Sette motivi per cui è impossibile creare un esercito europeo

Dal blog krisisinfo@substack.com

di Francesco Cosimato 25 dicembre 2024

Il generale Francesco Cosimato evidenzia gli ostacoli che rendono al momento impraticabile la costruzione di Forze armate UE.

La bandiera dell’Unione Europea durante una parata militare. Foto Unione Europea 2014. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.

La creazione di un esercito europeo è ostacolata da diversi fattori, tra cui la mancanza di una base costituzionale solida, l’assenza di una volontà politica unitaria e la dipendenza dalla NATO, che limita l’autonomia dell’Unione europea. A questi si aggiungono la frammentazione del settore militare-industriale europeo, la mancanza di una strategia e le difficoltà nell’acquisire risorse strategiche. L’assetto culturale dei cittadini europei rende infine complesso costruire un consenso sull’uso della forza. In questo contesto, appare estremamente difficile conciliare una dimensione militare autonoma con il processo di integrazione europea.

Il dibattito sul tensioni geopolitiche ripropone di frequente il tema delle Forze armate europee. L’argomento però è evocato spesso senza un concreto riferimento ai concetti principali che regolano la costruzione, il funzionamento e l’utilizzo di Forze armate concepite, organizzate e dirette per svolgere sul piano militare la politica nazionale mediante l’uso della forza letale.

Dal fallimento della cosiddetta CED (Comunità europea di difesa) dei primi anni Cinquanta, la questione è rimasta pendente, si sono costituiti comandi e unità multinazionali, stati maggiori di pianificazione e, di recente, lo «strategic compass», complesso di forze grosso modo a livello di Brigata, che intendevano dare un significato iniziale alla dimensione della Difesa europea. In particolare, tale iniziativa intendeva dare sostanza alla politica di difesa e sicurezza comune con un complesso di forze prontamente impiegabile, ma il livello era purtroppo insufficiente, se paragonato alle masse coinvolte nella guerra in Ucraina, togliendo significato all’iniziativa.

In ogni caso, sinora i nodi fondamentali della sicurezza e difesa europea non sono stati evidenziati, affrontati e sciolti. Probabilmente la rilevanza delle questioni in argomento è così importante che i politici europei rimangono confinati entro il recinto delle dichiarazioni d’intenti. Qui di seguito esaminiamo la materia nella maniera più chiara possibile.

Mancanza di quadro costituzionale

La Costituzione italiana, ad esempio, indica con una certa chiarezza il ruolo degli organi costituzionali nella gestione delle situazioni di conflitto. Tale impostazione, però, risente del fatto che una volta le guerre si dichiaravano formalmente, mentre ora si iniziano senza precedenti passi formali. Com’è noto, l’Europa non dispone di una Costituzione. In un recente passato, il progetto di Costituzione europea del 2004, firmato da 25 capi di Stato e di governo, fu bocciato dai cittadini francesi e olandesi e non venne più riproposto. Laddove, com’è probabile, non si riuscisse a disporre di un quadro costituzionale consolidato, si dovrebbe continuare a usare le forze armate nazionali secondo le indicazioni dei rispettivi governi e i militari continuerebbero a giurare fedeltà alle loro legittime autorità costituite. In tal modo, il ruolo delle istituzioni europee verrebbe sminuito.

Assenza di volontà politica

Al quadro costituzionale si deve aggiungere la necessità di raggiungere una volontà politica chiara e inequivocabile, elemento sui cui si fonda, in Occidente, il concetto di sottomissione del potere militare al potere politico. Le istituzioni comunitarie non brillano per unità d’intenti. Anzi, sono affette da una cronica litigiosità e da una difficoltà evidente nel cercare soluzioni comuni. Il Parlamento europeo, così come quelli nazionali, è più incline alle mere discussioni ideologiche che alla identificazione accurata degli interessi nazionali.

Ufficiale tedesco con il distintivo della Forza navale UE. Foto EU Naval Force. Licenza CC BY-ND 2.0.
Ufficiale tedesco con il distintivo della Forza navale UE. Foto EU Naval Force. Licenza CC BY-ND 2.0.

Carenza di «grand strategy»

È ben difficile che in queste condizioni maturi una strategia complessiva di difesa, la cosiddetta «grand strategy», alla quale spetta il compito di indicare il ruolo che dovrebbe avere l’Europa e che dovrebbe porre le premesse per individuare le risorse da dedicare alla sua difesa in termini umani, tecnologici e materiali. Per far questo abbiamo una sorta di «governo europeo» che è espressione di istanze dei governi nazionali e un Parlamento i cui membri sono chiamati solo a ratificare le scelte della Commissione e non possono nemmeno presentare una proposta di legge (prerogativa della Commissione). Ciò determina la scarsa rappresentatività e credibilità di cui oggi Commissione e Parlamento europei godono, talché il quadro si fa ampiamente deficitario.

Dipendenza dalla NATO

Il fatto è che le istituzioni europee non incarnano né l’idea di uno Stato federale, né l’idea di uno Stato sovrano. Dovrebbero invece riflettere un principio legato al concetto di Nazione, ma questo principio sembra rimanere ancora privo di una collocazione chiara e definita. Da non trascurare il fatto che la creazione di uno strumento militare riguarda evidentemente anche la responsabilità dell’uso della forza letale, così come prevista dalle convenzioni che regolano il diritto dei conflitti armati. Il ricorso alle armi è cosa dura, terribile, irta di pericoli e difficoltà. Non dovrebbe poter scaturire da un talk show o da un consiglio di amministrazione e neanche da documenti di fumosi «think tank» o da desiderata di una lobby, come purtroppo è avvenuto con la guerra in Ucraina.

