La Siria, al di là della geopolitica

Dal blog https://jacobinitalia.it

Lorenzo Declich 23 Dicembre 2024

l crollo del regime di Damasco è cominciato 14 anni fa, con la rivoluzione repressa nel sangue e stritolata dai disegni delle potenze sul Medio Oriente e il Mediterraneo

Nel 2014, il Post – testata tutt’altro che estremista – scrive: «Lunedì 20 gennaio il Guardian e la Cnn hanno pubblicato le conclusioni di un rapporto – ottenuto in esclusiva – realizzato da un team internazionale di importanti giudici, avvocati, antropologi, esperti in immagini digitali e patologi forensi che dimostrerebbe l’esistenza di ‘prove dirette’ di ‘sistematiche torture e uccisioni’ compiute dal regime del presidente siriano Bashar al Assad durante la guerra civile in Siria. Il rapporto è basato su migliaia di fotografie di corpi di persone uccise mentre erano in custodia del governo siriano: queste prove, dice il rapporto, potrebbero essere decisive per incriminare il regime siriano in un tribunale internazionale, con le accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Le fotografie contenute nel rapporto, circa 27mila, sono state consegnate al team di esperti da un disertore dell’esercito siriano, il cui nome in codice è ‘Caesar’ (la sua identità naturalmente non è stata svelata). Secondo il rapporto, ‘Caesar’ lavorava come fotografo per la polizia militare siriana e il suo lavoro consisteva principalmente nel fare le foto ai detenuti uccisi. ‘Caesar’ ha detto di avere fotografato circa 50 corpi al giorno: le sue foto mostrano corpi con segni di denutrizione, violente contusioni, strangolamento e altre forme di tortura. Dall’analisi di 150 corpi ritratti in un insieme di fotografie, gli esperti hanno concluso che il 62 per cento dei corpi mostra segni di deperimento fisico: si tratta per la maggior parte di uomini di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Il fatto che ci fosse una persona incaricata di fotografare i corpi, hanno scritto gli autori del rapporto, fa pensare che ‘le uccisioni fossero sistematiche, ordinate e dirette dall’alto’».

Nel 2015 Garance Le Caisne, giornalista francese, scrive il libro Opération César: Au cœur de la machine de mort syrienne (Paris, Stock) dove è riuscita a superare la paura e la diffidenza di Cesar, che le fornisce un gran numero di particolari sull’intera vicenda.

Nel 2016, una piccola parte delle fotografie scattate da Cesar diviene una mostra itinerante che viene esposta, prima di tutto, al Parlamento europeo e che poi arriverà anche in Italia, al Maxxi.

Nel 2017, Amnesty accende le luci su Saydnaya, la principale prigione siriana, alle porte di Damasco, dalla quale raramente si esce. I numeri si possono leggere qui

In questi giorni del 2024 i ribelli aprono Saydnaya, ne escono migliaia di persone in condizioni disperate, fra cui bambini nati in carcere. Diventa evidente a tutti che Cesar e le denunce di Amnesty, non erano «propaganda» né «fake» come dicevano i lealisti del regime e altri negazionisti.

Era tutto vero.

Dopo qualche giorno, nella nuova Siria, inizia a emergere un numero rilevante di fosse comuni, la più grande delle quali raccoglie dai 100.000 ai 150.000 corpi (alcuni dicono di più). Una delegazione dell’Onu arriva a Saydnaya. Fra i video relativi alla visita ce n’è uno in cui una signora in lacrime urla qualcosa come: «dove stavate fino a ieri? Non siete benvenuti qui, facciamo da soli, andate via».

Ecco. Qualsiasi idea possiate avere del bene, del male, del male minore, dovete capire che tutto ciò che è successo a partire dall’8 dicembre 2024 fino al giorno prima non era possibile, era negato, cancellato. Da subito associazioni e organizzazioni siriane, che sotto il regime non avrebbero potuto operare – e che anzi venivano etichettate da alcuni come «fake» o «terroriste» – entrano, scavano e cercano di tenere lontano dagli scavi o dalle prigioni chi potrebbe inquinare le prove, in vista dei processi.

Questo è un passo avanti enorme, una cosa dalla quale non si torna indietro, un approccio alla libertà e alla democrazia quasi sconosciuto nella regione (motivo per cui sono in tanti a tremare, ai piani alti).

