L’impatto dell’allargamento NATO nella guerra in Ucraina

Dal blog https://krisis.info

di Benjamin Abelow29 Novembre 2024

Membri del Battaglione Azov durante le manifestazioni antigovernative di Euromaidan del febbraio 2014 a Kiev. Foto Livio Senigalliesi.

La guerra in Ucraina ha radici nell’espansione della NATO verso Est degli anni Novanta e nel crescente coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area. Il ritiro dal trattato ABM, l’armamento dei Paesi confinanti con la Russia e il cambio di regime in Ucraina sono stati percepiti da Mosca come minacce esistenziali alla propria sicurezza. In risposta, il Cremlino ha prima annesso la Crimea e poi invaso l’Ucraina. Scatenando una crisi geopolitica che ha inasprito lo scontro tra Oriente e Occidente.

In breve

  • Espansione NATO e tensioni con Mosca: L’allargamento della NATO verso Est, iniziato negli anni Novanta, è percepito dalla Russia come una minaccia esistenziale, inasprendo i rapporti con l’Occidente.
  • Proteste di Maidan e regime change: Nel 2014, le proteste sostenute dagli USA hanno portato a un cambio di governo a Kiev, con l’uscita forzata del presidente filorusso, alimentando l’ostilità russa.
  • Annessione della Crimea: La Russia ha risposto al golpe ucraino con l’annessione della Crimea, strategica per la sua base navale a Sebastopoli, temendo un blocco occidentale.
  • Armi e addestramento all’Ucraina: Dal 2014, gli Stati Uniti e la NATO hanno intensificato aiuti militari, esercitazioni e forniture di armi letali a Kiev, aumentando le tensioni.
  • Minaccia dei sistemi ABM: L’installazione di basi missilistiche USA in Romania e Polonia è vista dalla Russia come un pericolo diretto, aggravando la percezione di accerchiamento.

Sebbene la traiettoria dell’allargamento della NATO fosse evidente già a metà degli anni Novanta, il primo passo decisivo fu compiuto nel 1999, quando la NATO ammise formalmente tre nuovi Paesi dell’Europa orientale (…). 

Nel 2001, due anni dopo l’adesione di questo primo gruppo di paesi, il presidente George W. Bush si ritirò unilateralmente dal trattato ABM. Poi, nel 2004, la NATO ammise altri Stati dell’Europa orientale, tra cui la Romania e l’Estonia, quest’ultima confinante con la Russia. A quel punto la NATO si era allargata di quasi 1600 chilometri verso la Russia. 

Nel 2008, in occasione di un vertice NATO in Romania, l’Alleanza annunciò, con il cosiddetto Memorandum di Bucarest, che intendeva ammettere l’Ucraina e la Georgia. Entrambi i Paesi confinano con la Russia. 

Nonostante i membri europei della NATO nutrissero forti riserve, l’amministrazione Bush fece leva sulla posizione degli Stati Uniti di membro anziano dell’Alleanza per fare pressioni, e nel memorandum fu inclusa la seguente, inequivocabile dichiarazione: «Abbiamo concordato oggi che questi paesi [Ucraina e Georgia] diventeranno membri della NATO». Tuttavia, non fu intrapresa alcuna azione formale per far aderire effettivamente quei Paesi. 

Fin dall’inizio la Russia percepì il possibile ingresso di Ucraina e Georgia come una minaccia esistenziale. L’Ucraina condivide con la Russia un confine terrestre di 1930 chilometri, parte del quale si trova a soli 640 chilometri da Mosca. In un cablogramma inviato a Washington nel 2008, l’allora ambasciatore USA in Russia William J. Burns, oggi direttore della CIA, raccontava il suo incontro con il ministro degli Esteri russo (…).

Nell’agosto del 2008, quattro mesi dopo l’annuncio della NATO su Ucraina e Georgia, l’esercito russo penetrò in Georgia e scoppiò un breve conflitto con le forze georgiane (la cosiddetta “guerra dei cinque giorni” o “guerra russo-georgiana”).

