Dal blog krisisinfo@substack.com
di Raffaele Palumbo 27 novembre 2024
La Djamâa el Djazaïr svetta sulla capitale, mentre l’Algeria affronta disoccupazione, inflazione e la sfida di un’economia da diversificare.
La Djamâa el Djazaïr di Algeri, terza moschea più grande al mondo con un minareto di 265 metri, è un simbolo delle ambizioni moderne dell’Algeria. Costata 1,5 miliardi di dollari e costruita con l’apporto cinese, l’opera è stata inaugurata il 25 febbraio 2024. E ha scatenato molte polemiche: molti cittadini criticano la scelta di investire in un progetto monumentale invece di affrontare problemi urgenti come la disoccupazione giovanile (oltre il 25%) e l’inflazione che grava sulla classe media. L’economia algerina, dipendente dal petrolio e dal gas, cerca di diversificarsi puntando su energie rinnovabili e idrogeno verde, un piano ambizioso che si scontra con ostacoli significativi come burocrazia inefficiente, corruzione e mancanza di competenze locali. La moschea, vista anche come un segno del «neocolonialismo» cinese, evidenzia il contrasto tra ambizioni politiche e bisogni quotidiani, simboleggiando gigantismo e disuguaglianze di un’Algeria in transizione
In breve
- La Djamâa el Djazaïr, inaugurata ad Algeri il 25 febbraio 2024, è la terza moschea più grande del mondo, con un minareto alto 265 metri.
- Costata un miliardo e mezzo di dollari, l’opera che simboleggia la moderna Algeria è oggetto di forti critiche.
- Il complesso architettonico riflette le ambizioni del governo, evidenziando le disuguaglianze del Paese maghrebino ricco di petrolio e gas.
- La popolazione lamenta la priorità data alla costruzione rispetto a problemi come la disoccupazione giovanile oltre il 25% e l’inflazione oltre il 10%.
- La costruzione cinese della moschea alimenta il dibattito sul «neocolonialismo economico».
Il 16 novembre lo scrittore algerino Boualem Sansal è stato arrestato appena sbarcato all”aeroporto di Algeri. Sansal, 75 anni, vive da tempo in Francia ed è tra i più noti e apprezzati scrittori contemporanei del Maghreb. Fortemente critico contro il regime politico algerino, si è occupato a lungo di repressione politica e di fondamentalismo religioso. La sua opera più conosciuta a livello internazionale è 2084: la fin du monde, dove racconta la storia (orwelliana) di un mondo dominato da un sistema totalitario ispirato alla religione. L’arresto di Sansal arriva, forse non a caso, esattamente un mese dopo il viaggio del presidente francese Emmanuel Macron in Marocco. Visita che si è concretizzata in un forte avvicinamento al re Mohammad VI, allo storico riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale e dunque a un sostanziale allontanamento da Algeri. L’arresto dello scrittore Boualem Sansal – che ha anche nazionalità francese – viene letto come una ritorsione nei confronti di Parigi o come una forma di ricatto politico. Macron si è detto molto preoccupato per la sorte di Sansal. Quello che segue è un reportage da Algeri scritto pochi giorni prima dell’arresto, che ci aiuta a ricostruire l’ambiente sociale e politico contemporaneo del più grande Paese dell’Africa.
La nuova moschea di Algeri domina la città e il suo minareto è visibile da chilometri. È la terza per grandezza dopo La Mecca e La Medina e vuole essere all’altezza del Paese più grande dell’Africa, il «decimo Paese più grande del mondo», come ci ripetono tutti appena arrivato ad Algeri. Il sarcasmo irriverente degli algerini è proverbiale. Hanno una battuta su tutto.
Prendiamo ad esempio l’Hotel El-Madania. Nel 1965 ospitò il Congresso mondiale dei partiti comunisti e operai. C’era anche Che Guevara. Il taxista che ci porta in centro ci dice che i cittadini di Algeri lo chiamano il «condizionatore della città». Perché è veramente identico a un vecchio impianto ad aria condizionata. E il monumento in memoria dei martiri? Il tassista abbassa la voce. «È il fallo della città» dice ridendo. E sulla nuova moschea invece, cosa si sono inventati? «Un paio di vignette satiriche», glissa voltandosi a guardare la strada, sapendo di entrare in un argomento minato. La prima dice: speriamo che i miracoli non si fermino qui. La seconda ritrae un uomo che scruta l’orizzonte dalla cima del minareto e alla folla sottostante che gli chiede «Che cosa vedi?», risponde: «Case, ospedali, scuole, nuove strade, persone che lavorano».
Il minareto è alto 265 metri. Un monumento potentemente simbolico e funzionale al regime, ma che ai cittadini ha portato ben poco. Quel miliardo e mezzo di dollari potevano servire per altro, dicono gli algerini. Per cosa? Per tutto quelle cose di cui hanno bisogno. Quali? Le cose elencate dall’uomo nella vignetta in cima al minareto. Posti di lavoro soprattutto, dato che la disoccupazione giovanile, in un Paese di giovani, supera il 25%. L’inflazione galoppa oltre il 10% falcidiando una fragile classe media spinta sempre più verso il basso.
Come in tanti Paesi dove il processamento, il controllo, la censura e la distribuzione delle informazioni sono fortemente centralizzati, in Algeria anche il fornaio all’angolo del quartiere francese sa tutto. Tutti sanno che la Moschea del Djamâa el Djazaïr può accogliere fino a 120 mila fedeli, del lampadario di 17 metri di diametro, dell’immenso tappeto che ricopre la principale sala di preghiera cucito sul posto come un pezzo unico.

