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di Elisabetta Burba17 Dicembre 2024
Cimitero commemorativo di Vukovar. Foto di Tromber. Licenza CC BY-SA 4.0.
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Lo studioso del movimento ustascia analizza il ruolo del lager di Jasenovac nella memoria collettiva jugoslava e nelle tensioni che hanno portato alle guerre degli anni Novanta. Dal tabù imposto dalla Jugoslavia socialista alla sua manipolazione da parte dei nazionalisti serbi e croati, Eric Gobetti spiega come il passato sia diventato un terreno di scontro. E riflette sulle difficoltà odierne di affrontare questa pagina oscura della storia, indicando possibili strade verso una riconciliazione.
«Il trauma di Jasenovac ha una lunga durata: è rimasto un tema tabù nella Jugoslavia socialista, per poi esplodere negli anni Ottanta, alimentando le tensioni nazionaliste». Lo storico Eric Gobetti ha studiato a lungo il movimento nazionalista degli Ustascia, su cui ha scritto vari libri (l’ultimo, a sua cura, è L’Italia e gli ustascia, Pacini editore). Krisis lo ha intervistato per capire il nesso fra il campo di sterminio di Jasenovac e i conflitti che hanno insanguinato la Jugoslavia alla fine del ventesimo secolo.
Che ripercussioni ha avuto la memoria del lager di Jasenovac sulle guerre dei Balcani negli anni Novanta?
«Diciamo che il trauma di Jasenovac e in generale della guerra civile jugoslava e delle violenze nazionaliste avvenute durante la Seconda guerra mondiale ha una lunga durata. Nel senso che anche nell’epoca socialista quello delle violenze interne alla Jugoslavia era un tema tabù, che si trattava il meno possibile».
Motivo?
«Era diventato un tabù per evitare di scalfire la costruzione simbolica elaborata sulla Seconda guerra mondiale. Quella narrazione era il mito fondante del Paese perché di fatto la Jugoslavia di Tito si fondava nella guerra partigiana. E quindi era importantissimo controllare quel racconto, che era stato costruito a tavolino, in qualche modo. Ovviamente c’erano molte cose vere, non era una pura invenzione, ma diciamo che quella narrazione era incentrata sulla guerra di tutti i popoli jugoslavi insieme contro gli invasori, naturalmente, ma anche contro i traditori locali, che erano stati derubricati a semplici pedine degli occupanti. E l’aspetto delle violenze interne veniva trattato il meno possibile perché ovviamente sennò sarebbe venuta a cadere l’idea che tutti i popoli insieme avevano collaborato alla costruzione della Jugoslavia socialista».

Parlare di Jasenovac avrebbe minato questa narrazione?
«Esatto. Certo è vero che fra i partigiani ce n’erano tanti appartenenti a tutte le nazionalità, ma di fatto l’aspetto delle violenze nazionali, che era un elemento predominante in quella guerra, era stato messo un po’ da parte. Quindi non è un caso che per esempio il monumento di Jasenovac, inaugurato nel 1966, venne costruito relativamente tardi rispetto a tanti altri monumenti legati alla guerra partigiana. E addirittura non venne mai, pur essendo forse il più importante in assoluto anche per la sua importanza internazionale, visitato in via ufficiale da Tito, che non si presentò neanche alla sua inaugurazione».
E perché?
«Appunto perché Jasenovac era una vicenda che il regime non voleva sottolineare. Quel monumento fu voluto dai sopravvissuti nel campo, in un regime che pur essendo dittatoriale e autoritario, aveva ampi spazi di libertà, soprattutto dal punto di vista culturale e artistico. I superstiti riuscirono a costruire il monumento, che però non era voluto dal regime. E, un po’ obtorto collo, dovette accettarlo. Il monumento venne poi progettato da un grande architetto, Bogdan Bogdanović. Quindi ricevette un certo appoggio da parte delle istituzioni, però arrivò quando erano già stati fatti centinaia di monumenti dedicati alle battaglie partigiane, cioè alle cose che nella Jugoslavia socialista stavano al centro del quadro. Le violenze nazionali invece non dovevano esserci, o esserci il meno possibile. Perché rappresentavano la macchia dei popoli jugoslavi che si erano ammazzati tra di loro. Questa cosa non doveva essere detta o doveva essere detta il meno possibile».
Quando si cominciò a parlare di Jasenovac?
«Negli anni Ottanta, dopo la morte di Tito, questo tema, che era un po’ un tema tabù, esplose. E andò un po’ fuori controllo, perché non essendo mai stato veramente trattato dalle autorità in maniera ufficiale, era rimasto sotto traccia. Veniva ricordato dai sopravvissuti delle violenze, ma di fatto non aveva mai avuto un racconto ufficiale».
Non era stato elaborato…
«Questo forse è il termine giusto: non era stato elaborato dalla politica, ma neanche dalla storiografia. Quindi viene utilizzato subito politicamente in maniera antisistema, da forze nazionaliste che stavano tornando in auge già negli anni Ottanta. Inizialmente non si presentarono come forze politiche perché non potevano: fino all’89/90, di fatto in Jugoslavia non c’erano altri partiti politici tranne il Partito Comunista. Ma quelle nazionaliste erano forze che avevano una presenza nella società, quindi per esempio pubblicarono libri di storia in cui sostenevano di dire finalmente le cose che non erano mai state dette. In realtà ingigantirono i numeri, seminando in qualche modo di nuovo la tensione intorno a un tema che non era stato elaborato dall’opinione pubblica. Un tema che molti non conoscevano, o conoscevano poco, per sentito dire, e quindi risultavano facilmente manipolabili. Questo ovviamente venne fatto da tutte e due le fazioni nazionaliste della Jugoslavia».

