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di Pierluigi Franco19 Dicembre 2024
Brochure dell’edizione del 2015 del premio Avicenna organizzato dall’UNESCO. Foto UNESCO/P. Chiang-Joo. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.
Dopo aver subito una sconfitta in pochi mesi nei suoi avamposti a Gaza, Libano e Siria, l’Iran riprende a puntare sulla ricerca, spaziando dal nucleare agli armamenti. È anche all’avanguardia nell’intelligenza artificiale e in altri settori scientifici. E ha consolidato la sua posizione di leader nella produzione di droni, grazie anche alla tecnologia sottratta agli Stati Uniti. Tuttavia, la vera preoccupazione del regime degli ayatollah è la crescente fuga dei cervelli.
In breve
- Focalizzazione su scienza e tecnologia: Per compensare le recenti perdite geopolitiche e rafforzare la propria posizione strategica, l’Iran punta sulla ricerca scientifica, specialmente nel nucleare, droni e intelligenza artificiale,.
- Avanzamenti accademici: Grazie a investimenti crescenti nella formazione universitaria e nella ricerca (4% del PIL), l’Iran ha fatto progressi notevoli in nanotecnologie, biotecnologie e medicina, nonostante le sanzioni internazionali.
- Successi nella produzione di droni: L’Iran ha raggiunto l’avanguardia nella produzione di droni militari studiando e migliorando la tecnologia dei droni americani catturati, con modelli sempre più sofisticati.
- Programma nucleare accelerato: Dopo le recenti tensioni regionali, Teheran ha incrementato l’arricchimento di uranio al 60%, avvicinandosi al livello richiesto per scopi militari, nonostante i rischi di isolamento internazionale.
- Sfida della fuga di cervelli: Il regime è preoccupato per le perdite di specialisti che emigrano in Occidente, spesso incentivati da operazioni mirate, mettendo in crisi la capacità interna di sostenere i progressi scientifici.
All’ingresso del parco di Niavaran, nell’elegante quartiere omonimo di Teheran, campeggia un busto del grande filosofo e scienziato persiano Ibn Sina, meglio conosciuto agli occidentali come Avicenna. Un monumento che sembra voler ricordare a tutti il fondamentale contributo che la Persia ha dato alla scienza fin dal più lontano medioevo. La storia ci racconta anche di altri insigni scienziati persiani, come il matematico al-Khwarizmi che fu inventore dell’algebra. Oppure al-Biruni, che fu autore di una enciclopedia astronomica nella quale per primo elaborò l’ipotesi della rotazione della Terra attorno al Sole. O ancora il chimico Jabir ibn Hayyan, che segnò il passaggio dall’alchimia alla chimica, il fisico al-Farisi che gettò le basi dell’ottica moderna, il medico e filosofo al-Razi, il botanico Dinawari e tanti altri scienziati e pensatori di cui l’elenco sarebbe lunghissimo.
È a questa tradizione di scienza che l’odierno Iran si sente ancora molto legato, tenendo fede all’orgoglio di quella popolazione erede della genialità persiana. Su queste basi è riemerso negli ultimi decenni un notevole progresso nel campo scientifico e tecnologico, che costituisce il principale punto di forza iraniano nel mutato quadro di equilibrio nella regione mediorientale. A maggior ragione oggi, dopo le sconfitte subite nei suoi avamposti a Gaza, Libano e Siria. È facile immaginare che d’ora in poi i maggiori sforzi della ricerca iraniana saranno sempre più concentrati sul nucleare e sugli armamenti, pur restando all’avanguardia negli altri settori scientifici. D’altra parte, oltre che in patria, gli scienziati iraniani sono sparsi un po’ in tutti i laboratori del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti.

