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Nicola Melloni 30 Ottobre 2024
Le elezioni presidenziali Usa sono l’ultimo esempio della tendenza alle urne degli ultimi anni: scegliere il meno peggio. Ma siamo sicuri che serva davvero a sventare il pericolo delle destre?
Con le elezioni statunitensi che si avvicinano, torna centrale il dibattito sul cosiddetto voto per il meno peggio – che prevede di votare Kamala Harris per cercare di fermare il pericolo rappresentato da Donald Trump. Nulla di nuovo, in Italia siamo abituati almeno dal 1994 e dal voto «contro» Berlusconi e raramente «a favore» dell’altra coalizione – anche se in verità già Indro Montanelli invitava a votare la Democrazia cristiana «turandosi il naso» per fermare un altro pericolo, quello comunista.
La logica del meno peggio è particolarmente importante in periodi di polarizzazione e grande tensione politica, quando chi abbiamo davanti non è solo un avversario ma un nemico che mette a rischio l’esistenza stessa della democrazia. Ecco allora che davanti a un rischio del genere, l’unica cosa da fare è un «fronte comune», il cui collante è la difesa della libertà, e la lotta contro fascismo, razzismo, intolleranza. Un compito nobile, il cui costo è però, spesso, la rinuncia a un programma politico coerente o che parli ai bisogni concreti delle persone. La situazione è poi esasperata da sistemi politici bi-partitici o bi-polari, dove la vittoria dell’uno è la sconfitta dell’altro.
Se da una parte, dunque, la sconfitta dell’altro è la determinante principale del voto, dall’altra la politica attuale sembra esistere solo intorno alla vittoria elettorale, che par quasi esser diventato l’unico mezzo per far politica, spesso dimenticando il ruolo chiave che le opposizioni dovrebbero giocare nella polis democratica. Ci viene spesso ripetuto che solo al governo si possono cambiare le cose, anche se «cosa» cambiare rimane spesso molto vago. Ed è la sinistra che viene costantemente chiamata a baciare il rospo, per ovvi motivi.
Non vi sono dubbi che le nuove destre si presentano come movimenti di rottura anti-istituzionali, con poche attenzioni per le forme, quando non per la sostanza, della democrazia; che dal populismo razzista ammiccano al fascismo; che spesso non riconoscono i risultati elettorali, addirittura, come nel caso di Trump, invitando più o meno apertamente alla rivolta contro le istituzioni democratiche, ma anche al non-riconoscimento della legittimità dei tribunali, comportamenti di fatto eversivi. Il costo però è una rinuncia, nei fatti unilaterale, ai temi che sono più consoni alla sinistra.
La difesa della democrazia
Il voto «contro», come abbiamo detto, è figlio soprattutto della polarizzazione politica e della crescita imperiosa di una destra populista, con tratti illiberali e anti-democratici. Una svolta politica che in Italia è stata anticipata dal ventennio berlusconiano ma che soprattutto si è venuta a creare nell’impianto politico-istituzionale neoliberale, o, se vogliamo, post-democratico di cui parlava Colin Crouch: una politica in cui i partiti sono sempre più ridotti a comitati elettorali, la cui vita democratica si sostanzia nell’elezione di un leader. Il controllo pubblico sull’agenda del governo è praticamente nullo, e anche sulle piattaforme elettorali dei partiti – il caso di scuola in questo caso è quello di Keir Starmer, che ha ottenuto la leadership del Partito laburista con una piattaforma progressista per poi abbandonarla appena entrato in carica. Nella post-democrazia le istituzioni intermedie sono sempre più impoverite di contenuti, riflettendo un approccio che cerca di minimizzare la volontà popolare in favore di quella delle élite e dei mercati, ponendo limiti virtuali, ma cogenti, alla sovranità popolare.
