preoccupazione di avere incidenti automobilistici.

Non sarebbe più semplice rallentare, invece di mantenere velocità potendo speronare gli sventurati che vengono incontro al neocarro armato civile?

Il terrore di essere privati del nostro benessere e degli oggetti che ci circondano, quasi a mo’ di (ulteriore) cane da guardia, il nostro tenore di vita, trova periodica linfa nella relativa campagna che da anni, in concomitanza con episodi di furto finiti in tragedia, rilancia e incentiva la legittima difesa armata; una sua implicita conferma si riscontra nel sondaggio ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) del 2023, secondo il quale la minaccia più grave per l’Italia da almeno otto anni risulta la crisi economica, nettamente al comando con dati tra il 40% e il 50% delle rilevazioni, e in risalita nell’ultimo anno, a causa dei timori per le conseguenze del conflitto e della crisi energetica.

Il benessere economico rappresenta dunque una stella polare valoriale e una potente
rassicurazione che non conosce tramonto. Ma la diffusione della paura è ormai assimilabile a un’industria dell’insicurezza e del controllo che ha trovato un instancabile alleato nella post-informazione.

A tal proposito è di notevole rilievo l’intervento del sociologo americano David Altheide all’interno del saggio di Bauman e Bordoni, il quale mette in evidenza il ruolo dei media nella costruzione e amplificazione delle paure. Altheide parla espressamente di “retorica della paura” ed evidenzia il ruolo del linguaggio nella creazione di nuovi significati e simboli. Nel 2001, dopo l’attentato alle Twin towers, George Bush jr. affermò: «Elimineremo il mondo pericoloso». E ancora: «Abbiamo bisogno di un presidente che capisca la lezione dell’11 settembre e che per proteggere l’America dobbiamo andare all’attacco». Un linguaggio che ci fa comprendere la sua importanza nello spargere l’insicurezza, iniziando dalla nostra vita. Eppure «guerra al terrorismo è una stridente contraddizione in termini» ed è combattuta con «armi inadatte a individuare, colpire e distruggere obiettivi extraterritoriali inafferrabili, mobili, quasi invisibili». Non vi ricorda il virus, il nemico invisibile?

Il solo elemento visibile è invece la restrizione delle libertà individuali. Come Altheide osserva «Molte cose sono cambiate nella nostra vita quotidiana. I controlli di routine negli aeroporti ne sono un esempio lampante. Li facciamo continuamente, anche se ci sono pochissime prove che questi realmente possano fermare le attività terroristiche nel modo in cui vengono praticati. Ciò che invece questi comportamenti fanno è instillare in chiunque voli “l’idea che il tuo corpo, non il tuo telefono cellulare, può essere perquisito e ispezionato da altri allo scopo di farti stare al si curo”. In altre parole, è una merce». Così come il chiudersi in casa, il dotarsi di telecamere, assumere guardie armate, iscriversi a corsi di arti marziali e di autodifesa, attività che, per citare ancora il sociologo «contribuiscono a riaffermare e a produrre una sensazione di disorientamento che le nostre azioni accelerano». Ogni atto in più, chiosa Altheide, ci fa apparire il mondo più infido e terribile e ci spinge a ulteriori azioni protettive, rafforzando la capacità della paura di propagarsi.

Un’analisi impeccabile che si connette a tutti i passaggi precedentemente svolti su Leviatano e biopolitica. David Altheide prosegue rilevando che «la diffusione dello stesso termine paura è aumentata: paura che pro paga paura.

Una comunicazione pervasiva, la consapevolezza simbolica e l’aspettativa che pericolo e rischio siano una caratteristica centrale della vita quotidiana si sono imposti».

La vita, prosegue Altheide, è oggi percepita come più pericolosa di quella dei nostri avi, nonostante ogni statistica e l’intervento di Pino Arlacchi affermino il contrario. La diffusione della paura è di venuta un format che attira la massa e crea una sorta di ambivalenza tra ansia e desiderio di protagonismo da parte del pubblico. Pubblico che, anche con un certo narcisismo che poi i social hanno ampliato, diviene centrale per affermare il suo punto di vista su cosa pensa della paura, influenzando come osservava Colin Crouch il decisore politico che, invece di assumere un ruolo di indirizzo e guida, segue le tendenze e gli umori più profondi per conseguire consenso.

