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di Elisabetta Burba23 Dicembre 2024
Il 6 gennaio 2019 a Istanbul il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo consegna al Metropolita Epifanio il documento che concede alla Chiesa Ortodossa d’Ucraina il diritto di essere autocefala. Foto Presidential Office of Ukraine. Licenza CC BY-NC-ND 4.0.
Il conflitto in Ucraina si estende anche alla sfera religiosa: le divisioni interne alla Chiesa riflettono i contrasti politici che dilaniano il Paese. Con l’invasione russa del febbraio 2022, le tensioni tra le due principali Chiese ortodosse ucraine si sono intensificate, dando luogo a un conflitto che rispecchia le divisioni tra Oriente e Occidente. Da un lato c’è la Chiesa ortodossa ucraina, guidata dal metropolita Onofrio, che nel maggio 2022 si è staccata dal Patriarcato di Mosca. Dall’altro lato c’è la Chiesa ortodossa d’Ucraina, guidata dal metropolita Epifanio, fortemente voluta dall’ex presidente Petro Poroshenko e riconosciuta dal Patriarcato di Costantinopoli nel 2018. In un Paese in cerca d’identità, la Chiesa ortodossa è diventata uno strumento di influenza politica.
«Si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa». L’accorato appello lanciato da Papa Francesco all’Angelusdel 25 agosto scorso ha portato alla luce un aspetto poco conosciuto del conflitto che dilania l’Europa. L’Ucraina non è solo teatro di una guerra per procura tra Occidente da una parte e Russia dall’altra. Nel Paese a schiacciante maggioranza ortodossa, si combatte anche una guerra per procura religiosa, con gli ortodossi divisi tra chi fino a maggio 2022 seguiva il Patriarcato di Mosca e chi fa riferimento al filo-occidentale Patriarcato di Costantinopoli. In altre parole, con il conflitto iniziato nel 2014 e deflagrato nel 2022, anche la Chiesa ucraina è finita nel cono d’ombra dello scontro politico globale.
La scorsa estate, il conflitto religioso ha subito una significativa escalation. Il 20 agosto il Parlamento ucraino ha vietato le attività dei gruppi religiosi legati alla Chiesa ortodossa russa. La legge, approvata con 265 voti favorevoli e 29 contrari, crea le basi legali per consentire al governo di Kyiv di vietare le attività di qualsiasi gruppo religioso ritenuto troppo legato alla Russia o che sostenga l’invasione dell’Ucraina. La misura è considerata un bersaglio contro la Chiesa ortodossa ucraina, guidata dal metropolita Onofrio sotto il Patriarcato di Mosca fino al maggio 2022 al Patriarcato di Mosca, ma che da tale data rivendica la sua indipendenza da Kirill.
Firmata dal presidente Volodymyr Zelensky il 24 agosto, la legge prevede un periodo di transizione di nove mesi, durante il quale la Chiesa ortodossa ucraina dovrà fondersi con la Chiesa ortodossa d’Ucraina, guidata dal metropolita Epifanio e sotto il Patriarcato di Costantinopoli, o trovare un modo convincente per prendere le distanze da Mosca. In caso contrario, il tribunale emetterà una decisione di messa al bando formale della Chiesa guidata da Onofrio, che comporterà la cancellazione della registrazione, la privazione del diritto di possedere proprietà e l’interruzione delle attività religiose. In sostanza, sarà costretta alla clandestinità.
La decisione ha provocato sgomento tra i fedeli della Chiesa guidata da Onofrio, che ha proclamato la sua fedeltà all’Ucraina e insiste sul fatto di essersi staccata dall’autorità della Chiesa ortodossa russa. Ma il governo ucraino afferma che è ancora legata al Patriarca di Mosca Kirill, che ha descritto l’invasione russa dell’Ucraina come una guerra santa.