Di certo, nonostante il peso delle sanzioni imposte al Paese, l’Iran è stato caratterizzato da una continua crescita nei settori della scienza e della tecnologia. Tale crescita, che secondo il settimanale New Scientist è la più rapida al mondo, è testimoniata dal numero di pubblicazioni scientifiche. Basti pensare che il numero di studenti universitari è cresciuto dai circa 100 mila del 1979 agli oltre 4,7 milioni del 2016. Anche il piano di sviluppo 2005-2025 elaborato dalla Repubblica islamica ha puntato tutto sulla ricerca per rafforzare l’innovazione, provando a superare l’economia basata sulle risorse energetiche soggette a embarghi e sanzioni. In pratica si è scelto di puntare sulla formazione universitaria e sulle conseguenti specializzazioni, andando oltre la tradizionale attività estrattiva e destinando al settore della ricerca e dello sviluppo il 4% del Pil entro il 2025.
Anche la spesa statale per l’istruzione superiore ha avuto un notevole incremento nel corso dell’ultimo decennio attestandosi mediamente a oltre il 4% del Pil, con l’obiettivo di arrivare al 7% nel 2025. Interessante, per un Paese islamico, è anche l’accesso di donne al mondo universitario e a quello della ricerca. Circa la metà degli studenti universitari in Iran è composta da donne e, addirittura, nel 2007 la componente femminile era maggiore di quella maschile. I dati della World Bank e dell’Unesco mostrano una notevole propensione per le materie scientifiche e, in particolare, per ingegneria.
Dalla classifica del Global Innovation Index emerge che nel 2016 l’Iran era al secondo posto per numero di laureati in queste materie. È facile quindi immaginare il contributo nella ricerca e nell’innovazione offerto da tali professionisti negli ultimi otto anni. Molti sono anche gli studenti iraniani che scelgono un percorso di studi all’estero, in particolare uno studente su quattro svolge il dottorato soprattutto negli Stati Uniti, in Canada, Regno Unito, Italia, Francia e Svezia.

Gli investimenti iraniani nel campo della ricerca riguardano soprattutto le nanotecnologie e la biotecnologia. Un mondo dello studio applicato che è andato crescendo negli ultimi anni anche grazie alla creazione di numerosi parchi scientifici e tecnologici e incubatori d’impresa, di cui un centinaio legati direttamente alle università.
I successi della scienza iraniana sono molteplici anche in campo medico, a cominciare dalla neurochirurgia con il nuovo trattamento ideato dagli specialisti che curavano i feriti cerebrolesi durante la guerra Iran-Iraq. Una tecnica che permise di superare quella statunitense ritenuta fino ad allora la più avanzata riducendo i casi di mortalità per questo tipo di trauma dal 55% del 1980 al 20% del 2010. Uno studio delle università di Cambridge e Harvard mostra poi che l’Iran è tra i primi dieci Stati al mondo per successi nelle ricerche sulle cellule staminali ed è al secondo posto per trapianto di staminali.
L’Iran è anche tra i pochi Paesi in grado di produrre leghe di zirconio, indispensabili per i rivestimenti negli impianti atomici. È inoltre tra i più avanzati nella produzione di laser e di microprocessori ultraveloci, oltre che all’avanguardia nella ricerca sull’intelligenza artificiale. A testimoniarlo è stata la prima «Olimpiade internazionale di intelligenza artificiale» che si è svolta l’estate scorsa a Burgas, in Bulgaria, dove la squadra degli studenti iraniani ha ottenuto una medaglia di bronzo e, in una delle tre sfide scientifiche, ha fornito la soluzione migliore tra i 41 team partecipanti provenienti da 33 Paesi, ritenuta addirittura più accurata e completa di quella proposta nel quesito.

Perso il Mediterraneo, Teheran torna alle centrifughe nucleari
Dopo aver perso in pochi mesi il proprio ruolo strategico mantenuto per decenni nell’area del Mediterraneo – con la decapitazione di Hamas a Gaza, di Hezbollah in Libano e con la fine del regime siriano – l’Iran degli ayatollah si sente comprensibilmente minacciato, non essendo più in grado di tenere testa a Israele e Stati Uniti. Un Iran indebolito e sostanzialmente sconfitto fa certamente meno paura. Anzi, secondo qualche osservatore, dopo la Siria potrebbe essere il prossimo obiettivo, magari con qualche «primavera» ben pilotata.