Parlando di cose dalle quali non si torna indietro: sono passati quasi quattordici anni dall’inizio della protesta contro il regime in Siria. Nei primi anni, fino alla caduta di Aleppo nel 2016, i siriani – in mezzo a carneficine e distruzioni – hanno esperito diverse forme di libertà, qualcosa che era stata  loro preclusa per decenni. Quelle esperienze non sono morte, ne abbiamo contezza da quando abbiamo visto le piazze siriane, di nuovo piene, esprimere gli stessi contenuti.

Questo «permanere», questo «resistere all’urto», si chiama «resilienza». In un video apparso su X una donna siriana che in lacrime ricordava i suoi compagni uccisi, alla domanda «Quand’è che avete iniziato a capire che avevate vinto?», ha risposto: «Nel 2011».

In Siria sono giornate intense, piene di emozioni, di segnali, di eventi.

Insieme alle notizie vere, parzialmente vere, falsificate o non verificate si moltiplicano le voci, le letture, le analisi.

Trovare un criterio di ordinamento diverso e dire qualcosa che possa far riflettere non è facile, ma ci si prova.

Ne ho individuato uno: mettere tutto ciò che riguarda la politica internazionale (e la sua lontana parente, la geopolitica) in un cassetto su cui c’è scritto «aspetta un attimo».

Sì, va bene, la Turchia, Israele, le potenze regionali e quelle globali, i servizi segreti, i «non state actors» sono «parte dell’equazione» ma per adesso li mettiamo tutti insieme e li etichettiamo come «lupi», cioè entità che non aspettano altro che aggredire in forme diverse – militarmente, economicamente eccetera – i protagonisti assoluti della vicenda siriana: i siriani e le siriane.

Facendo quest’opera di selezione della massa di informazioni emergono alcuni fatti fondamentali che vanno scolpiti nella pietra neuronale degli «spettatori».

I fatti sono che dall’8 dicembre 2024 i siriani e le siriane hanno iniziato a parlare liberamente di sé, degli altri, della situazione, del proprio destino, del proprio passato, esprimendo il proprio punto di vista a un grado di libertà mai sperimentato negli ultimi 54 anni. Tutti i siriani e tutte le siriane.

La rete è piena di siriani che raccontano di essersi commossi per aver potuto esprimere una cosa qualsiasi, anche la più banale, senza il timore di andare in prigione e/o essere puniti in qualche modo. Sono particolarmente emblematici, nello specifico, i racconti di chi, all’estero, dice di aver parlato con i propri cari al telefono in un modo mai sperimentato prima. Sapere che qualcuno ha provato una gioia immensa per aver ascoltato la propria nonna dire al telefono ciò che davvero le passava per la testa è qualcosa che fa riflettere (e per chi ha ancora ha un po’ di cuore fa commuovere).

La rete è piena anche di immagini di persone, centinaia di migliaia di persone, che festeggiano e continuano a farlo da giorni. Ed è chiaro che non stiano festeggiando perché una formazione politico militare che trae origine dal ramo siriano di al-Qaida ha vinto. Festeggiano perché sono libere di scendere in strada, riunirsi, esprimersi. Ci sono combattenti che prendono il gelato e si dirigono verso il mercato di Natale. Altri combattenti a cui viene fatta cancellare una scritta contro i cristiani appiccicata sul parabrezza della propria macchina (e loro la cancellano). Le città, sembra, sono smilitarizzate (ma vedi oltre).

Si registrano tensioni, ovviamente. A Damasco si riuniscono centinaia di persone per uno stato democratico e secolare. Fra i manifestanti vengono individuati diversi «lealisti», persone che «fino a ieri approvavano i barili bomba e le carneficine». Anche queste persone – ribadisco – esercitano per la prima volta dopo 54 anni le proprie opinioni liberamente. E nessuno li caccia o li aggredisce.

C’è però anche qualche bandiera verde a tre stelle, quella della nuova Siria. Si scandiscono slogan «classici» della rivoluzione, per lo più slogan patriottici contro le divisioni confessionali (ma non vi dirò quanto Israele amerebbe una «divisione della Siria», anche se lo immaginate, perché Israele sta nel cassetto fra i lupi).

Una signora in hijab – e qui indossarlo o meno conta – dice: «siamo felici di essere tutti fratelli ma siamo molto arrabbiati perché ci hanno fatto odiare l’un l’altro per 54 anni».

