Riformare la giustizia o scardinare la democrazia?

dal blog https://volerelaluna.it/

20-01-2025 – di: Riccardo De Vito

Il 17 gennaio 2025, nel primo pomeriggio, i siti on line di quasi tutti i quotidiani e i servizi di informazione televisiva hanno preso a rilanciare un titolo identico, più o meno del seguente tenore: “Separazione delle carriere dei magistrati: primo via libera della Camera alla riforma costituzionale”. A dispetto della rappresentazione mediatica, la notizia è un’altra: la Camera dei Deputati, nell’approvare in prima lettura il disegno di legge costituzionale presentato dal Governo (A.C. 1917), ha avviato un percorso di stravolgimento dei lineamenti repubblicani del sistema giurisdizionale. La separazione della carriere costituisce soltanto il grimaldello, il cavallo di Troia di un programma di ridefinizione dei rapporti tra politica e potere giudiziario a tutto vantaggio della prima; in sostanza, di riduzione dell’indipendenza esterna e interna di tutta la magistratura, giudici compresi. La posta in gioco non è la fisionomia della giustizia penale, ma la democrazia di questo Paese.

Nel provare a dar conto del senso dell’iniziativa di legge, conviene fare memoria del monito di Franco Cordero riguardo alle esperienze normative: «Vi abbondano le illusioni e le cose visibili spesso sono una controfigura ingannevole delle effettive». È bene chiedersi, dunque, quali siano i risultati effettivi di questa riforma.

Il primo è che al posto di un solo Consiglio Superiore della Magistratura, ne avremo due: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. Nel linguaggio della biologia chiamiamo “mitosi” quel processo di divisione di una cellula in due cellule-figlie, identiche alla genitrice. Ora, questa “mitosi istituzionale” – lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura – non era necessaria per recidere il rapporto di colleganza tra giudici e pubblici ministeri. L’operazione divisoria, per come condotta, si pone semmai in linea di continuità con l’idea di svilire il peso di un organo di primario rilievo costituzionale: sotto l’abbaglio di un raddoppio, cova la realtà del dimezzamento. Il vero problema, infatti, è che i consigli immaginati nella riforma non saranno per nulla identici al loro progenitore. A mutare sarà il sistema di selezione dei componenti: i membri di nomina politica verranno estratti a sorte da un elenco che il Parlamento, in seduta comune, “compila mediante elezione”; i membri provenienti dalla magistratura saranno estratti a sorte dall’intera platea dei magistrati giudicanti (per il Csm dei giudici) e dei requirenti (per il Csm dei pubblici ministeri). Sorteggio asimmetrico, dunque, che è una formula elegante per dire che la politica continuerà a scegliere i propri rappresentanti – si sorteggia tra un ventaglio di eletti –, mentre giudici e pubblici ministeri affideranno al puro caso l’investitura dei propri componenti. Insomma, la fortuna sarà cieca sul versante della magistratura, mentre vedrà benissimo nel campo della politica. Soprattutto, sarà governata ad arte.

Le conseguenze dell’asimmetria sulla autonomia dei consigli sono evidenti: si passa dal governo autonomo della magistratura a una elevatissima probabilità di governo politico. La componente laica – eletta, forte di un mandato unitario per entrambi i consigli e favorita dalla frantumazione della componente togata – sarà in grado esercitare egemonia attorno al proprio punto di vista e potrà pilotare l’azione consiliare in ogni campo: dalla nomina dei capi degli uffici – era quello che si provava a realizzare nello scandalo dell’hotel Champagne –, alla tutela dell’indipendenza dell’istituzione giudiziaria, dai pareri sull’attività legislativa al delicato strumento dei trasferimenti d’ufficio. Il magistrato sorteggiato, per quanto eccelso, parlerà per sé, senza possibilità di dare voce ed espressione alle differenti culture e visioni che avrebbero dovuto sorreggerne l’elezione nella competizione elettorale e irrobustire la sua autonomia di fronte ai rappresentanti della politica. Nel migliore dei casi, l’apporto dei magistrati all’azione dei nuovi consigli sarà irrilevante; nel peggiore, prono e subalterno. Ulteriore campanello di allarme: il disegno di legge costituzionale non specifica maggioranze qualificate per la compilazione del famoso elenco da cui estrarre a sorte i rappresentanti della politica; ciò significa che quell’elenco potrà essere deciso dalla sola maggioranza e che dentro i consigli, a differenza di quanto accade ora, potrebbe finire una testa d’ariete del governo e del suo capo.

Secondo risultato effettivo: solo per i magistrati ordinari – non per quelli amministrativi, non per quelli contabili – verrà istituita un’Alta Corte con il compito di esercitare la giurisdizione disciplinare. Anche in questo caso, la composizione è tutta sbilanciata a favore della politica: su quindici giudici, tre verranno scelti dal Presidente dalla Repubblica e tre estratti a sorte dal famoso elenco compilato mediante elezione dal Parlamento (dunque, eletti dal Parlamento). Si rabbrividisce a pensare che, qualora alla riforma della giustizia si dovesse abbinare quella del cosiddetto premierato, Presidente della Repubblica e Parlamento potrebbero finire nelle mani del Governo attraverso il premio di maggioranza. L’Alta Corte – chiamata a giudicare su azioni disciplinari promosse anche dal Ministro della Giustizia – potrebbe essere popolata di membri scelti dall’esecutivo, con buona pace della separazione dei poteri. Veniamo agli altri nove componenti. Verranno sorteggiati tra i magistrati, ma, si badi bene, solo tra quelli che svolgono o hanno svolto funzioni di legittimità. Tradotto in linguaggio più accessibile, solo tra quelli che siedono presso la Corte di Cassazione, i magistrati alti. In un colpo solo, l’Alta Corte pone in pericolo l’indipendenza esterna e interna: la leva disciplinare potrebbe essere utilizzata per punire il magistrato scomodo alla politica e critico nei confronti degli orientamenti della Corte di Cassazione.