Tanto dai serbi quanto dai croati.
«In modo ovviamente opposto. Da una parte, il nazionalismo serbo sollevò la questione dicendo: “Ecco, nella Jugoslavia socialista non ci hanno mai parlato, non ci hanno mai voluto dire quanto i poveri serbi sono stati massacrati dai croati, adesso finalmente lo possiamo dire”. Che era un modo per dire: “Siamo pronti a vendicarci finalmente di quello che abbiamo subito”. Dall’altra parte, i croati dicevano: “Ecco, non ci hanno mai detto che gli Ustascia in realtà combattevano per la patria, per difendere gli ideali della Croazia indipendente che invece è stata sottoposta, soggetta alla Jugoslavia e Jasenovac in realtà è stata solo una piccola pagina. Ci vendicavamo delle violenze che avevamo subito prima, niente di grave”».

Minimizzando.
«C’era questa contrapposizione… Naturalmente nel momento in cui cominciarono le violenze vere e proprie nel ’91, il terreno era già preparato. Nella società era già presente questa percezione dei fatti molto distorta e poco conosciuta. E fu uno dei tanti strumenti utilizzati dalla propaganda nazionalista negli anni della guerra. Naturalmente il primo utilizzo strumentale venne fatto dai nazionalisti serbi. Il governo croato, quello di Franjo Tudjman, che si costituì nel 1991, si presentò come un governo nazionalista. E ciò sebbene Tudjman avesse un passato comunista, era addirittura stato un generale dell’armata jugoslava che da giovane aveva combattuto contro gli Ustascia. Però il suo era un governo nazionalista che era appoggiato anche dai reduci Ustascia. Anche economicamente, perché molti Ustascia dopo la guerra erano andati all’estero e alcuni di quelli che avevano fatto fortuna tornarono con grandi finanziamenti in appoggio del nuovo Stato indipendente».
Questi neo-Ustascia erano tanti?
«Erano una piccola frangia, ma più che altro erano simbolicamente rilevanti. Era sufficiente che pochi usassero quei simboli per scatenare il panico dall’altra parte. Perché, a quel punto, la minoranza serba in Croazia si trovò di nuovo in uno Stato indipendente croato, di nuovo in uno Stato nazionalista, di nuovo in un contesto in cui circolavano i simboli degli Ustascia… Il loro terrore era che finisse come era finita due generazioni prima».

Ma la Croazia tendeva a essere uno Stato etnicamente puro?
«Lo Stato croato di Tudjman era esplicitamente lo Stato dei croati. Non era lo Stato di tutti i cittadini che ci vivevano. Era lo Stato dei croati in cui, per lo meno ufficialmente, c’era rispetto per le minoranze nazionali. Diciamo che era lo Stato che rappresentava la popolazione croata, quindi con una prospettiva di Stato etnicamente puro. Ma, onestamente, i croati nel 1991 non fecero polizia etnica. Il loro atteggiamento tuttavia spaventò i serbi, i quali crearono le due enclave autogovernate che si resero indipendenti dalla Croazia indipendente. A questa grande tensione, che portò poi alla guerra, contribuì anche la memoria di Jasenovac. Tra l’altro, Jasenovac era anche non solo un luogo di morte ma era anche un luogo di terrorismo nei confronti della popolazione serba in generale, anche quella che stava fuori dal campo».
In che senso?
«Attraverso Jasenovac, gli Ustascia volevano terrorizzare la popolazione serba. Non a caso i cadaveri degli internati talora venivano gettati nella Sava, il fiume che da lì arriva a Belgrado. L’idea era di far arrivare i corpi a Belgrado per terrorizzare i serbi. La logica era quella e ha suscitato una rabbia e una paura che sono durate decenni. Jasenovac è diventato un simbolo ovviamente di una cosa più grande perché, esattamente come Auschwitz per la Shoah, non è che è successo tutto a Jasenovac. È un simbolo, però in quanto simbolo è un simbolo molto contrastato, è un campo di battaglia. E durante la guerra degli anni Novanta lo è diventato concretamente, perché in quella zona si è combattuto davvero tra serbi e croati. E, addirittura, quando i croati hanno conquistato quella zona nel ‘95 hanno preso a cannonate il monumento di Jasenovac. Volutamente, perché non è che ci fossero dei soldati lì…».