In Europa, evidentemente la politica non è ancora arrivata a questo punto. Le missioni militari svolte finora si sono limitate a vaghe operazioni di peacekeeping, rese possibili grazie agli asset degli Stati Uniti in base al cosiddetto «Berlin Plus Agreement». Accordo che prevede che la NATO fornisca mezzi strategici ai contingenti europei impegnati in missioni di gestione delle crisi, compensando alcune carenze operative dell’UE. Tuttavia, poiché gran parte di queste risorse dipendono dagli Stati Uniti, che esercitano una forte influenza sulla NATO, l’autonomia operativa dell’UE risulta fortemente limitata.

Di fatto, al momento non è possibile per l’UE svolgere missioni militari che siano in contrasto con gli interessi statunitensi. L’Unione Europea ha fatto molti progressi da quando si attribuiva a Henry Kissinger la frase: “Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”. Oggi l’UE partecipa a molti fori internazionali, ma la sua configurazione non è né quella di uno Stato federale, né quella di uno Stato nazionale. Da ciò discende una difficoltà ad attribuire all’Unione europea la funzione di leader di coalizioni per la soluzione di crisi internazionali.

Il rapporto con la NATO è un tema particolarmente strano e funambolico, visto che gran parte dei Paesi europei ne fanno parte. Gli addetti ai lavori ricorderanno che da tempo si parla di strutture «separabili, ma non separate», formula che assomiglia più a un’enciclica democristiana che a un concetto di alleanza. Nel recente passato della NATO abbiamo visto crearsi discrasie fra i Paesi membri (basti pensare al Kosovo e all’Afghanistan), avendo come risultato missioni incerte e di dubbia efficacia.

Complesso militare-industriale frammentato

Argomento particolarmente delicato e irto di difficoltà è quello del complesso militare industriale dei vari Paesi europei, che dovrebbe evolvere in un analogo sistema a livello comunitario. Mentre nella NATO ognuno produce le proprie armi, in Europa è appena stato nominato un Commissario alla Difesa e allo Spazio, Andrius Kubilius, il quale al momento ha ricevuto, per sua stessa ammissione, direttive molto generiche. E che però deve gestire un neonato «fondo europeo per la Difesa» in cui verranno versati i soldi dei contribuenti.

Cerimonia sulla fregata francese FS Floreal 2 della Forza navale UE nel dicembre 2006. Foto EU Naval Force. Licenza CC BY-ND 2.0.
Cerimonia sulla fregata francese FS Floreal 2 della Forza navale UE nel dicembre 2006. Foto EU Naval Force. Licenza CC BY-ND 2.0.

Difficoltà nell’acquisizione di risorse strategiche

Il principale problema per un’alleanza militare, come già accennato, è ottenere le risorse strategiche necessarie, ovvero i mezzi che garantiscono mobilità, comunicazioni e intelligence a livello strategico. Ad esempio, l’acquisto di velivoli per il trasporto strategico richiede enormi risorse finanziarie e anni di ricerca e sviluppo. La creazione di una rete di satelliti per l’«imagery intelligence» (IMINT) richiede tempi ancora più lunghi rispetto al trasporto strategico, a causa delle complesse attività di ricerca, sviluppo e organizzazione dello spazio orbitale disponibile. Un altro elemento cruciale sono le comunicazioni strategiche, che necessitano di un attento lavoro per garantire l’interoperabilità tra i sistemi dei Paesi membri. Tuttavia, soddisfare tutte queste tre esigenze richiederebbe gran parte del bilancio europeo. Una missione impossibile, vista l’innegabile difficoltà a ridurre la spesa in altri ambiti essenziali, come la sanità o il welfare. Di conseguenza, è assai improbabile che si riesca ad affrontare i costi e i tempi necessari per dotarsi di tali risorse.

Assetto culturale

L’ultimo aspetto, ma non meno importante, riguarda l’assetto culturale dei cittadini europei che potrebbe tradursi in difficoltà a combattere guerre che non sempre vengono comprese. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, il consenso alla politica antirussa, dopo una fiammata iniziale, è andato progressivamente scemando. D’altro canto, dalla fine della Seconda guerra mondiale si è imposta una mentalità che privilegia i diritti a discapito dei doveri e il senso di appartenenza alla «terra dei padri», cioè il patriottismo, è stato denigrato e declassato a «sovranismo». Siamo sicuri che i cittadini europei, così rieducati, siano disposti a sacrificarsi per conformarsi alle narrazioni promosse dalle lobby?

Partendo dalla ovvia considerazione che gli strumenti militari si attivano per difendere interessi concreti, risulta difficile creare quello che viene vagamente definito Esercito europeo senza stabilire chiaramente che cos’è l’Unione Europea e da dove trae le risorse per produrre e prosperare. Allo stesso modo, è fondamentale riflettere su quanto accaduto in Ucraina per comprendere una realtà che il mainstream fatica ad ammettere: quando si intraprendono operazioni militari senza una visione chiara degli interessi da difendere, il rischio di subire una pesante sconfitta è altissimo. Per costruire seriamente le Forze armate europee, dunque, è necessario prima analizzare a fondo le cause della probabile sconfitta in Ucraina e le implicazioni della resa che, a mio avviso, ne deriveranno.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Autore

  • Francesco CosimatoFrancesco Cosimato Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.

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