Una proposta di discussione seria e critica.

Mi piacerebbe capire questo panorama politico, non istituzionale, poco organizzato e “coriandolizzato”sui territori.

Mi rivolgo quindi ai ribelli di cuore e di carattere che ancora provano a sfondare questo muro di gomma della politica attuale appunto per una riflessione che spero continui e non rimanga l’opinione giusta o sbagliata di una o più persone, anche per i conseguenti errori e sconfitte registrate ad oggi.

1) Esiste un enorme intreccio di reti di associazioni, comitati, gruppi civici, sindacati di base diffuso a livello nazionale, alcuni di area cristiana, altri di minoranze etniche, di una sinistra rimasta radicale, di intellettuali e ricercatori. Spesso sono monotematici e orientati (sanità, energia, lavoro, ecc). Per quelli nazionali che frequento random, mi accorgo che sono abbastanza comunicativi e il dialogo non è concentrato su singoli temi, è ad un livello alto di consapevolezza, ma c’è spazio per analisi, proposte più ampie. Poi quando si passa alla concretizzazione viene fuori tutta la debolezza di questa opposizione reale, mentre considero nulla o solo interessata quella istituzionale dei partiti.

2) La stessa cosa non si può dire (certo non ovunque per fortuna) di tante situazioni territoriali . Savona dove vivo è un esempio eclatante di chiusura disarmonica per gruppi non solo di militanza, ma proprio anche di dialogo che scorre su binari sempre uguali in cui i partiti mettono il cappello…

3) Parto da un esempio dirimente: chi è legato alla battaglia contro la guerra, che ovvio riguarda tutte/i e ingloba al suo interno tanti aspetti, PER NULLA VALORIZZATI in una stanca ripetizione poco convincente. Cosa intendo?

Quel poco che resta di una lotta, pur ancora sentita, che ha anche prodotto manifestazioni di centinaia di persone, ma per cui il classico bicchiere d’acqua si sta affogando i rimasti a poco a poco!

L’informazione sul web, ma non solo, buca anche se depista o ritarda ogni volta, lo sforzo per ripartire è troppo alto e fiaccante, non può essere una somma di informazioni (sulle guerre, le deprivazioni, le violenze, il genocidio e la pulizia etnica) buttate lì a creare coscienza critica

La discussione e quindi la crescita politica teorica secondo me, assolutamente necessaria, ma anche la capacità organizzativa ne risentono.

Cosa serve solo denunciare efferatezze israeliane e torture ormai risapute se non si inquadrano in progetti politici di dominio a cui rispondere? Quando ogni incontro è solo o per fare testimonianza (il venerdì sera) o per decidere come attuare un dato manifesto, un volantino, un flash mob, c’è un oggettivo impoverimento politico.

Eppure in questo contesto c’è un sapere come vivere diversamente , come mai non esce fuori?

La “massa” non capisce e se ne sta in attesa di un altro invito che forse sarà migliore….

Se non si va oltre, per capire cosa significa per esempio la guerra fra Israele e Palestinesi che pare quasi un aspetto sociale distorto, una anomalia sia pur mostruosamente violenta attuata da Israele. Una guerra fra due nazioni e non il prodotto di un sistema capitalistico violento che usa le guerre per cambiare regole, mercati, alleanze fra nazioni, economia e ovvio tutto l’aspetto derivato ambientale, del lavoro, ecc. Non è affatto scontato la coscienza per chi ha sensibilità per il massacro, ma non ha sufficienti argomenti che spieghino i vari passaggi.

Come fanno a capire quelli che sono contro (ad esempio) al rigassificatore per una energia sostenibile, che questa guerra è frutto di scelte internazionali e della finanza globale che traina il mercato e che da quel modo di agire dipende quindi anche l’energia?