Questa decisione, parte di uno sforzo più ampio del governo ucraino per ridurre l’influenza russa e promuovere la sovranità nazionale, ha suscitato notevoli controversie e preoccupazione per potenziali violazioni della libertà religiosa. I sostenitori della legge argomentano che sia necessaria per proteggere la sicurezza e la sovranità dell’Ucraina, dato che alcuni sacerdoti della Chiesa Ortodossa Ucraina guidata dal metropolita Onofrio sono accusati di aver continuato a sostenere la Russia e le sue azioni militari. I critici della legge, inclusi organismi internazionali per i diritti umani, sottolineano invece che potrebbe ulteriormente polarizzare la società ucraina e violare il diritto alla libertà religiosa.

La Chiesa Ortodossa Ucraina si è fortemente opposta a tale provvedimento, sostenendo che il governo ucraino stia tentando di annientare la Chiesa e costringere i credenti a convertirsi alla nuova Chiesa Ortodossa dell’Ucraina, istituita con il supporto del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli nel 2018 e guidata dal metropolita Epifanio. Questo conflitto non solo ha approfondito la divisione tra le due Chiese, ma ha anche attirato attenzione e critiche internazionali, fra cui il governo russo e altre istituzioni religiose in tutto il mondo.
In un Paese a schiacciante maggioranza cristiana ortodossa, la Chiesa è diventata terreno di scontro tra influenze occidentali e russe, riflettendo le più ampie tensioni geopolitiche della regione. La storia della Chiesa in Ucraina è intrinsecamente legata alla storia politica e culturale del paese, e le attuali divisioni ecclesiastiche rispecchiano le più ampie fratture nella società ucraina. La ricerca di un’identità religiosa indipendente va di pari passo con la ricerca di un’identità nazionale distinta, in un contesto geopolitico estremamente complesso e teso.
Secondo un’indagine condotta nel 2018 dal centro Razumkov, la maggioranza degli ucraini (67,3%) è di religione ortodossa. Tale maggioranza è divisa in due Chiese principali: la Chiesa ortodossa d’Ucraina, indipendente dal 2018 e riconosciuta dal Patriarcato di Costantinopoli, e la Chiesa ortodossa ucraina, resasi indipendente da Mosca nel maggio 2022.
La posta in gioco è alta. La professoressa Simona Merlo, associata di Storia contemporanea all’Università Roma 3 ed esperta della Chiesa ortodossa di Kiev, sottolinea l’importanza dell’Ucraina per la Chiesa ortodossa. “Quella ucraina è tradizionalmente una Chiesa vivace dal punto di vista delle vocazioni e della vita monastica” spiega. “Perdere l’Ucraina non significa solo perdere un territorio, ma un tessuto vitale della Chiesa. Oltre che perdere l’origine della Chiesa, perché la culla della Rus, cioè del primo Stato degli slavi orientali, è proprio Kiev”.
Il professor Adriano Roccucci, ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma 3 e membro della Comunità di Sant’Egidio, evidenzia la complessità storica e culturale del Paese: “L’Ucraina, che significa letteralmente ‘alla frontiera’, è un territorio storicamente di frontiere, dove i confini sono sempre stati molto mobili. Pieno di complessità, è caratterizzato da una ‘poliformità culturale’: diverse regioni hanno profili peculiari, dovuti anche alla presenza di minoranze nazionali storicamente radicate.”
Le radici di questa complessità risalgono alla Rus’ di Kiev, il grande principato medievale che comprendeva parte dei territori delle attuali Ucraina, Russia, Bielorussia, Moldavia, Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. La cristianizzazione di questo territorio nel 988, a opera di Volodymyr I, segnò l’inizio della presenza ortodossa nella regione e la nascita della prima chiesa cristiana a Kiev. Nel corso dei secoli, la giurisdizione ecclesiastica su Kiev passò da Costantinopoli a Mosca, creando tensioni che persistono fino ad oggi. Un momento cruciale fu il 1654, quando la Chiesa ucraina si fuse con quella russa.
La struttura della Chiesa ortodossa, tradizionalmente basata sulla Pentarchia (i cinque patriarcati storici di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme), era stata messa in discussione con l’emergere di Chiese nazionali e l’ascesa di Mosca come “terza Roma” dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. “Ai cinque Patriarcati era riconosciuta autorevolezza per ragioni storiche e spirituali” spiega la professoressa Merlo. “Lo scisma del 1054 provocò la divisione tra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente. Ma all’interno del mondo ortodosso il Patriarca di Costantinopoli continuò a essere considerato il primus inter pares, detenendo quindi un primato d’onore.”