La causa immediata dell’incursione russa era che i militari georgiani – finanziati, armati e addestrati dagli Stati Uniti – avevano lanciato un massiccio attacco di artiglieria e missilistico durato quattordici ore in un distretto georgiano semiautonomo (l’Ossezia del Sud).

Quel territorio confina con la Russia e mantiene con essa forti legami. Degno di nota è il fatto che l’assalto avvenne pochi giorni dopo un’esercitazione militare degli Stati Uniti all’interno della Georgia che coinvolse 2000 uomini. Più di una volta le autorità e i mezzi d’informazione statunitensi hanno presentato in maniera distorta l’incursione russa come un’invasione non provocata. 

Una caserma dell'esercito georgiano distrutta dall'aviazione russa a Gori (Georgia) al confine con l'Ossezia nell'agosto 2008. Foto Livio Senigalliesi.
Una caserma dell’esercito georgiano distrutta dall’aviazione russa a Gori (Georgia), al confine con l’Ossezia, nell’agosto 2008. Foto Livio Senigalliesi.

Ma, a prescindere dalla provocazione contingente dell’assalto georgiano, l’azione russa fu, più in generale, una risposta alla violazione del confine russo da parte della potenza militare occidentale, in particolare della NATO, guidata dagli Stati Uniti. Come spiega il colonnello Macgregor: 

«Alla fine i russi intervennero in Georgia e lo scopo di quell’intervento fu di far capire a noi [gli Stati Uniti] che non avrebbero tollerato un membro della NATO ai loro confini, soprattutto un membro che fosse loro ostile, come all’epoca era il governo georgiano (…)».

Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 scoppiarono le proteste antigovernative in piazza Maidan a Kiev. Queste proteste, sostenute dagli Stati Uniti, furono scompaginate da provocatori violenti. La violenza culminò in un colpo di Stato con cui gli ultranazionalisti ucraini di estrema destra presero il controllo degli edifici governativi e costrinsero il presidente filorusso democraticamente eletto a lasciare il paese.

John Mearsheimer, professore di Scienze politiche all’Università di Chicago, descrive così l’esito di quel golpe: «Il nuovo governo di Kiev era profondamente filoccidentale e antirusso, e annoverava tra i suoi esponenti quattro figure di spicco che possiamo legittimamente definire neofasciste». 

Gli Stati Uniti fecero la loro parte in questi eventi, anche se probabilmente non sarà mai nota pubblicamente la piena portata del loro coinvolgimento o se abbiano innescato direttamente la violenza.

Quello che si sa per certo è che dal 1991 gli Stati Uniti hanno destinato cinque miliardi di dollari alle iniziative filodemocratiche in Ucrainae che hanno lavorato dietro le quinte, un mese prima del colpo di Stato, per determinare chi avrebbe sostituito il presidente in carica. Quest’ultimo fatto è venuto alla luce quando una telefonata tra la vicesegretaria di Stato Victoria Nuland e l’ambasciatore USA in Ucraina Geoffrey Pyatt è stata intercettata e l’audio è stato pubblicato online. Durante la telefonata Nuland dice una parolaccia riferendosi all’Unione europea.

Questo fatto ha creato delle tensioni tra Washington e le capitali europee. Come ha osservato il defunto Stephen F. Cohen, insigne professore di Studi russi presso la Princeton University e la New York University: «Prevedibilmente gli organi di stampa si sono concentrati sulla fonte della fuga di notizie e sulla gaffe verbale di Nuland: “Fanculo l’UE”.

Ma la rivelazione più importante era che funzionari statunitensi di alto livello stavano complottando per far nascere un nuovo governo antirusso estromettendo o neutralizzando il suo presidente democraticamente eletto».

La vicesegretaria di Stato USA Victoria Nuland distribuisce aiuti ai manifestanti in Piazza Maidan a Kiev nel febbraio 2014. Foto Livio Senigalliesi.
La vicesegretaria di Stato USA Victoria Nuland distribuisce aiuti ai manifestanti in Piazza Maidan a Kiev nel febbraio 2014. Foto Livio Senigalliesi.