I tratti della riforma appena esaminati dimostrano che la separazione delle carriere è un pretesto per mettere mano a ben altro. Questo “altro” è rappresentato dall’ingabbiamento dell’indipendenza della magistratura, dal tentativo di creare un magistrato burocrate, di nuovo inserito in una gerarchia, intimorito dalla politica e dai superiori. Questo “altro” è un arsenico che avvelena per chiunque il piatto della separazione della carriere e che mette a rischio la democrazia. Bisogna dare meglio conto di questa grave affermazione.

In un quadro di normalizzazione mondiale dell’informazione e del sapere critici, siamo abituati a sentir ripetere che la democrazia consiste nel potere della maggioranza di fare e disfare il mondo a suo piacimento. Guai a intralciarla. L’essenza della democrazia, al contrario, sta proprio negli intralci: la sovranità, che appartiene al popolo, si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, recita l’art. 1 della Costituzione. Sono questi limiti a consentire a ciascuna persona, benché in minoranza – tutti noi siamo minoranza in qualche segmento dell’esperienza umana – di sentire comunque la democrazia come la propria casa. In maniera più profonda, si può dire che la democrazia si regge su una contraddizione vitale: il potere della decisione politica, da un lato, il pluralismo irriducibile delle esperienze personali, dall’altro. La colse con lucidità Pietro Barcellona, in una riflessione che non perde di attualità (ne devo la conoscenza a un brillante scritto di Paolo Martinelli): «L’unicità della decisione politica, che è il prodotto inevitabile della vocazione del sistema formale a funzionare come tecnica di risoluzione dei conflitti, non è in realtà fondabile sul principio democratico che rifiuta di per sé l’attribuzione a un potere esterno di risolvere la incoercibile pluralità dei punti di vista».

Ogni persona, a fronte alla scure della decisione politica della maggioranza, può sentirsi espropriata di un brandello di libertà e autodeterminazione, amputata di un bisogno e un’aspirazione che, per caratteristiche incoercibili, non collimano appieno con lo stampo della legge. Qualche esempio rende meglio il concetto: si può subire la decisione della politica di interrompere la trascrizione dei certificati di nascita di figli nati all’estero da coppie omogenitoriali, ma ritenere lo stesso di meritare quella trascrizione per le peculiarità del proprio caso (perché, magari, si è fatto ricorso alla procreazione medicalmente assistita e non alla maternità surrogata); si può essere o meno d’accordo con gli inasprimenti di pena che la maggioranza di turno prevede per il reato di resistenza a pubblico ufficiale e, allo stesso tempo, ritenersi non meritevoli di condanna per aver reagito a una condotta illegittima del pubblico ufficiale. Ancora: indipendentemente dall’idea di ciascuno sulla legittimità dell’ergastolo, vi potrebbe essere il caso che l’uccisione di una persona, per specifiche circostanze del fatto, non meriti il fine pena mai.

Gli esempi si possono moltiplicare e, come si vede, sono tratti tutti dalla quotidiana esperienza giudiziaria: è proprio la giurisdizione il luogo della risoluzione, caso per caso, di quella contraddizione fondamentale della democrazia tra potere di governo e bisogni concreti dei cittadini. Nell’aula giudiziaria ogni persona si aspetta che il magistrato sappia distinguere, sceverare, interrogare i fatti e interpretare le norme per adeguarle al teatro dell’esperienza umana. Sappia, anche, dissentire dalla legge difforme dalla Costituzione e aprire le porte della Corte costituzionale o delle Corti sovranazionali: basti pensare alla preziosa disciplina del fine vita per rendersi conto di quanto quel dissenso sia prezioso nelle vicende di donne e uomini. Perché il giudice e il pubblico ministero possano svolgere questo lavoro fisiologico, tuttavia, è necessario che la giurisdizione rimanga un ramo basso e indipendente della democrazia: secondo una felice espressione di Pino Borrè, un ramo rivolto all’ingiù, capace di inclinarsi verso la terra dei bisogni umani. Perché ciò accada, servono magistrati non intimoriti, forti della possibilità – una forza sempre bilanciata dal sapere – di presidiare la propria sfera di autonomia e l’indipendenza dell’azione giudiziaria. Tutto il contrario di quello che emerge dalla riforma, che con la scusa della separazione delle carriere, pretende di ingabbiare l’autonomia di pubblici ministeri e anche dei giudici, costruendo una giurisdizione plasmata dai rami alti della politica, persino da quelli governativi.

Le forme di agitazione decise da tutta la magistratura – dalle proteste durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario allo sciopero –, pertanto, non sono a favore di privilegi della corporazione, ma a difesa del diritto di ciascuna singola persona ad avere voce e diritti nella democrazia di questo Paese.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.