Questa struttura politica è un’imprescindibile chiave di lettura per mettere nel giusto contesto il teorema del «meno peggio»: la vita associativa è decimata, le possibilità di influenzare le scelte politiche dei partiti e ancora di più dei governi sono sempre più ridotte; viviamo in una versione della democrazia ampiamente deprivata dei luoghi stessi del consenso e dell’azione politica, e che si sostanzia, ogni quattro o cinque anni, nel momento elettorale. Così le elezioni diventano il momento cruciale, quasi unico, per indicare le proprie preferenze politiche, i propri bisogni, le proprie aspirazioni – momento che però il «voto contro» di fatto cancella. Le associazioni intermedie spariscono, il rapporto tra sindacati e partiti si assottiglia sempre di più, e il voto non serve più a sostenere una certa visione del mondo ma a respingerne un’altra.
Il voto di protesta, spesso sbeffeggiato come «voto inutile», e come sinonimo di immaturità politica, ha in realtà un valore fondamentale in democrazia. Come ben spiegato da Albert Hirschman, nell’organizzazione umana, di fronte alla percepita diminuzione della qualità dell’offerta – politica, in questo caso – le uniche possibilità nelle nostre mani sono quelle di voice, esprimere il proprio dissenso, o exit, abbandonare tout court l’organizzazione, e dunque in questo caso rifugiarsi nell’astensione quando non nell’apatia.
Ovviamente in una democrazia funzionante ci dovrebbero essere altre possibilità di esprimere la propria protesta e il proprio discontento – prima del voto. Si partecipa alla vita associativa, alle assemblee, alle manifestazioni; ci si scontra; e infine si trova una sintesi politica tra i membri della propria comunità, in maniera che le diverse voci vengano rappresentate. Se però questo non è possibile, il voto diventa un momento decisivo per segnalare la propria insoddisfazione, o più in generale, per indicare le preferenze dell’elettorato e informare le decisioni della classe politica.
Il meno peggio, dunque, indebolisce la democrazia, invece di difenderla. La rende sempre più debole, più vulnerabile. Si pensi all’accountability, cheè uno dei criteri principali che descrivono una democrazia sana: senza una vera traduzione in italiano, vuol semplicemente dire che l’elettorato valuta quanto ha fatto un governo e alle elezioni lo giudica su quella base. In sostanza i partiti devono fare politiche che soddisfino la loro base, e più in generale l’elettorato, e che siano, in ogni caso, in linea con quanto promesso. Ovviamente questo rapporto virtuoso tra eletti ed elettori viene meno nel momento in cui bisogna votare contro un altro, a prescindere di quello che si è fatto e dal programma che viene proposto.
Il voto contro contribuisce in maniera determinante a creare una sistema politico top-down, in cui non sono gli eletti a doversi guadagnare il voto degli elettori, ma sono addirittura gli elettori a essere ritenuti responsabili, in caso, di non fermare il pericolo che avanza, costi quel che costi.
L’indebolimento della struttura democratica ovviamente ha molte cause – mercato, globalizzazione, vincolo esterno, cambiamento sociale e rottura dei vincoli di solidarietà, influenza del denaro in politica e deriva oligarchica – ma un ruolo non marginale è stato, a mio parere, giocato anche dalla deresponsabilizzazione degli eletti e a una più o meno consapevole rinuncia a costruire un’alternativa politica che dia, appunto, «voce» ai bisogni e alla domande degli elettori e delle elettrici.
Vittoria o cambiamento?
Molto spesso la scelta del meno peggio non solo ha contribuito a deteriorare i rapporti democratici ma non ha quasi mai evitato la vittoria del «peggio», tutt’al più l’ha rimandata. Questo è particolarmente vero in una situazione di crisi di legittimità del sistema nel suo complesso. Almeno dalla grande crisi finanziaria del 2008, l’asse centrista che ha governato per decenni l’Occidente ha perso la sua capacità egemonica di creare consenso. I cittadini si sentono traditi, pensano che il sistema politico sia ingiusto e poco rappresentativo. In particolare, negli Stati uniti sono sempre di più coloro che non si sentono rappresentati da nessuno dei due partiti e che si lamentano della qualità dei candidati.