Qualunque sia stato il ruolo degli Stati Uniti, la Russia percepiva giustamente che gli americani erano pesantemente coinvolti, di sicuro nel preparare il terreno al colpo di Stato e forse nel fomentare la violenza. Per tutta risposta, e in parte per il fondato timore che il governo post golpe o i suoi partner occidentali tentassero di bloccare l’utilizzo della vitale base navale libera dai ghiacci a Sebastopoli – per il cui accesso i russi avevano precedentemente negoziato -, la Russia annesse la Crimea (…). 

Sebbene alcune o tutte le provocazioni occidentali appena raccontate siano ampiamente riconosciute in Occidente, la vulgata abbastanza diffusa è che dopo il 2014 non ve ne sono state di nuove.

Solitamente questa affermazione rientra in un’argomentazione più generale in base alla quale, essendo trascorsi otto anni tra il colpo di Stato del 2014 e l’invasione russa del 2022, non va presa sul serio la tesi secondo cui a motivare Putin sia stata la sicurezza nazionale. In realtà le provocazioni dell’Occidente sono continuate anche dopo il 2014. Anzi, probabilmente si sono intensificate, modificandosi tanto da diventare una minaccia ancor più diretta alla sicurezza della Russia. 

Dopo l’annessione russa della Crimea, gli Stati Uniti avviarono un massiccio programma di aiuti militari all’Ucraina.

Secondo il Servizio di ricerca del Congresso USA, la cifra parziale dal 2014 – non comprendente gli aiuti militari inviati dall’inizio della guerra nel 2022 – ammonta a oltre quattro miliardi di dollari, la maggior parte dei quali provenienti dal Dipartimento di Stato e dal Dipartimento della Difesa. Uno degli obiettivi di questi finanziamenti era di «migliorare l’interoperabilità con la NATO», indipendentemente dal fatto che l’Ucraina non ne faccia (ancora) parte. 

Nel 2016, grazie al precedente annullamento del trattato ABM, gli Stati Uniti hanno messo in funzione una base ABM in Romania. Benché ufficialmente destinato a scopi difensivi, il sistema ABM utilizza i lanciamissili Mark 41 “Aegis”, che possono ospitare diverse varietà di missili: non solo gli ABM, progettati per abbattere i missili balistici in arrivo, ma anche, e soprattutto, armi offensive con testata nucleare come il missile da crociera Tomahawk. I Tomahawk hanno una gittata di oltre 2400 chilometri, possono colpire Mosca e altri obiettivi all’interno della Russia e possono trasportare testate all’idrogeno con una potenza variabile fino a 150 chilotoni, circa 10 volte superiore a quella della bomba atomica che distrusse Hiroshima.

Un sito Aegis analogo a quello rumeno è in costruzione in Polonia e dovrebbe entrare in funzione alla fine del 2022. In ciascuna base i lanciatori Aegis possono ospitare 24 missili, creando il potenziale per il lancio di 48 missili da crociera Tomahawk contro la Russia da una distanza relativamente ravvicinata. 

Il missile Standard (SM) 3 Block IIA viene lanciato dall'Aegis Ashore Missile Defense Test Complex nelle Hawaii, il 10 dicembre 2018. Foto di US Army. Public Domain.
Il missile Standard (SM) 3 Block IIA viene lanciato dall’Aegis Ashore Missile Defense Test Complex nelle Hawaii, il 10 dicembre 2018. Foto di US Army. Foto Public Domain.

Putin è sempre stato irremovibile sul fatto che la presenza di questi lanciamissili Aegis con capacità offensiva vicino ai confini russi rappresenti un pericolo diretto per la Russia. Gli Stati Uniti sostengono che i siti ABM hanno lo scopo di fermare le testate puntate sull’Europa dall’Iran o dalla Corea del Nord. Ma dato il potenziale utilizzo dei lanciamissili come minacce offensive vicino al confine russo, uno degli obiettivi americani nel creare queste installazioni ABM, e presumibilmente l’obiettivo principale, potrebbe essere quello di esercitare un’ulteriore pressione offensiva su Mosca pur continuando a negare che una tale minaccia sia contemplata. 

