Dal blog krisisinfo@substack.com
Krisis.info gen 27, 2025 intervista di Giuseppe Aiello
Combattuta attraverso narrazioni, dati e social media, la guerra cognitiva è oggi una delle principali forme di conflitto. L’esperto di geopolitica Emanuel Pietrobon spiega come manipola coscienze, frammenta il tessuto sociale e mina la fiducia nelle istituzioni. Nata dagli esperimenti di condizionamento mentale del XX secolo, si è evoluta con la globalizzazione e l’avvento di Internet, diventando uno strumento per influenzare percezioni e decisioni. Attori come Stati Uniti, Russia e Cina utilizzano social media e algoritmi per destabilizzare società, radicalizzare gruppi e promuovere interessi nazionali
In breve
- Che cos’è: La guerra cognitiva si combatte attraverso narrazioni, dati e social media, manipolando percezioni e decisioni. È una forma di conflitto che frammenta il tessuto sociale e mina la fiducia nelle istituzioni e si evolve tramite la globalizzazione e Internet.
- Forze in campo: Stati Uniti, Russia, Cina e altri Paesi utilizzano social media e algoritmi per destabilizzare società, radicalizzare gruppi e promuovere interessi nazionali. La guerra cognitiva è uno strumento per influenzare masse e condizionare il pensiero collettivo.
- Dai nazisti a Internet: Le radici risalgono agli esperimenti di condizionamento mentale del XX secolo. Con l’avvento di Internet, la guerra cognitiva è diventata più pervasiva, sfruttando big data e algoritmi per manipolare individui e collettività.
- Social media come arma: Piattaforme come TikTok e Facebook sono campi di battaglia digitali, dove meme, troll e influencer veicolano narrazioni e disinformazione. L’iperconnessione rende gli utenti vulnerabili a operazioni di influenzamento continuo.
- Democrazie liberali a rischio: Le democrazie liberali sono particolarmente esposte a queste manipolazioni, che possono portare a polarizzazione, radicalizzazione e indebolimento sociale. Contrastare la guerra cognitiva richiede educazione al pensiero critico e maggiore consapevolezza digitale.

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». La celebre citazione di George Orwell racchiude l’essenza della guerra cognitiva: il controllo della mente. Oggi le guerre non si combattono solo con carri armati e missili, ma con narrazioni, immagini, dati. Più di 2.000 anni fa, Sun Tzu lo aveva già intuito: «Il supremo obiettivo della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
Mai come oggi questo principio è attuale. La guerra cognitiva non distrugge città, ma coscienze. Manipola, divide, disorienta. Agisce sulla percezione, frammenta il tessuto sociale, mina la fiducia nelle istituzioni e induce le società a conformarsi a un’agenda imposta dall’esterno. L’iperconnessione e la rivoluzione digitale l’hanno resa un’arma pervasiva, in continua evoluzione. Le informazioni sono proiettili. I social media, campi di battaglia. Gli utenti, soldati inconsapevoli.
Ma quando nasce il concetto di guerra cognitiva? Quali eventi ne hanno segnato l’evoluzione? E in cosa si distingue dalle operazioni psicologiche e dagli attacchi informativi? Ne parliamo con Emanuel Pietrobon, analista geopolitico e tra i massimi esperti italiani del tema, che collabora con Limes, InsideOver e il Centro Studi Machiavelli. Nel 2023 ha presentato un dossier alla Camera dei Deputati insieme al Capo di Stato Maggiore generale Carmine Masiello, analizzando le nuove strategie cognitive nei conflitti moderni. Obiettivo: far luce su una guerra invisibile, ma capace di condizionare il nostro modo di pensare, decidere e interpretare la realtà.
Quando è nato il concetto di guerra cognitiva?
«I primi riferimenti al concetto di guerra cognitiva si trovano in alcuni lavori delle scuole francese e statunitense di guerra psicologica degli anni Novanta. Si trattava di pubblicazioni e riflessioni germinali, disarticolate, che non davano una definizione vera e propria di guerra cognitiva, ma che erano accomunate da una consapevolezza: la trasformazione del mondo in un villaggio globale interconnesso 24/7 grazie alla televisione e alla rivoluzione di Internet avrebbe influenzato profondamente il modo di fare la guerra ibrida, in particolare le operazioni psicologiche e cibernetiche, rendendone meno costose e al contempo più efficaci e pervasive. Il concetto viene reso popolare nel 2017 da un generale dell’aeronautica degli Stati Uniti, David Goldfein, e tre anni dopo entra a far parte ufficialmente del vocabolario dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia, le guerre cognitive, intese come operazioni psicologiche ad altissima potenza, di durata indefinita e dall’impatto multidimensionale, nascono (molti) decenni prima della loro codifica ufficiale».
Quali sono stati i principali eventi storici che ne hanno segnato l’evoluzione?
«Le radici delle guerre cognitive affondano negli esperimenti sul condizionamento comportamentale e mentale degli individui e dei gruppi inizialmente effettuati dai nazisti sotto l’egida dello psichiatra Kurt Plötner e successivamente ripresi nel secondo dopoguerra da statunitensi e sovietici – con l’aiuto, peraltro, di coloro che furono salvati da Norimberga».
In che modo la guerra cognitiva si differenzia da altre forme di guerra ibrida, come le operazioni psicologiche e gli attacchi informativi?
«La guerra cognitiva è una forma di guerra mente-centrica e ricade nella stessa categoria delle operazioni psicologiche e degli attacchi informativi. Queste tre forme di conflittualità sono accomunate da un obiettivo, la mente umana, e condividono il campo di battaglia, l’infosfera, mostrando differenze in termini di arsenale, aspirazioni e impatto. Vediamole in concreto. Un attacco informativo ha una durata effimera e un raggio d’azione limitato: per esempio, può essere la trasmissione di bufale a un’unità militare che sta combattendo e va indotta ad arrendersi. Una psyop ha invece una durata di poco più lunga e un raggio d’azione circoscritto: per esempio, può essere una campagna di terrorismo psicologico nata e morta durante un’elezione da influenzare. Un’operazione cognitiva può avere scopi, orizzonti e durata indefiniti: per esempio, può essere una guerra su più fronti, ognuno dotato di propria scaletta temporale, mescolante sabotaggi cibernetici e utilizzo dei social per radicalizzare alcune categorie sociali e instupidirne altre».