L’unico modo per la Repubblica islamica di sentirsi al sicuro, quindi, potrebbe essere la deterrenza dell’arma nucleare. Non è un caso che, subito dopo gli attacchi in Libano e soprattutto dopo l’uccisione a Beirut di Hassan Nasrallah e degli altri vertici di Hezbollah, da Teheran è arrivato l’annuncio della messa in funzione di nuove ed evolute centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. In tutto, 6.000 nuovi macchinari da mettere in funzione nei siti di Fordo e Natanz e ufficialmente, secondo quanto comunicato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), per un tasso di arricchimento fino al 5%, quindi leggermente superiore al 3,67% autorizzato dall’accordo internazionale del 2015. La produzione aumenterà a più di 34 chilogrammi di uranio altamente arricchito al mese, rispetto ai precedenti 4,7 chilogrammi.
Il 27 novembre scorso il capo dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, Mohammad Eslami, ha annunciato che l’Iran ha cominciato a immettere gas in diverse migliaia di nuove centrifughe per metterle in funzione. Un’accelerazione dell’attività nucleare che, è facile immaginare, è stata resa ancor più urgente dalla improvvisa caduta del regime di Damasco. La ripresa a grandi ritmi del programma nucleare iraniano è stata confermata anche dal direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, per il quale l’Iran sta «accelerando in modo significativo» l’arricchimento di uranio al 60% di purezza, avvicinandosi a quel 90% richiesto per le testate nucleari. Ed è l’unico Paese non dotato di armi nucleari che arricchisce il materiale fissile a un livello così alto.
D’altra parte, non va dimenticato che l’Iran è il settimo Paese al mondo per la produzione di esafluoruro di uranio, composto impiegato nei processi di arricchimento dell’uranio sia per la produzione di combustibile nucleare, sia per la produzione di armi atomiche. Avendo ormai il controllo dell’intero ciclo di produzione di combustibile nucleare, l’Iran si colloca tra i 14 Paesi in possesso di tecnologia nucleare.
Ma nel contesto della ricerca, e maggiormente in quello relativo al programma nucleare, ciò che sembra preoccupare il regime degli ayatollah è la fuga di cervelli dall’Iran verso i Paesi occidentali e soprattutto verso gli Stati Uniti. Nonostante il tentativo di minimizzare da parte dei vertici di Teheran, la riduzione di tecnici specializzati rischia di mettere in crisi il sistema, a cominciare dalla sicurezza informatica. Anche se non esistono dati ufficiali, sono stati già numerosi gli attacchi informatici agli apparati di istituzioni e aziende. Ciò ha alimentato, nelle autorità, quel senso di insicurezza acuito, come già accennato, dal nuovo quadro geopolitico mediorientale.
Ad accrescere l’esodo di cervelli iraniani, secondo alcune ipotesi, ci sarebbe poi un’operazione messa a punto dalla Cia per minare il programma nucleare di Teheran semplicemente offrendo adeguati vantaggi economici e logistici agli specialisti iraniani del settore, rendendo così attrattivo il loro trasferimento nei laboratori occidentali. Proprio in risposta a questa evenienza, all’inizio di quest’anno i vertici iraniani hanno avviato un più stretto sistema di sorveglianza dei ricercatori, accrescendo contemporaneamente l’offerta di strutture e remunerazioni.
Droni iraniani all’avanguardia grazie agli Usa
Per capire i progressi della tecnologia iraniana è emblematico il caso della produzione dei droni. Il 9 aprile 2006 la stampa iraniana riferì dell’abbattimento, sul territorio della Repubblica islamica, di un drone che stava sorvolando e filmando la zona di confine con l’Irak. La comunicazione ufficiale affermava che gli esperti iraniani erano riusciti a esaminarlo e a «ottenere informazioni sul sistema aereo». L’episodio si ripetè il 16 gennaio 2007 e questa volta venne specificato che si trattava di un drone spia americano. In entrambi i casi gli scienziati iraniani si misero al lavoro, smontando e studiando.