Alle preoccupazioni di Putin in merito ai siti ABM, gli Stati Uniti hanno risposto affermando che non intendono configurare i sistemi di lancio per un uso offensivo. Ma per credere a questa risposta i russi dovrebbero fi- darsi delle intenzioni dichiarate degli americani, persino nel mezzo di una crisi, invece di valutare la minaccia in base al potenziale di quei sistemi. E di certo la Russia non si sentirà più rassicurata dal fatto che sulla brochure dell’Aegis dell’azienda produttrice, la Lockheed Martin, si legga: «Il sistema di lancio è progettato per accogliere qualsiasi tipo di missile in qualsiasi cella. Una capacità che garantisce una flessibilità senza precedenti». 

Nel 2017, l’amministrazione Trump ha iniziato a vendere armi letali all’Ucraina. Si è trattato di un cambio di rotta rispetto alla politica del 2014-2017, che contemplava esclusivamente la vendita di oggetti non letali (ad esempio giubbotti antiproiettile ed equipaggiamento tecnico di vario tipo).

L’amministrazione ha giustificato le nuove vendite come “difensive”. Tuttavia, se applica- te alle armi letali, le categorie “offensiva” e “difensiva” esistono perlopiù negli occhi di chi guarda: sono difensive per chi quelle armi le possiede, offensive per chi ne è il bersaglio. Come ha commentato John Mearsheimer: «Queste armi di sicuro appaiono offensive a Mosca». 

Nel 2019 gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dal trattato del 1987 sulle armi nucleari a raggio intermedio (…). Gli Stati Uniti non sono stati i soli ad avviare la vendita di armi letali all’Ucraina. Né sono stati gli unici a coordinarsi militarmente con l’Ucraina, per quanto questa non sia ancora un membro della NATO. Osserva Mearsheimer: 

«Altri paesi della NATO sono entrati nella partita, inviando armi all’Ucraina, addestrando le sue forze armate e con sentendo al paese di partecipare a esercitazioni aeree e navali congiunte (…)».

E mentre i paesi occidentali, agendo al di fuori della NATO, armavano, addestravano e si coordinavano con l’esercito ucraino, la stessa NATO effettuava aggressive esercitazioni militari vicino alla Russia. Nel 2020, per esempio, la NATO ha condotto un’esercitazione di addestramento a fuoco vivo all’interno dell’Estonia. L’esercitazione si è svolta a 110 chilometri dal confine russo e sono stati utilizzati missili tattici con gittata fino a 300 chilometri. Queste armi possono colpire il territorio russo con un preavviso minimo.

Nel 2021, sempre in Estonia, la NATO ha lanciato 24 razzi per simulare un attacco contro obiettivi di difesa aerea all’interno della Russia. Sebbene l’Occidente affermi che tali razzi sarebbero usati solo dopo un attacco da parte della Russia, nessuno stratega militare avveduto metterebbe a rischio la sicurezza di una nazione sulla base delle intenzioni dichiarate di un potenziale nemico; piuttosto, quello stratega guarderebbe alla capacità offensiva e al posizionamento dei dispositivi. 

E mentre svolgeva queste attività militari, la NATO continuava ad affermare che l’Ucraina sarebbe entrata nell’Alleanza. In una riunione del giugno del 2021 a Bruxelles, la NATO ha reiterato il suo impegno: «Ribadiamo la decisione presa al vertice di Bucarest del 2008 che l’Ucraina diventerà un membro dell’Alleanza». Due mesi dopo, il segretario alla Difesa statunitense e il suo omologo ucraino hanno firmato lo Schema di difesa strategica USA-Ucraina. Esso traduce la dichiarazione della NATO in una decisione politica bilaterale (Stati Uniti-Ucraina) per modificare i fatti militari sul campo a partire da subito, a prescindere se l’Ucraina sia o meno un membro della NATO.

Nove settimane dopo quella firma, il segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri ucraino hanno sottoscritto un documento simile, la Carta del partenariato strategico USA-Ucraina. Questo documento, come quello firmato dal Dipartimento della Difesa, fa riferimento alle dichiarazioni della NATO del 2008 e del 2021, e rende operative tali dichiarazioni bilateralmente, a partire da subito, indipendentemente da ciò che accade con la NATO. 