Tutti ti elencano le altre suggestioni da record, che rimandano all’aver fatto di una moschea il simbolo di uno Stato laico, alla gestione del consenso politico ed alla ancora più complessa gestione della questione religiosa. E tutti sanno soprattutto che quella moschea è stata finanziata dallo Stato, ma che Pechino ha fornito gran parte delle risorse economiche che lo stesso Stato dovrà restituire. Come sanno che la China State Construction Engineering Corporation (CSCEC), ha eseguito i lavori di costruzione, portandosi da casa expertise e manodopera. Così come altre aziende cinesi hanno fornito tecnologie e materiali avanzati per la costruzione. E se parli di mosche costruita dai cinesi, tutti ridono.
Siamo in uno dei bar della zona della Grande poste. «Qui i cinesi costruiscono tutto, a partire dall’autostrada che collegherà il confine con il Marocco a quello con la Tunisia, lungo tutta la fascia costiera, fino al nuovissimo aeroporto di Algeri che da lontano sembra una costellazione di luci» ci raccontano. Imprese faraoniche che generano un legame debitorio sempre più invadente tra Algeria e Cina. Il Paese del Maghreb continua a basare la sua economia su petrolio e gas e che insieme diventa oggetto di nuovi appetiti proprio legati al tema dell’energia.
Già, perché la questione energetica sta diventando un tema di dibattito interno. La produzione di elettricità in Algeria si basa interamente (99%) sul gas naturale. E l’aumento della domanda interna ha portato, per la prima volta nel 2022, il consumo interno di gas a superare le esportazioni. Il governo ha dunque pensato di accelerare l’attuazione del Programma nazionale di sviluppo delle energie rinnovabili. E ha annunciato l’adozione di una «Strategia Nazionale di Sviluppo dell’Idrogeno», che prevede la produzione e l’esportazione fino a 40 terawattora di idrogeno verde entro il 2040.
L’Algeria produce una piccola parte della sua elettricità da fonti rinnovabili, tra cui energia solare (448 MW), energia idroelettrica (228 MW) ed energia eolica (10 MW). Ora l’Algeria sta rivalutando il ruolo delle energie rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico e biomassa), puntando a produrre il 37% della sua elettricità da fonti rinnovabili entro il 2035, grazie all’installazione di 15.000 MW di energie rinnovabili, 1.000 MW all’anno. E sa bene che per fare questo deve cercare fornitori esteri per le nuove tecnologie, il know-how tecnico e le competenze in tutti i settori (dall’ingegneria per parchi solari alle apparecchiature rotanti, dalle unità solari portatili per il trattamento dell’acqua ai kit di applicazioni solari per l’agricoltura).

Obiettivi ambiziosi che nascondono grossi limiti: burocrazie, permessi, autorizzazioni, corruzione, mancato rispetto delle norme internazionali, impreparazione nel produrre certificazioni da parte dei produttori locali… L’Unione europea sta cercando di entrare in questo settore, nonostante – tra gli altri problemi – l’assenza di una connessione per importare direttamente l’energia verde prodotta in Algeria. Ma anche l’Asia non sta a guardare. Sull’energia solare si è fatta avanti la Corea. Per la prima settimana di novembre, Seul ha offerto all’Algeria un corso di formazione sulla produzione di energia fotovoltaica, condotta da esperti dell’Agenzia coreana di cooperazione e sviluppo e della società coreana di comunità rurale KRC.
Pochi giorni prima, una delegazione della Compagnia nucleare nazionale cinese, è stata ricevuta al Ministero dell’Energia per discutere delle prospettive di sviluppo della cooperazione nel campo delle tecnologie nucleari. I cinesi sono andati ad Algeri anche a discutere di nucleare, ovviamente per usi civili. All’incontro presso il Centro nazionale di ricerca atomica di Birine a Djelfa si è parlato di procedure di imaging diagnostico o dello sviluppo di terapie destinate alla lotta contro il cancro.
Intanto, la nuova moschea domina Algeri. Sfavillante e immensa, ha consumi impressionanti per la climatizzazione degli ambienti, per le tecnologie di comunicazioni e monitoraggio, per i sistemi di sicurezza e sorveglianza, per il riscaldamento dell’acqua. Racconta di un’Algeria che consuma sempre di più, che vuole modernizzarsi ma pare riuscirci solo grazie a nuove forme di colonialismo. L’uomo in cima al minareto della vignetta citata dal tassista non vede in lontananza strade, ospedali, infrastrutture e posti di lavori. Ciò che vede arrivare sono cinesi, coreani, francesi, italiani e tedeschi, famelici di energia. Tutti pronti ad aiutare il Paese. Tutti desiderosi di accaparrarsene un pezzo.

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Autore

Giornalista, è dottore di ricerca in Sociologia della comunicazione. Vive a Firenze, nel cui Ateneo insegna Teorie e tecniche della comunicazione pubblica, Giornalismo radiofonico e Linguaggi della comunicazione. Collabora con Controradio, Radio Popolare, Radio Svizzera, Corriere fiorentino, corriere.it. Ha lavorato per Radio Rai e collaborato con media italiani (L’Unità, Il Manifesto, Micromega) e internazionali (Haaretz). Ha pubblicato saggi accademici e testi di taglio giornalistici. Dal 1992 ha seguito la guerra nei Balcani, dal 2004 il conflitto in Medioriente e gli sviluppi in Nord Africa.