Altheide sottolinea quindi che «Il risultato della politica della paura è che certe cose diventano a poco a poco accettabili; (…) l’idea importante della politica della paura è che manterremo la gente al sicuro e lo faremo con qualsiasi mezzo necessario. Se la gente davvero pensa di essere in pericolo, sosterrà questo tipo di azioni. Tutto questo porta ad aumentare la sorveglianza e il controllo sociale. (…) L’architettura della paura inizia a modificare la nostra vita, ci blindiamo, la vita pubblica inizia a deteriorarsi, la gente diventa più sospettosa rispetto agli stranieri».

Si stanno sviluppando tecnologie per la sorveglianza, si è creato il “business” della paura attraverso il proliferare di attività che dietro il principio della protezione promuovono ulteriormente l’insicurezza. Ancora una volta, un cortocircuito che in tempi recenti ha trovato un ulteriore impulso con la comparsa del virus.

L’avvento del Covid ha destabilizzato ancor più l’immaginario stesso della paura: un nemico invisibile ci spiazza e ci rende ancor più fragili.

Ecco allora la tenaglia in azione: da un lato il potere con il suo linguaggio che diffonde un clima di angoscia, dall’altro il nostro bisogno di identificare chiaramente chi sta dall’altra par te, per dargli il volto e l’identità dell’avversario.

La paura all’epoca del coronavirus ha modificato le categorie cui ci siamo finora riferiti: il nemico – visibile – è diventato la persona che ci veniva incontro perché avrebbe potuto infettarci o, ancor peggio, il traditore o disertore di quella guerra: colui che la mascherina non la indossava proprio. Il nemico dalla pandemia in poi non è più il diverso, il nero, il musulmano: è semplicemente il prossimo, in tutto uguale a noi. Un nemico senza maschera che, curiosamente, temiamo proprio perché ci mostra apertamente il proprio volto e non lo cela, come farebbe un malfattore. Il rapporto stesso coi nostri simili diviene dunque non la fondamentale opportunità relazionale che dà pregio alla nostra vita, ma la fonte di una delle nostre principali problematiche.

La paura è anche quella di tracciare un bilancio sociale e antropologico
dell’esperienza del Covid e della sua eredità, perché sappiamo che la
risposta minerebbe ulteriormente le nostre già fragili certezze.

Ecco dunque l’insicurezza come condizione permanente, che tocca tutti gli ambiti della nostra esistenza: salute, lavoro, ambiente, visione del futuro. Precarietà come dimensione culturale e simbolica, cui lo stato non più sociale non porta alcun conforto e che anzi amplifica nella sua dimensione e addirittura umilia nel prendere provvedimenti contro la povertà, rendendola grottesca e vergognosa.

Quelle due terribili parole, distanziamento sociale, calate in un contesto che fa dell’emergenza la propria cifra, contribuiscono allora a rendere permanente, o quantomeno di lunga durata, la circospezione verso l’altro e la convinzione di non avere bisogno del prossimo, di non potersi fidare. Diffidenza sociale e razziale, sempre più dense nel mondo contemporaneo, rischiano di essere affiancate dalla diffidenza epide(r)mica e, dall’avvento della guerra, di quella connettiva; la stessa connessione che, non a caso, oggi è il lemma cardine della virtualità.

Un’ulteriore spinta a un lento ma costante processo di disgregazione sociale, dissoluzione delle relazioni, di sempre maggior solitudine degli individui, alimentata da un linguaggio bellico estremamente violento e accusatorio. E una popolazione che guarda al prossimo con diffidenza scruterà il futuro con altrettanto smarrimento, esprimendo un paradosso: l’unica arma, a proposito di neolingua bellica, a sua disposizione, il non essere solo, diviene il fattore sul quale il potere punta per farlo sentire ancor più isolato, offrendo l’illusione di proteggerlo attraverso una logica securitaria.