E hanno devastato anche il museo, vero?
«Hanno devastato il museo naturalmente, che è rimasto chiuso per tantissimi anni. La prima volta che ci sono andato il museo era chiuso e il monumento era ancora semidistrutto. Non era distrutto perché non erano riusciti ad abbatterlo, essendo molto grande e tutto in cemento armato. Poi ci sono voluti diversi anni prima che il governo croato si prendesse la briga di ristrutturare il luogo, renderlo accettabile politicamente per tutti. Oggi quello ancora è un luogo che ha una certa ambiguità».
Come mai?
«Il monumento è stato ristrutturato e tutto lo spazio memoriale è molto bello. Il museo è molto interessante perché è stato fatto da una commissione di storici non nazionalisti, quindi con uno sguardo corretto storicamente. Ma la sensazione che trasmette quel museo è che Jasenovac fu un luogo di sofferenza per tantissime persone di varie provenienze e per varie ragioni. Quindi ci sono gli antifascisti, ci sono i rom, gli ebrei… E ci sono anche i serbi. C’è addirittura un elenco delle appartenenze nazionali delle vittime, con il numero dei morti, in cui sono tipo 30 appartenenze nazionali diverse. Ci sono finiti anche tre italiani, uno slovacco, un rumeno. Però è ridicolo… Nel senso che, presentato così, sembra che le vittime siano un po’ tutte sullo stesso piano. Poi se si va a guardare i numeri si vede che 50.000 sono serbi. Quest’approccio rende molto meno rilevante l’aspetto antiserbo del luogo e della violenza ustascia, che invece sono centrali».

Cosa intende dire?
«Il principale obiettivo degli Ustascia era sterminare i serbi. Nella loro politica, i rom e ebrei erano marginali. Li hanno sterminati perché era nella logica dell’epoca, perché lo facevano i nazisti e quindi lo facevano anche loro. Il loro principale obiettivo erano i serbi. E questo si perde un po’ in questo tipo di approccio. Forse c’è anche una volontà positiva da parte della Croazia. Forse ha fatto questa scelta per evitare ulteriori tensioni, non lo so… Però sicuramente quest’approccio non piace ai serbi, che si ritengono le principali vittime di quel luogo e in generale della politica ustascia. Secondo me anche correttamente, i serbi dicono: “Gli Ustascia volevano sterminare noi. Poi, certo, hanno ammazzato anche altra gente ma sostanzialmente quello di Jasenovac è un genocidio contro i serbi”. E infatti dall’altra parte del confine, a Kozara, c’è un monumento partigiano molto importante che si trova però nella zona serba della Bosnia».«Esatto. Lì c’è un monumento molto bello gestito dai serbi di Bosnia, quindi ipernazionalisti, che hanno creato un museo su Jasenovac che è la risposta serba al museo croato di Jasenovac. Oggi quindi noi abbiamo il museo di Jasenovac ufficiale fatto dai croati, molto neutrale, molto ben fatto che però ha questo approccio che sminuisce la centralità dei serbi. Dall’altra parte del confine, a una distanza di 20 minuti in macchina, abbiamo quest’altro museo che è tipo “Il museo del genocidio serbo”, con un approccio diametralmente opposto. Lì dicono: “Dalla notte dei tempi i croati odiavano noi serbi e, finalmente, nella seconda guerra mondiale hanno cercato di sterminarci”. E delle altre vittime non si fa nemmeno cenno».
Nella Republika Srpska?
«Esatto. Lì c’è un monumento molto bello gestito dai serbi di Bosnia, quindi ipernazionalisti, che hanno creato un museo su Jasenovac che è la risposta serba al museo croato di Jasenovac. Oggi quindi noi abbiamo il museo di Jasenovac ufficiale fatto dai croati, molto neutrale, molto ben fatto che però ha questo approccio che sminuisce la centralità dei serbi. Dall’altra parte del confine, a una distanza di 20 minuti in macchina, abbiamo quest’altro museo che è tipo “Il museo del genocidio serbo”, con un approccio diametralmente opposto. Lì dicono: “Dalla notte dei tempi i croati odiavano noi serbi e, finalmente, nella seconda guerra mondiale hanno cercato di sterminarci”. E delle altre vittime non si fa nemmeno cenno».

Non va bene neanche questo…
«L’uso politico che era già presente negli anni Novanta, in qualche modo ancora oggi continua. Il nazionalismo serbo rimane invariato, in particolar modo in Bosnia è ancora molto acceso».
La maledizione di Jasenovac quindi continua?
«Ancora oggi, l’approccio a quest’oscura pagina della storia non è per niente risolto. Questa storia dei due musei contrapposti non è un buon segno. D’altra parte, però, ci sono anche segnali positivi. Per esempio, a un convegno a Jasenovac ho conosciuto il vescovo serbo-ortodosso Jovan Culibrk, un personaggio molto colto, molto aperto al dialogo, che rappresenta uno sguardo completamente diverso, che cerca di ragionare storicamente e di confrontarsi con diversi punti di vista. Questo è l’unico percorso possibile: cercare di storicizzare gli eventi e attribuire le responsabilità all’ideologia più che al popolo croato. E guardare avanti».
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Autore
Elisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.