Il problema è che davanti all’assalto alle istituzioni della destra estrema, il voto per il meno peggio diventa un voto per lo status quo, uno status quo formalmente democratico ma che in realtà soddisfa ben pochi. E dunque, più lo status quo persiste, più cresce l’insoddisfazione, e la voice dello scontento viene lasciata proprio a quella stessa destra che ci si propone di fermare: un serpente che si morde la cosa.
La parte propositiva è troppo spesso mancante, quando il manifesto elettorale diventa «dobbiamo fermare Trump (o chi per lui)». L’ossessione per la vittoria elettorale a qualsiasi costo diventa essa stessa parte del problema – perché è proprio l’assenza di contenuti politici progressisti che vadano oltre al «siamo meno peggio dell’altro» a condannare la sinistra alla sconfitta o all’irrilevanza. Una politica sana si dovrebbe porre le domande giuste – come ridare qualità alla nostra democrazia, come risolvere la questione sociale – piuttosto che trovare risposte di comodo e per loro natura occasionali. Bisognerebbe ricominciare a pensare alla politica come costruzione di una visione del mondo, di un’alternativa sociale che, se capace di aggregare consenso, troverà, infine, nella vittoria il suo punto culminante, non il suo incipit.
Perché questo sia possibile bisogna ridare voce agli elettori, appunto. Sperare che sia l’establishment a cambiare l’agenda politica è miope e non tiene conto dell’esperienza storica, dove le pressioni per il cambiamento sono venute prevalentemente dal basso.
Si pensi alla discussione serrata tra Martin Luther King e Lyndon Johnson sui diritti civili. King sapeva benissimo che i Democratici erano meglio o, comunque, «meno peggio» dei Repubblicani, ma la sua strategia politica fu di mettere pressione affinché i diritti civili fossero approvati subito, non cedendo all’opposizione di Johnson che sapeva che così facendo avrebbe perso l’appoggio del Sud e dei Dixiecrats. Si tratta ovviamente di un’altra epoca, in cui la capacità organizzativa e di mobilitazione dei movimenti poteva creare una vera pressione sui partiti, in cui la politica aveva una relazione dialettica tra base e leadership. La mancanza di movimenti organizzati, e l’atomizzazione dell’elettorato rende meno praticabile questa via. Eppure, andrebbe ricordato che non più tardi di otto anni fa, proprio la candidata democratica Hillary Clinton subì una cocente sconfitta proprio per mano di Trump. Perché? Fondamentalmente perché la rust belt, il Mid-West storicamente casa dell’industria americana, impoverito dalla globalizzazione neoliberista, voltò le spalle ai Democratici che nulla avevano fatto per migliorarne le condizioni di vita.
Furono del resto gli stessi Democratici a far tesoro di questa lezione: anche se pubblicamente la leadership sostenne che le ragioni della sconfitta andassero cercate nell’intromissione russa, Biden, da sempre un centrista, aprì un nuovo corso: più attenzione ai voti degli operai, supporto ai sindacati, critica – almeno a parole – del grande capitale. A questo naturalmente ha fortemente contribuito la forza della campagna di Bernie Sanders, che per ben due volte ha saputo sfidare il mainstream Democratico.
La politica andrebbe analizzata in termini diacronici, perché i cambiamenti hanno bisogno di tempo e processi per svilupparsi; non tutto è riducibile a una visione puntuale che si concentra semplicemente sul momento elettorale. Mettere pressione oggi, fino al punto di non votare per chi non ha altro merito che non essere il «peggio», può finalmente ridare voce a chi vuole qualcosa di diverso, a chi pensa che la democrazia si costruisca dal basso e non per gentile concessione delle élite. Se l’obiettivo non è solo frenare il nemico, ma imporre un’agenda diversa alla propria parte, ecco allora che diventa indispensabile ri-responsabilizzare i vertici dei partiti: i voti vanno guadagnati.
