Morti invisibili

Dalla pg FB di Giustiniano Rossi

La guerra in Sudan, che dura da 19 mesi, ha provocato “la più grande catastrofe umanitaria del mondo”, come sottolineano le organizzazioni dei soccorritori. Finora più di 12 milioni di persone sono state costrette alla fuga. Adesso un’indagine conferma quello che degli osservatori segnalano da tempo: il numero delle vittime civili è molto più alto di quanto si pensasse. Circa il 90% dei casi di morte nello Stato federale della capitale, Al-Khartum, non sono stati documentati. Se ne deduce che anche in altri Stati federali il numero delle persone uccise e di quelle morte di fame o di malattie sia più alto di quello creduto finora.Sono giunti a questo risultato, pubblicato la settimana scorsa, ricercatori del “London School of Hygiene and Tropical Medicine” (LSHTM) con l’aiuto di uno speciale metodo statistico di ricerca. Hanno trovato che, nel periodo aprile 2023 – giugno 2024, a Al-Khartum sono morte 61.000 persone, con un aumento del 50% rispetto al periodo precedente alla guerra (26.000 sono vittime di violenze). Altre cause sarebbero “invisibili” ma “evitabili”, ad esempio la comparsa di malattie come la dengue, la malaria, il colera o la fame persistente.

Le morti continuano ad essere invisibili per l’interruzione, da oltre un anno, di Internet e di molte telecomunicazioni in gran parte del Sudan. Sia l’esercito sudanese (SAF) che le truppe paramilitari di pronto intervento (RSF) usano le interruzioni per esercitare un controllo. Nello stesso tempo coprono gli orrori commessi contro la popolazione, ad esempio stupri e matrimoni forzati di donne e ragazze, assassinî mirati di membri del movimento rivoluzionario che aveva provocato nel 2019 la caduta del dittatore di allora Omar Al-Baschir o stragi di minoranze, perpetrate specialmente nei territori periferici del paese. In ottobre le RSF si sono impadronite di gran parte dello Stato di Al-Jasira, nel centro del Sudan. Come riferisce l’impresa mediatica sudanese “Ayin”, le RSF vi controllano attualmente oltre 130 villaggi. Lo Stato federale, grande come il Belgio, era prima dell’inizio della guerra il centro agricolo del paese e assicurava il nutrimento della maggioranza della popolazione. Dalla sua prima invasione da parte delle RSF, quasi un anno fa, l’agricoltura è quasi completamente in ginocchio, comportando una terribile carestia che imperversa da mesi.

1.237 civili sarebbero stati uccisi dalle RSF ad Al-Jasira nel giro di tre settimane, comunica su “X” il giornalista Ataf Mohammed. In questo periodo quasi 350.000 persone sono state nuovamente sfollate, riferisce l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione. Poco prima, gli scontri nella città di Al-Fascher, nella provincia occidentale del Darfur del nord, si erano intensificati. Adesso la città, occupata dalle milizie RSF, è quasi totalmente morta. L’occupazione mette in pericolo anche il vicino campo profughi di Zamzam, dove vivono nelle peggiori condizioni 500.000 persone. Già all’inizio dell’anno “Medici senza frontiere” riferiva che ogni due ore un bambino vi muore di fame. Anche a Khartum la situazione è grave. I centri d’emergenza nel quartiere orientale di Scharig Al-Nil informano di essere stati costretti a chiudere 150 delle 162 mense locali. Per il nuovo aumento di profughi dal vicino Al-Jazira e per mancanza di risorse sarebbe impossibile continuare ad erogare il servizio. I centri d’emergenza provvedono agli aiuti sul luogo e coordinano le risorse residue. Per coloro che restano nelle regioni in guerra rappresentano l’ultima base vitale. Le mense popolari operano in 9 dei 18 Stati federali del Sudan. Per ricevere alimenti devono pagare somme esorbitanti agli occupanti.

Organizzazioni internazionali continuano, malgrado i loro grandi annunci, a fornire solo aiuti limitati. Attraverso la piattaforma “Gofundme” le mense tentano di raccogliere denaro per poter continuare la loro opera. Quanto possano durare esse stesse è incerto…

Giustiniano

21 novembre 2024

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