Un uomo insicuro è un uomo solo per definizione ed è più controllabile, anche se la sua rabbia prima o poi potrebbe esplodere in forme imprevedibili e spettacolari, come i social reclamano di ogni nostro atto. Una paura che ormai ha assunto le sembianze di un demone la cui azione è trasmettere l’insostenibile sensazione di non avere più nulla sotto controllo, iniziando dalla propria vita.

Ancora una volta, assistiamo a un ribaltamento delle conseguenze della debolezza del decisore politico sui cittadini: quella politica separata dal potere, invece di riconoscere la propria inadeguatezza e incapacità di risolvere i problemi ritrova paradossalmente nuovo vigore nel dominio su cittadini che, per l’appunto, hanno perso il controllo delle loro vite proprio perché non più assistiti dal quella stessa politica con le tutele dello Stato sociale.

In una società globalizzata e dunque senza confini fisici, ma che invoca e reclama i confini delle frontiere da un lato e del distanziamento dall’altro come barriere protettive e schermature, è impossibile garantire la sicurezza, ma la semplice promessa di muri e blocchi fa ancora presa su un’umanità impaurita e che non si sente protetta. La mancanza di protezione come generatrice di un’idea di protezione che rassicura.
Più lo Stato non ci protegge, più ci sentiamo protetti dalla
demagogia securitaria
.

Ecco il controsenso, uno dei tanti, della società globalizzata neoliberista. I limiti, le insicurezze della globalizzazione sono dunque stati scaricati, ancora una volta, sulla collettività: ciò che un minuscolo virus ha inceppato, ovvero la velocità e la globalità degli scambi, si è tradotto in una formidabile e terribile opportunità per consolidare un sistema economico e finanziario ancor più atomizzato, partendo dall’inarrestabile sviluppo degli acquisti a domicilio tramite i moderni supporti informatici, e un quadro di rapporti sociali ormai specchio del distanzia mento e della disgregazione, anche delle rivendicazioni sociali che faticano a riorganizzarsi e a trovare un porto sicuro cui rivolgersi.

E la guerra alle porte di casa richiede un’unica certezza come antidoto all’insicurezza: la vittoria finale contro il nemico per tornare a essere protetti e incolumi. Guai a esprimere dubbi: dobbiamo schierarci e affidarci a quello Stato che ci ripeteva come un mantra “state a casa” ma, e questa è l’unica certezza, è uno “stato a casa”.

Terminerei il capitolo con le illuminanti parole di Carlo Ginzburg, che sempre in Paura, reverenza e terrore rimanda ancora una volta a Thomas Hobbes, al rapporto con lo Stato e soprattutto con i timori quivi ripetutamente espressi:

«Viviamo in un mondo in cui gli Stati minacciano il terrore, lo esercitano, a volte lo subiscono. (…) Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo simile a quello pensato e indagato da Hobbes. Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente, ma il futuro (…).

Supponiamo che la degradazione dell’ambiente aumenti fino a raggiungere livelli oggi impensabili. L’inquinamento finirebbe col minacciare la sopravvivenza. A questo punto un controllo globale, capillare sul mondo e sui suoi abitanti diventerebbe inevitabile. La sopravvivenza del genere umano imporrebbe un patto simile a quello postulato da Hobbes: gli individui rinuncerebbero alle proprie libertà in favore di un super-stato oppressivo, di un Leviatano infinita mente più potente di quelli passati. Un futuro ipotetico, che speriamo non si verifichi mai».

La società dell’emergenza, quella temuta, non a torto, dalle realtà divergenti che il sistema colpevolizza e criminalizza. Ma, ancora una volta, interpretare e disaggregare il meccanismo coercitivo non significa eliminare il problema che sta alla base dell’emergenza stessa, soprattutto se reale (e, come si è veduto, può accadere). Un rebus di ardua soluzione, cui non offrire il fianco con la logica delle fazioni…


Tratto dal libro La società dell’emergenza (Sensibili alle foglie). Titolo completo del capitolo “La paura come misura della relazione interpersonale e di futuro sempre più incerto”.

Francesco Fantauzzi lavora da 25 anni presso Mag 6, cooperativa di finanza mutualistica e solidale di

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