La domanda dunque diventa se rischiare di avere un pessimo governo oggi, lavorando per cambiare la politica di domani; o sperare di evitare il peggio oggi, con una ragionevole certezza che il domani continuerà a proporre sempre la stessa alternativa tra peggio e meno peggio perché non avremo provato a sconfiggere le radici del peggio, che anzi vengono alimentate dall’immobilismo. Ovviamente la risposta varia drasticamente se pensiamo che l’elezione odierna sia un evento «definitivo», la fine della democrazia. Il risultato è però una versione perversa della post-democrazia, in cui il cittadino non ha voce, ma ha il solo dovere civico di evitare il cattivo di turno, che magari in futuro verrà inglobato nella coalizione dei buoni contro un altro ancora più cattivo (Dick Cheney, l’ultimo esempio di tale obbrobrio).
Una sfida per la sinistra
Con una politica che per almeno tre decenni si è spostata al centro, la sinistra è stata vista solo come portatrice d’acqua, avendo perso consenso popolare e capacità culturale di produrre alternative. Il mantra politico della Terza Via proposta dai partiti progressisti occidentali negli anni Novanta era lo spostamento verso il centro, il luogo di contesa dove si potevano spostare i voti tra le due coalizioni; la sinistra era così inevitabilmente marginalizzata in una coalizione politica a guida centrista che come primo compito aveva quello di non spaventare gli elettori moderati.
La situazione sembra addirittura essere peggiorata con la crisi politica e sociale seguita a quella finanziaria. Già dieci anni fa, il grande studioso Leo Panitch mi diceva che lo spauracchio del fascismo sarebbe stato usato per forzare la sinistra in qualche «fronte nazionale», in cui avrebbe dovuto, ancora una volta, rinunciare alle sue istanze per il bene comune. Il quadro politico che si presenta in Occidente ora è particolarmente complicato. La crisi del centrismo liberale ha dato il via a un’ondata populista che si è soprattutto concretizzata a destra, col ritorno di partiti neo o para-fascisti, da Meloni a Le Pen, a Vox e AfD, per citarne solo alcuni. Ma, in teoria, darebbe anche la possibilità alla sinistra di provare finalmente a proporre un’alternativa concreta a una democrazia liberale sempre più distaccata dai cittadini.
Se da una parte c’è una spinta a far fronte comune con i liberali contro l’avanzare delle destre, dall’altra ci sarebbe l’opportunità di uscire dal circolo vizioso di partiti, movimenti, elettori che portano voti ma hanno raramente voce in capitolo. Senonché sembra sempre più evidente che la prima opzione è più che altro una mossa ipocrita e a senso unico, e che il fronte comune va bene solo per difendere il centrismo, e non come alleanza contro la destra. Basti pensare a cosa è successo negli ultimi anni nel Regno unito, dove una parte del Partito laburista ha sabotato la campagna di Jeremy Corbyn, preferendo nei fatti un governo conservatore a un governo socialista; e in Francia – dove Emmanuel Macron si è appellato al fronte repubblicano quando gli faceva comodo per sconfiggere il Rassemblement national, ma non ha poi voluto fare lo stesso per far eleggere deputati della France Insoumise che non ha esitato a comparare ai fascisti; per poi nominare un governo con l’appoggio esterno dell’estrema destra.
La scelta degli Usa
Tutte queste riflessioni naturalmente portano al presente scontro tra il male assoluto, Trump (fascista, secondo il generale Kelly e secondo Kamala Harris), e il male relativo, la stessa Harris. Lasciamo perdere per il momento il fatto che Harris sta portando avanti una campagna che ammicca a destra, che esalta il possesso delle armi da fuoco, che punta su una politica bipartisan, ritornando a un centrismo esasperato dopo la timida svolta a sinistra di Biden. Concentriamoci invece sul cosiddetto elephant in the room, il problema palestinese.
