Hezbollah, il Libano e i palestinesi

Dal blog https://volerelaluna.it/

11-11-2024 – di: Rosita Di Peri

E’ ormai tristemente noto come il 7 ottobre 2023 abbia cambiato radicalmente gli equilibri, peraltro già precari, della regione che chiamiamo Medio Oriente. Attraversata da forze e spinte di mutamento manifestatesi con le rivolte del 2010-11 l’area è stata testimone di fenomeni di repressione sfociati anche in conflitti sanguinosi come i casi di Siria, Libia e Yemen dimostrano.

Il tentativo di arrivare a una normalizzazione delle relazioni a livello regionale promosso da Donald Trump nell’agosto del 2020 con gli “Accordi di Abramo”, ha portato alla firma di una serie di intese tra Israele e diversi paesi arabi, tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. Nel condurre tale operazione, tuttavia, Trump non aveva fatto i conti con una variabile che era stata largamente dimenticata, marginalizzata e cancellata dalle preoccupazioni statunitensi e globali ossia la presenza palestinese. Trump aveva cercato di promuovere la stabilità regionale (legandola soprattutto alla dimensione economica, come i protocolli siglati tra Israele e i vari paesi coinvolti dimostrano) senza tenere conto delle rivendicazioni dei palestinesi e del loro ruolo nello scacchiere medio orientale. Tale operazione era stata possibile anche per il raffreddato sostegno dei paesi arabi alla causa palestinese che, per tutti gli anni ’60 del Novecento e fino alla morte di Gamal Abd el-Nasser nel 1970, era stata uno dei capisaldi delle loro politiche estere. In quest’ottica dovrebbe essere letto anche il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Israele che, poco prima del 7 ottobre, sembrava ormai prossimo. Non tenere conto di tale dimensione regionale e di quanto questa abbia influito sugli eventi successivi al 7 ottobre non permette di contestualizzare (e comprendere) determinate strategie e scelte politiche dei vari attori in campo.

È infatti in tale ottica più ampia che, a mio avviso, dovrebbe essere letta la decisione da parte di Hezbollah (il Partito di Dio) di sostenere la lotta del popolo palestinese schierandosi apertamente al fianco di Hamas contro il bombardamento e l’invasione da parte di Israele della Striscia di Gaza per fermare quello che, secondo la definizione della Corte Internazionale di Giustizia andava gradualmente, configurandosi come un “plausibile genocidio”. Nelle varie dichiarazioni succedutesi dopo il 7 ottobre, Hezbollah ha sempre dichiarato che il lancio di missili verso Israele sarebbe cessato non appena fosse stato raggiunto il cessate il fuoco a Gaza e fossero stati garantiti i diritti del popolo palestinese.

Tale presa di posizione si pone in linea di continuità con i documenti programmatici del movimento/partito e con le azioni intraprese fin dalla sua nascita avvenuta ufficialmente nel 1985 con la cosiddetta “lettera aperta (al-risal al-maftuha)”. La postura anti-occidentale e anti-capitalista di Hezbollah si sostanziava nella convinzione che l’Islam fosse la sola strada per condurre l’uomo fuori dall’oscurità e dall’ignoranza. Sottolineando come il compromesso e la mediazione non fossero una soluzione auspicabile, nella lettera aperta venivano attaccati anche i governi arabi dell’epoca piegati al volere degli stati occidentali a detrimento della umma (la comunità dei credenti). La soluzione auspicata era, dunque, la lotta armata in nome dell’Islam unico strumento per accelerare la partenza definitiva degli USA, della Francia e dei loro alleati (ossia principalmente Israele e la comunità maronita), dal Libano. Il maronitismo politico, in particolare, era considerato da Hezbollah l’espressione di un sistema confessionale corrotto, un cancro da estirpare. La lettera aperta auspicava, quindi, la distruzione dello Stato di Israele, la liberazione della Palestina e l’abolizione del sistema confessionale in Libano.