Oggi, il titolo di “primus inter pares” del Patriarca di Costantinopoli è contestato, soprattutto considerando che il Patriarcato di Mosca ha un numero di fedeli molto superiore al suo. “Sono più di 100 milioni i fedeli che seguono il Patriarcato di Mosca” prosegue Merlo. “In Turchia, invece, i fedeli del Patriarcato di Costantinopoli erano fino a qualche anno fa solo qualche migliaio. Va detto che Costantinopoli ha poi la giurisdizione su qualche milione di fedeli della diaspora, anche se non su tutti, visto che Mosca a sua volta ha incoraggiato una diaspora.”
L’idea di Chiesa nazionale ucraina non è nuova. Affonda le sue radici nel periodo successivo alla Rivoluzione sovietica quando, nel 1921, nacque una Chiesa autocefala ucraina, inizialmente tollerata dai bolscevichi in funzione anti-patriarcale. Come spiega la professoressa Merlo, “i bolscevichi, pur essendo antireligiosi, consentirono un Concilio ucraino in cui si proclamò la formazione di una Chiesa in funzione anti-patriarcale”. Ma si trattò di una breve parentesi: negli anni Trenta, nell’ambito di un’operazione contro il nazionalismo ucraino, il Cremlino eliminò i vertici della Chiesa autocefala.

Nel 2018, si ripeté un processo simile. Con una mossa squisitamente politica contro l’influenza di Mosca, fu creata la Chiesa ortodossa d’Ucraina, riconosciuta da Costantinopoli. “La creazione di questa Chiesa fu un’iniziativa di Poroshenko” ricorda la professoressa Merlo. “Nella Pasqua 2018, l’allora presidente andò personalmente a Istanbul a chiedere al Patriarca Bartolomeo di impegnarsi nella creazione di una Chiesa ortodossa ucraina.”
Il 27 maggio 2022, il Consiglio del Patriarcato della Chiesa Ortodossa ucraina ha affermato la piena indipendenza da Mosca, in disaccordo con la posizione del Patriarca Kirill, allineato con il presidente russo Vladimir Putin. Questa decisione ha segnato un punto di svolta significativo nelle relazioni ecclesiastiche tra Ucraina e Russia.
Dopo l’invasione russa del 2022, la Chiesa ortodossa ucraina guidata dal metropolita Onofrio ha preso una posizione netta contro la guerra, marcando una discontinuità con il passato. Il metropolita ha invitato a un cessate il fuoco in diverse occasioni e ha lavorato dietro le quinte per promuovere la pace e il dialogo.
Attualmente in Ucraina coesistono dunque tre Chiese ortodosse: quella nazionalista di Epifanio legata a Costantinopoli, quella ultra-nazionalista di Filarete e quella moderata di Onofrio, staccatasi da Mosca due anni fa. Come sottolinea il professor Roccucci, “quest’ultima Chiesa non è di per sé antinazionale, ma considera la nuova Chiesa indipendente legata a Costantinopoli non del tutto legittima dal punto di vista canonico.”
L’impasse riflette le tensioni geopolitiche e culturali che caratterizzano l’Ucraina contemporanea, un Paese in bilico tra diverse influenze e alla ricerca di una propria identità. Mentre il conflitto militare continua, nelle chiese e nelle comunità di tutto il Paese si combatte la battaglia per l’anima spirituale dell’Ucraina. L’esito di questa lotta avrà profonde implicazioni non solo per il futuro religioso dell’Ucraina, ma anche per il suo orientamento politico e culturale negli anni a venire.
In un simile scenario, le parole di Papa Francesco, pronunciate all’Angelus del 25 agosto, suonano come un richiamo universale alla libertà religiosa. «Si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa», ha detto il Pontefice, invitando implicitamente a scongiurare che le comunità religiose siano strumentalizzate per fini politici.
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Autore
Elisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.