Esiste chiaramente una questione morale – se sia possibile votare per un’amministrazione che ha incoraggiato un possibile genocidio e una sicura pulizia etnica; che ha aggirato la legge e il Congresso, per mano del Segretario di Stato Antony Blinken, per continuare ad armare il massacro. Il punto però continua ad essere politico, ed è particolarmente pressante dato che ci sono diverse associazioni musulmane, e molti intellettuali a sinistra che hanno dichiarato che non voteranno per la Harris. Non ci sono dubbi che i Democratici siano, per la comunità araba, molto meglio di Trump che parla un giorno sì e l’altro pure di deportarli e alimenta con i suoi discorsi un profondo odio razzista verso gli immigrati: e in effetti il loro voto è sempre andato ai candidati Democratici. Ma quest’anno, per alcuni, è diverso: le comunità sono divise tra la paura per un governo Trump e la difficoltà, per alcuni l’impossibilità, di dare un assegno in bianco ad Harris.
Un altro gruppo sociale importante per determinare il risultato elettorale sarà quello degli studenti, solo pochi mesi fa bastonati dalla polizia e messi all’indice dall’Amministrazione Biden. La stragrande maggioranza degli studenti preferisce Harris a Trump, ma quanti andranno a votare? Otto anni fa la loro astensione fu una delle chiavi della vittoria dei Repubblicani. Da notare per altro che quello che ha fatto indispettire gli attivisti e anche la gente comune è che i Democratici hanno volutamente ignorato il tema Gaza – impedendo ai delegati pro-Palestina parlare alla Convention, mentre altri delegati ignoravano smaccatamente i manifestanti. Il tutto mentre i sondaggi mostrano al di fuori di ogni dubbio come gli elettori Democratici simpatizzino in maggioranza per la causa palestinese, pensino che a Gaza sia in corso un genocidio e chiedano un immediato cessate il fuoco.
Queste voci sono totalmente ignorate dall’establishment e le possibilità anche solo di stabilire un dialogo sul tema sono osteggiate e impedite all’interno del partito, che non è interessato all’opinione dei suoi elettori, ma ne pretende il voto.
Pare forse utile ripetere che è scontato che con Trump la situazione in Medio Oriente non potrà in alcun modo migliorare, che le politiche di Netanyahu continueranno nella più totale impunità. Il punto però è se si vuole accettare passivamente la situazione o provare, senza alcuna garanzia di successo, a contribuire a cambiare le cose. Non oggi, purtroppo, ma domani. Se gli elettori pro-Palestina – siano essi musulmani e arabi, studenti, o semplicemente persone indignate per il comportamento dell’amministrazione Biden-Harris – si riveleranno un gruppo critico per determinare il risultato elettorale – e lo potranno essere solo negando il voto per il partito che hanno storicamente votato, non avendo trovato altri canali di protesta – allora per i Democratici si dovrà aprire la questione palestinese per andare a riprendersi quei voti, esattamente come si era aperta la questione rust-belt otto anni fa.
Non si tratta di una scelta facile. Le vittorie dell’ultra-destra hanno dei costi, sia sul piano politico che su quello culturale, e non sono certo auspicabili, in alcuna circostanza. Il problema è che queste vittorie sono state rese possibili da condizioni materiali peggiorate cui viene prestata poca attenzione a sinistra; dall’esasperazione di elettori ed elettrici, mai ascoltati; e anche dalla rassegnazione che ci porta ad accettare il meno peggio come unica alternativa possibile, invece di lottare per il meglio.
Se tra le cose che ci rassegniamo ad accettare ci fosse anche un genocidio, forse l’ora più buia della democrazia sarebbe anche opera nostra.
*Nicola Melloni si occupa della relazione tra stato e mercato e tra cambiamenti economici e politici. Dopo un PhD a Oxford ha insegnato e fatto ricerca a Londra, Bologna e a Toronto. Scrive per Micromega e Il Mulino.