Il 22 agosto 2010, l’allora presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad presentò al mondo il primo drone-bombardiere fabbricato nella Repubblica islamica. Il drone, chiamato Karrar, è lungo quattro metri, dispone di un motore che gli consente di raggiungere i 900 chilometri orari, ha un’autonomia di circa 1.000 chilometri e può trasportare diversi tipi di ordigni. L’abbattimento di droni continuò anche negli anni successivi, permettendo di volta in volta agli scienziati iraniani di perfezionare i propri prodotti e consentendo all’industria degli aerei senza pilota un notevole salto generazionale. Il 20 luglio 2011 un drone americano venne abbattuto nei pressi dell’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Fordo, nella provincia di Qom.

Il 4 dicembre dello stesso anno si ebbe una nuova svolta con la «cattura» di un altro drone spia americano, questa volta assai prezioso. Al contrario di quanto accaduto in precedenza, con il silenzio da parte statunitense, stavolta la notizia viene confermata l’8 dicembre anche dal New York Times secondo il quale il drone Sentinel Lockheed-Martin RQ-170 stealth era della Cia, che lo utilizzava nell’ambito di una missione altamente segreta per tenere sotto controllo il programma nucleare iraniano.
Per gli Stati Uniti fu una perdita incalcolabile, trattandosi di un drone di ultima generazione. Quello stesso giorno, la televisione iraniana mostrò le immagini del drone statunitense praticamente intatto. Stavolta non si trattò del classico abbattimento con la contraerea, bensì di un «dirottamento elettronico» da parte iraniana con i tecnici che, dopo averlo intercettato, ne presero il controllo facendolo atterrare nei pressi della città di Kashmar, a circa 225 chilometri dal confine con l’Afghanistan.
A Washington scattò subito la preoccupazione, nella consapevolezza che gli iraniani a quel punto potevano studiare con calma una delle tecnologie militari americane più sofisticate e segrete. E gli iraniani ne erano ben coscienti. Il drone «catturato» era uno dei più avanzati aerei senza pilota della flotta militare americana, già utilizzato anche per sorvegliare il compound in Pakistan dove si nascondeva Osama bin Laden, prima che venisse ucciso nel blitz dei Navy Seals. Il drone era pressoché invisibile ai radar, ed era anche dotato di un sistema di autodistruzione che, evidentemente, in quel caso non aveva funzionato.
Per l’Iran fu la svolta, grazie alla quale raggiunse l’avanguardia nel settore. Ma negli Usa ci fu anche chi minimizzò, forse inconsapevolmente, come il segretario alla Difesa, Leon Panetta, che affermò di dubitare «seriamente della capacità degli iraniani di fare ciò che millantano». Ma evidentemente, al momento della dichiarazione, Panetta non era al corrente di quanto sostenuto dal suo stesso governo nel rapporto sulla scienza e l’ingegneria elaborato nel 2010 dalla National Science Foundation. Secondo quest’agenzia indipendente governativa USA, l’Iran aveva il più alto tasso di crescita al mondo (25,7%) nella produzione di articoli di scienza e ingegneria. Un dato confermato anche nei successivi rapporti del 2012 (tasso di crescita al 25,3%) e del 2014 (tasso di crescita annualizzato del 23,0%, con il 25% della produzione iraniana realizzata attraverso la collaborazione internazionale).

La cattura di aerei senza pilota americani proseguì anche nel 2012, quando uno ScanEaglevenne intercettato e «dirottato» nel Golfo Persico dopo aver violato lo spazio aereo iraniano. Si trattava di un piccolo drone a lunghe prestazioni costruito da Insitu, una controllata di Boeing. Gli americani smentirono e gli iraniani lo mostrarono orgogliosi in Tv, precisando che il drone era stato già individuato per aver condotto diversi voli di ricognizione sull’area del Golfo persico nei giorni precedenti.