Cronologia dell'allargamento della NATO aggiornata al 7 marzo 2024. Realizata da Patrick Neil. Licenza CC BY-SA 3.0
Cronologia dell’allargamento della NATO aggiornata al 7 marzo 2024. Realizzata da Patrick Neil. Licenza CC BY-SA 3.0.

Pertanto, nel periodo 2017-2021, assistiamo alla confluenza di due tipi di attività militari vicino al confine russo. In primo luogo, le relazioni militari bilaterali, che hanno comportato massicce spedizioni di armi letali, esercitazioni congiunte ucraino-occidentali di addestramento e interoperabilità all’interno dell’Ucraina e di dispiegamento di lanciamissili con capacità offensiva in Romania, e a seguire in Polonia.

In secondo luogo, le attività militari della stessa NATO, tra cui il lancio di missili volto a simulare attacchi contro obiettivi all’interno della Russia. A peggiorare le cose, questi attacchi simulati provenivano da un paese della NATO al confine con la Russia che a sua volta era stato ammesso nell’Alleanza violando le rassicurazioni precedentemente date a Mosca. E tutto questo è avvenuto mentre si ribadiva che l’Ucraina sarebbe entrata nella NATO.

La Russia ha percepito questa confluenza di attività militari come una minaccia diretta alla sua sicurezza.

Spiega Mearsheimer: «Non sorprende che Mosca abbia trovato intollerabile questa situazione e abbia iniziato a mobilitare il suo esercito al confine con l’Ucraina per manifestare la sua determinazione a Washington. Ma non ha sortito alcun effetto, poiché l’amministrazione Biden ha continuato ad avvicinarsi all’Ucraina. Ciò ha generato un vero e proprio stallo diplomatico da parte della Russia a dicembre [2021]. Come ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov: «Abbiamo raggiunto il nostro punto di ebollizione».

Sempre nel dicembre del 2021, sulla rivista Foreign Policy, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti ha fatto notare che la NATO stava effettuando ogni anno una quarantina di grosse esercitazioni di addestramento vicino alla Russia. Dopodiché ha lanciato l’allarme: «La situazione è estremamente pericolosa». L’ambasciatore ha inoltre ribadito ciò che era chiaro già 13 anni prima nel cablogramma di William J. Burns “Nyet significa nyet”: «Tutto ha un limite. Se i nostri partner [gli Stati Uniti e i Paesi della NATO] continueranno a costruire realtà strategico-militari che mettono a repentaglio l’esistenza del nostro Paese, saremo costretti a creare vulnerabilità analo ghe per loro. Siamo arrivati a un punto in cui non ci sono margini per un passo indietro.

La penetrazione militare dell’Ucraina da parte degli Stati membri della NATO costituisce una minaccia esistenziale per la Russia.Mearsheimer racconta quel che è accaduto dopo: «La Russia ha chiesto una garanzia scritta che l’Ucraina non sarebbe mai entrata a far parte della NATO e che l’Alleanza avrebbe rimosso i mezzi militari dispiegati in Europa orientale dal 1997. I successivi negoziati sono falliti perché, come ha chiarito il segretario di Stato Blinken: «Non c’è alcun cambiamento. Non ci sarà alcun cambiamento». Un mese dopo Putin ha avviato l’invasione dell’Ucraina per neutralizzare la minaccia proveniente a suo giudizio dalla NATO».

ESTRATTO DAL LIBRO Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina, Fazi editore, 2023

Benjamin Abelow ha lavorato a Washington D.C. scrivendo, tenendo conferenze e facendo pressione sul Congresso degli Stati Uniti in merito alla politica sulle armi nucleari. Ha conseguito una laurea in Storia dell’Europa moderna presso l’Università della Pennsylvania e un dottorato di ricerca presso la Yale School of Medicine. Bestseller negli Stati Uniti, in Germania e in Svizzera, Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina è in corso di pubblicazione in Polonia, Slovenia e in altri paesi.

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