La fine della guerra civile libanese (1975-1990) e il processo di “libanizzazione” di Hezbollah, ossia la sua decisione di partecipare alla vita politica del paese, inizialmente prendendo parte alle prime elezioni post conflitto del 1992 e, successivamente, accettando anche incarichi di governo, hanno gradualmente modificato la postura del postura del Partito di Dio che è divenuto via via più incline al compromesso anche grazie ad un forte radicamento nella società libanese non solo tra la comunità sciita, sua comunità di elezione e zoccolo duro del suo elettorato. Lanecessità di mantenere la postura transconfessionale fu suggellata, nel febbraio del 2006, dalla firma del memorandum of understanding con il partito cristiano maronita del Free Patriotic Movement guidato da Michel Aoun. Tale accordo forniva una nuova legittimazione al Partito di Dio che si configurava come forza politica del compromesso, l’unica in grado di dare stabilità al paese anche in relazione al controllo del territorio e dei confini possibile grazie al suo braccio armato. La dimostrazione fattiva di tale ruolo si palesò qualche mese dopo quando Hezbollah fu l’unico attore in grado di porre un argine all’invasione israeliana del 2006 che sfociò nella cosiddetta guerra dei 33 giorni. Tale conflitto diede al Partito di Dio nuova legittimazione e forza negoziale: senza vincitori né vinti, la guerra fu un’occasione per Hezbollah di presentarla come “vittoria divina” fatto che gli permise, se possibile, di assumere un ruolo ancora più prominente nello scenario politico libanese. Anche in seguito a tali accadimenti Hezbollah decise di redigere, nel 2009, il suo nuovo manifesto, in cui venne ribadita, a livello internazionale, la postura antiamericana e anti-israeliana così come il ruolo del partito quale garante della resistenza islamica (sebbene fossero scomparsi i riferimenti alla distruzione dello Stato di Israele); a livello interno, invece, la necessità. di accreditarsi come attore transconfessionale venne rimarcata nel manifesto attraverso una modificazione del linguaggio utilizzato: non si parlava più della necessità di stabilire uno Stato islamico in Libano, di abolire il sistema confessionale o combattere contro il maronitismo politico. In altre parole, Hezbollah fece “marketing di moderazione”.

Una delle ragioni per questo mutamento di strategia fu anche legata alla leadership del Segretario Generale del Partito, Hassan Nasrallah, che ricopriva tale ruolo dal 1992 e che è stato recentemente assassinato da Israele (27 settembre del 2024). Nasrallah è stata una figura estremamente importante per Hezbollah e ha dato prova, nel tempo, di essere un leader carismatico in grado di portare avanti pragmaticamente una serie di attività che sembravano confliggere con la postura esterna del movimento/partito così come si evince dai documenti programmatici. Basti ricordare che, proprio nel 2022, quindi un anno prima del 7 ottobre, Israele e Libano avevano firmato un accordo storico per il riconoscimento dei reciproci confini marittimi atto a delimitare l’area di mare in cui sono presenti giacimenti di gas naturale. Tale accordo non sarebbe stato possibile senza il beneplacito di Hezbollah che è una delle principali forze politiche del parlamento libanese nonostante il ridimensionamento subìto nelle elezioni del 2022. Nonostante l’accordo sfavorisse il Libano, Hezbollah ha accettato un compromesso necessario per lo sviluppo futuro del paese proprio alla luce della grave crisi economica che colpisce da anni il paese dei Cedri e nonostante i due paesi non riconoscano i reciproci confini territoriali (Israele e Libano non hanno mai firmato un accordo di pace e gli attuali confini sono definiti dall’armistizio del 1949).

La decisione di Hezbollah di sostenere la resistenza palestinese presa all’indomani del 7 ottobre 2023 si inserisce, dunque, in un quadro complessivo in cui il Partito di Dio continua, nella sua sfera esterna, ad accreditarsi come paladino dell’asse della resistenza anti-israeliana (composto da Iran, Siria, Hamas milizie irachene e houthi) e, in quella interna, come unico difensore dei confini del Libano. D’altra parte, l’esercito libanese è stato, fin dalla sua costituzione, un flebile garante dell’integrità territoriale, un ulteriore elemento di debolezza all’interno di un quadro politico frammentato. Il paese sta nuovamente attraversando una fase di vuoto di potere che dura ormai da due anni. Il mandato del Presidente della Repubblica Michel Aoun è scaduto nell’ottobre del 2022 e le forze politiche non sono riuscite a trovare un accordo sul nome del nuovo Presidente con la conseguenza che il Primo Ministro Najib Mikati svolge, ad interim, anche le funzioni del Presidente.

Nell’ambito del processo di normalizzazione avviato nel 2020 Hezbollah è stato l’unico attore a considerare quella palestinese una variabile importante per gli equilibri regionali adoperandosi attivamente perché la causa palestinese non fosse cancellata con un colpo di spugna o spostata nel dimenticatoio della storia. Solo alla luce di tali considerazioni è possibile leggere quanto sta accadendo in Libano dopo il 7 ottobre scorso.

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