Il 9 maggio 2013 arrivò l’annuncio ufficiale da parte del ministro della Difesa iraniano, Ahmad Vahidi, di un nuovo drone stealth (invisibile ai radar) da attacco e da ricognizione capace di volare ad alta quota, denominato Epopea. Non vennero però riferiti altri dettagli sulla nuova arma. Pochi giorni prima l’Iran aveva presentato altri tre droni. Il primo, Saris, era un drone stealth e di grande autonomia dotato di telecamere e di missili aria-aria. Gli altri due, Hazem-3 e Mohajer-B, erano droni tattici da combattimento, entrambi anche con capacità di ricognizione. Nel marzo 2016 arrivò anche Simorgh (Fenice) una versione molto potenziata del drone americano RQ-170 catturato nel 2011 e capace di trasportare bombe. Un nuovo salto generazionale.
Qualche mese dopo, in ottobre, Teheran presentò un altro potente drone. Si trattada di Saeqeh (Fulmine), sempre della classe Simorgh, in grado di colpire a lunga distanza, e simultaneamente, quattro bersagli con bombe di precisione millimetrica. Pochi giorni dopo arrivò un nuovo drone da pattugliamento, invisibile ai radar, in grado di volare ad appena 50 centimetri dal pelo dell’acqua. È un velivolo che può atterrare anche in acqua, operando in un raggio di mille chilometri con autonomia di 15 ore, e volare a 3.000 metri di altitudine.
Mentre nel giugno 2019 venne abbattuto un altro drone statunitense nel distretto di Kouhmobarak, nella provincia meridionale iraniana di Hormuzgan, il progresso tecnologico e la produzione di droni iraniani sempre più potenti e veloci è continuato senza sosta. È il caso del Mohajer-10, presentato nell’agosto 2023 e dotato di sistemi per la guerra elettronica. Si tratta di un drone che può volare ininterrottamente per 24 ore, a un’altitudine di 7.300 metri, con un raggio operativo di due chilometri e a una velocità di 210 chilometri orari. Il velivolo può trasportare fino a 300 chilogrammi e 450 litri di carburante.

Del 21 settembre scorso è, infine, la presentazione di due nuove armi. L’occasione è la parata a Teheran per celebrare la «Settimana della Difesa sacra», commemorazione della guerra Iran-Iraq: a fianco del missile balistico a lungo raggio Jihad, i Pasdaran presentano un nuovo drone suicida, denominato Shahed 136-B.
Forse chi, come Leon Panetta, ha dubitato delle capacità degli iraniani dovrebbe ricredersi. Basterebbe conoscere meglio la storia per comprendere che l’Iran è tutt’altro che un Paese arretrato. È la grande Persia, erede di Ciro il Grande, di Serse, Dario e Artaserse. Ma soprattutto di coloro, come l’aristotelico Avicenna, che tanto hanno dato al mondo nello sviluppo della scienza e del pensiero.
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Autore
Pierluigi Franco Laureato in Giurisprudenza, giornalista, ha lavorato per trent’anni all’Agenzia ANSA, dov’è stato capo del servizio ANSAmed (Mediterraneo e Medio Oriente) e ideatore di ANSA Nuova Europa (Est Europa e Balcani). Divenuto poi capo dell’ufficio di corrispondenza dell’ANSA a Teheran, è stato l’ultimo giornalista occidentale a operare stabilmente in Iran. Ufficiale superiore dell’Esercito Italiano, ha svolto consulenze e docenze in ambito di Forze Armate. Ha operato in Est Europa, Balcani, Medio Oriente, Asia Centrale e Sud-Est asiatico. Nel 2022 ha pubblicato il libro “Gorbacëv il furbo ingenuo. Una storia non agiografica alle origini della crisi mondiale (e Ucraina)” edito da Rubbettino. Visualizza tutti gli articoli