C’è una ragazza senza velo che dice «siamo qui per chiedere i diritti civili e individuali». Parla un (ex?) combattente. Prima lo applaudono e poi lo fischiano e urlano «almaniyye, almaniyye», ovvero «[Siria] secolare, secolare». Un esercizio del diritto di critica impensabile fino a qualche giorno fa.

Altrove, in città, gruppi di persone – alcune hanno abiti militari e un fucile, altre portano una bandiera nera con la shahada – improvvisano un piccolo corteo per urlare «islamiyye, islamiyye»: «[Siria] islamica, islamica».

Qui c’è da fare un po’ di chiarezza. I contenuti della prima manifestazione sono in linea con l’impostazione data alle prime proteste contro il regime, quelle del 2011. Molti di quei contenuti sono condivisi da persone che non hanno preso parte alle proteste e hanno preferito rimanere a casa, per paura o perché avevano più da perdere che da guadagnare. Specie a Damasco, cuore e «vetrina» del regime, dove le proteste sono state immediatamente soffocate e dove uscire di casa per protestare era sostanzialmente un suicidio.

Insomma: molte delle persone presenti alla prima manifestazione rappresentano una sparuta minoranza se consideriamo l’intera Siria ma un certo numero se consideriamo il centro di Damasco. Ora queste persone possono parlare, e parlano. Non importa se fanno tutto questo perché sono finalmente liberi, per paura di perdere ciò che hanno o per ipocrisia anche se – certo – qualcuno potrebbe urlar loro: «dove stavate fino a ieri?». Importa che si siano mescolati con persone che alla rivoluzione hanno partecipato. Persone che qualche giorno prima, insieme a migliaia di altre, hanno salutato per l’ultima volta Mazen al-Hamada, noto attivista rinchiuso due volte e torturato nel mattatoio di Saydaya e ucciso qualche giorno prima della fuga di Bashar al-Asad.

I contenuti della seconda manifestazione sono invece molto chiari: un gruppo compatto di jihadisti in armi vuole intimidire la popolazione «libera» di Damasco, lealista o meno, esibendo l’arroganza e l’aggressività tipiche di chi sa combattere e mostra gli strumenti di morte e propaganda coi quali vuole imporre la propria idea.

Entrambi gli eventi esemplificano delle criticità, che debitamente calibrate, sono presenti oggi in tutta la Siria. La prima manifestazione – al netto delle sparute provocazioni lealiste – racconta di una frattura in una parte preziosa della società siriana, una parte che ha gli strumenti critici e intellettuali per rappresentare molto bene il proprio punto di vista e vuole democrazia, pluralismo, libertà, cittadinanza (esclusi quelli che sono genuinamente ancora asadisti: quelli devono andare a processo). È una frattura provocata ad hoc dal regime fin dal 2011, quando Assad mirava a silenziare quelle voci per intestarsi il loro contenuto e cucinarlo in salsa propagandistica, ovvero per mostrarsi al mondo con una veste «laica» che nascondesse gli infami crimini che stava commettendo. È una frattura che tutti i democratici (addirittura in questo non occorre essere di sinistra) senza nascondersi quanto la sfida sia difficile, dovrebbero auspicare sia ricomposta.

Certo è difficile: un certo settore della borghesia «illuminata» di Damasco ha subito molto parzialmente i danni di questi 14 anni di sterminio e distruzione ed è comprensibile che ciò non sia gradito non solo ai jihadisti che urlano «islamiyye» per le strade del centro di Damasco ma anche a quei milioni di persone che non hanno più una casa o da mangiare – il 90% della popolazione siriana vive sotto la soglia della povertà – o che hanno visto un loro parente sparire per sempre dietro le sbarre di una prigione.

E i droni israeliani nei cieli di Damasco?

Ecco, adesso apriamo pure il cassetto intitolato «Aspetta un attimo» per scoprire che i siriani e le siriane, che hanno oggi tutti questi delicatissimi e difficilissimi problemi da risolvere, sono circondati da un branco di giganteschi lupi. E qui chiudo, perché di analisi di politica internazionale e succedanei ne trovate quante ne volete.

*Lorenzo Declich è un esperto di mondo islamico contemporaneo. Traduttore dall’Arabo di saggi e romanzi, è autore tra l’altro di Islam in 20 parole (Laterza, 2016), Giulio Regeni, le verità ignorate (Alegre, 2016) e Siria, la rivoluzione rimossa (Alegre, 2017

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