Altro che banale inquinamento ambientale o dannoso per il turismo di massa…

Ovvia la solidarietà e tutto l’appoggio possibile, anche materiale, ai palestinesi qui ed ora, anche ai libanesi, ma c’è da riflettere sul senso politico che questa guerra ( come per l’Ucraina) assume nella sua devastante avanzata degli assassini israeliani appoggiati dagli Usa materialmente e dall’occidente e quindi rispondere alla domanda: basta essere contro Israele per capire come in Italia posso muovermi?

Come si collega una guerra dall’altra parte del Mediterraneo con le scelte della Meloni, della EU e quindi con la situazione sociale in Italia?

E’ tutto da ripensare!

Lo dico qui e adesso anche sul “metodo” di comportamento di Al Fatah prima e di Hamas poi, dentro al suo territorio. Dove i governi hanno funzionato per attrarre aiuti economici da paesi amici e anche accettato aiuti divisivi dallo stesso Israele purtroppo senza neppure cercare una via autonoma e determinata. Sono diventati un obbrobrio corrotto con Abu Mazen ridotto a icona e banderuola. Non hanno costruito una via di sviluppo specifica e collettiva per quel popolo coltivando aspetti continuamente utili solo a frazionare un popolo nella sua integrità regionale.

Tutta l’ingerenza del fondamentalismo islamico deleterio che è uno dei motivi di oppressione per quel popolo, ha lavorato per costruire “muri interni ed esterni”, mentre una religione deve essere per chi ne sente il bisogno, una forma libera di sentire la vita.

La guerra Ucraina o di Gaza sono forme con cui il capitalismo d’assalto globale regola o meglio sancisce la propria strada di sviluppo ineguale. Oggi non c’è coscienza di questo. Certo la lotta contro deve essere mirata e consapevole, poiché ormai le disparità economiche e militari determinano l’andamento complessivo.

Per quale modello di società vale la pena battersi ? Non c’è gran che da studiare, c’è tutto da inventare. Molto abbiamo sperimentato e la storia di 50 anni di lotte ha costruito un sapere che per magia poi scompare nelle discussioni meno dotte, ma è lì da usare!

Non si tratta di elaborare solo nuova teoria, ma la certezza che tutti i modelli (comunismo, socialismo, democrazia rappresentativa, ecc) sin qui sperimentati hanno fallito. Però la conoscenza, la capacità di analisi critica e di proposte non partono da zero, serve farlo puntigliosamente e apertamente.

Non può essere un sentiero solo pan-sindacale di lotta, serve la disponibilità a costruire punti di ascolto, di dialogo collettivo, a costruire comunità territoriali su vari aspetti facendo crescere chi vuole ritagliarsi un ruolo più avanzato. Lo sviluppo ineguale viaggia anche attraverso le diversità individuali, ognuno può avere un ruolo.

Mentre nella lotta al potere serve trovare appoggi di scopo e alleanze magari anche per via istituzionale, ma solo dopo aver costruito ramificazioni organizzate, si deve affinare la strategia ed il progetto politico che oggi non è dato da nessuna componente esistente (a mio giudizio) almeno in modo unitario ed è tutta da ricostruire, poiché se non hai paletti e piani fissi di futuro sei completamente in balia di chi una struttura ce l’ha e viaggia come un treno a preparare olocausto.

Quindi siamo in mezzo fra chi abbandona qualunque forma di resistenza sociale e fa i azzi suoi o semplicemente non vota più perché senza fiducia e i pochi militanti che inventano opposizione reale si caricano di frustrazione per l’inadeguatezza.

C’è un terreno da coltivare, politico e sociale, ma serve dialogare senza preconcetti o ideologie con l’esatta coscienza del fallimento senza patemi, poiché fin che c’è vita c’è speranza, senza retorica.

La prima cosa ESSENZIALE è costruire punti fisici di incontro collettivo sui territori, poi crescerà quel che serve. Non sarà più l’opinione reiterata di uno o dell’altro, ma il frutto di un risultato di incontro politico senza mediazioni come output finale

Sapremo misurarci con questi aspetti? Aspetto riscontri sul web o meglio fisicamente in presenza

Gatti Gianni, Savona 18/11/2024

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