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di Roberto Sommella
Un’analisi comparativa dei programmi elettorali di Kamala Harris e Donald Trump rivela promesse di spesa elevate e potenziali aumenti del deficit
Tutto il mondo è paese: per vincere le elezioni americane i due candidati promettono più spese e più debito. Ma davvero andrà a finire così a prescindere da chi si affermerà nella contesa per la Casa Bianca? Un grafico spiega come dal 1957 a oggi tutti i presidenti Usa eletti hanno fatto crescere mercati ed economia nelle prime fasi di mandato, ad eccezione del primo di George W. Bush e di Richard Nixon. Questo significa che dopo la vittoria si usa molto il classico pragmatismo Usa più che i programmi venduti per Vangelo.
Un’analisi dell’impatto degli stessi è comunque essenziale anche solo per capire le enormi cifre in gioco. Follow the money, predicava persino la celebre Gola Profonda dello scandalo Watergate. E il denaro va seguito anche in questo caso per capire a chi parlano Kamala Harris e Donald Trump.
L’impatto economico su scala temporale
Su queste pagine abbiamo raccontato come la prestigiosa Wharton School of the University of Pennsylvania abbia svolto un esercizio interessante. In termini di impatto sulla crescita rispetto all’attuale legislazione, i ricercatori stimano che gli effetti del programma della candidata democratica Harris sarebbero significativamente negativi nel breve, medio e lungo termine, mentre il programma di Trump avrebbe un effetto positivo sulla crescita nel breve ma negativo nel medio e lungo termine, anche se in misura nettamente inferiore.
Lo studio specifica che i rialzi dei dazi doganali annunciati da Trump non sono inclusi nel calcolo, in quanto mancano i dettagli relativi a queste misure e non vi è certezza quanto ai loro effetti secondari potenziali.
È tuttavia poco probabile che questa parte del programma di Trump riesca a compensare la differenza significativa in termini di aumento del deficit stimata dalla Wharton School: ben 5.800 miliardi di dollari di deficit aggiuntivo (più del risparmio degli italiani) da qui al 2034 per il programma di Trump rispetto ai 1.200 miliardi di dollari per quello di Harris (quasi quanto gli italiani custodiscono nei loro conti correnti).
Crescita o sostenibilità: il dilemma del mercato
I due programmi possono essere sintetizzati sotto forma di un duello: più crescita nel breve termine contro maggiore sostenibilità per il bilancio nel lungo termine. Se gli economisti preferiscono sicuramente la seconda soluzione, i mercati finanziari ragionano molto di più a breve termine. Tanto più che il programma di Harris prevede una serie di misure che non depongono di certo a favore delle imprese: aumento dell’imposta sulle società dal 21% al 28%, aumento dell’aliquota fiscale sugli utili realizzati all’estero dal 10,5% al 21%, aumento di quattro volte – dall’1% al 4% – dell’imposta sui riacquisti di azioni.
Una serie d’iniziative cui le borse americane dovrebbero riservare un’accoglienza più che gelida, sempre che vinca Harris e sempre che poi le faccia sul serio. Difficile pensare che un presidente neo eletto decida come prima cosa di mettersi contro Wall Street, democratico o repubblicano che sia.
Le politiche fiscali e commerciali
In un rapporto dello scorso maggio, gli economisti di Deutsche Bank hanno invece dimostrato che l’occupazione nel settore manifatturiero è peggiorata negli Stati Uniti dopo l’inizio della guerra commerciale di Trump nel 2018, con l’impatto maggiore nelle contee a più alta intensità manifatturiera. La Tax Foundation stima che i dazi del 10% di Trump ridurrebbero la produzione statunitense dello 0,7% e costerebbero 505 mila posti di lavoro. E molto più male farebbero alle merci europeo e all’export, dove l’Italia si è issata alla quarta posizione nel mondo pur non essendo la quarta economia del mondo. Un record, da preservare con i denti.
Battaglia anche sulla famiglia. Harris ha proposto un credito d’imposta di 6.000 dollari per i genitori di un neonato, il compagno di corsa di Trump, Jd Vance, ha rilanciato con un credito di 5.000 dollari per ogni bambino, indipendentemente da quanto siano ricchi i genitori. La corsa agli armamenti fiscali, come raccontato dal Wall Street Journal, non finisce qui: Harris promette un credito d’imposta di 25.000 dollari per chi acquista la prima casa, mentre Trump porrebbe fine alle imposte sul reddito sui benefit della previdenza sociale.
Il peso sul deficit
Queste idee costano moltissimo e comunque il paese continua a crescere quasi del 3% creando centinaia di migliaia di posti di lavoro aggiuntivi e avendo una borsa in gran forma.
Il Comitato per un Budget Federale Responsabile ha stimato che le promesse elettorali di Harris, oltre a quelle già fatte da Biden, sono costate circa 1.000 miliardi di dollari in un decennio, ma d’altra parte l’abrogazione della tassa sulla previdenza sociale da parte di Trump peserebbe almeno per 1.600 miliardi. Anche se li stampano e hanno un tesoro unico, sono un mucchio enorme di dollari persino per gli americani, costretti negli ultimi tempi a salvare in extremis il proprio budget dal default. Ogni promessa è un debito, in Italia come negli Usa.
Vincerà la corsa chi non ha esagerato?