Chi sono i principali attori delle operazioni cognitive?
«Le guerre cognitive sono una specialità di pochi Paesi. Principalmente Russia, Cina, Stati Uniti, Turchia e Qatar. Tutti gli antagonisti intravvedono nella guerra cognitiva un mezzo per un fine: il perseguimento dell’interesse nazionale».
Le guerre cognitive sono davvero una novità?
«È bene sottolineare che le guerre cognitive non hanno inventato nulla: propaganda, persuasione, inganno e indottrinamento esistono da sempre. La loro maggiore efficacia in termini di manipolazione individuale e massiccia prolungata e multiforme – rispetto alle operazioni informative e psicologiche – è principalmente data da due elementi: globalizzazione e Internet. In breve: se un tempo era difficile anche solo estendere una campagna di psico-terrorismo a livello nazionale, perché a disposizione si avevano un pugno di giornali e di preti, oggi il contesto operativo è completamente differente, essendo il mondo divenuto un villaggio globale dove è possibile che le notizie – e, dunque, anche le bufale – diventino internazionali in un minuto, dove le masse tendono all’omologazione e dove la liquidità dei confini, annichiliti dai social media globali, consente di infiltrare una società distante comodamente da casa».
Quali mezzi sono impiegati per disinformare e manipolare i modelli di comportamento delle collettività?
«Quasi tutti hanno uno smartphone, che a malapena riescono a tenere in tasca, a schermo bloccato, per più di 10 minuti, ed è probabilmente questo uno dei segreti del successo delle guerre cognitive: l’essere umano non è mai stato così dipendente da un oggetto, che lo rende esposto in ogni momento a sottili operazioni di influenzamento, che con ogni mi piace, commento e ricerca lascia una traccia dei suoi movimenti e delle sue idee in rete – i big data. Attraverso i dati raccolti e per mezzo di fabbriche di troll avviene la manipolazione algoritmica. Più una persona è dipendente da uno smartphone, più diventa dumb, ossiasciocca e senza parola. Uno degli obiettivi di un’operazione cognitiva è sfruttare quella dipendenza e i suoi effetti su psiche e intelletto per scopi di destabilizzazione, poiché più un individuo ha i sensi annebbiati, più è manipolabile».
Le piattaforme social sono strategiche nelle guerre cognitive?
«I social sono le nuove piazze, gli influencer sono i nuovi preti. Partendo da questo presupposto, e ricordando quanto detto in precedenza – e, cioè, che ogni nostra azione in rete lascia una traccia che parla di noi –, ne consegue che i social sono il principale campo di battaglia delle guerre cognitive. Le utenze raramente si accorgono di essere davanti a un’operazione cognitiva, che, lungi dall’essere un qualcosa di astratto e complesso, è banalmente semplice: meme a sfondo politico, eserciti di troll che inquinano il dibattito pubblico su uno o più temi e che radicalizzano segmenti di popolazione, influencer che spingono o respingono mode e idee, giornali, blog e canali che pubblicano pseudo-inchieste, veicolano narrazioni più che informazioni, diffondono bufale».
Perché proprio i social media?
«Nei social media, l’esposizione alle operazioni cognitive è inevitabile: ogni giorno vi imbattiamo senza rendercene conto. I social media rappresentano un’agorà virtuale di cui è difficile fare a meno, per motivi sia personali sia professionali. Inoltre, un elemento distintivo dei social è l’istantaneità: mentre un giornale inizia a invecchiare nel momento stesso in cui viene stampato, i social si aggiornano in tempo reale. Dunque, siamo presenti sui social perché ci permettono di essere costantemente informati. Anche se, spesso ignoriamo l’esistenza di un universo di attori invisibili che operano con obiettivi opposti: disinformare e destabilizzare».

Come si collocano le operazioni cognitive nel contesto dei conflitti contemporanei, come la guerra in Ucraina e lo scontro Israele-Hezbollah-Hamas?
«Le guerre cognitive, essendo delle psyop alla massima potenza, possono essere di grande aiuto a un Paese che si trova impegnato in un’operazione militare convenzionale. Russia e Ucraina hanno entrambe fatto ricorso a TikTok, che possiede un algoritmo favorevole alla viralizzazione dei contenuti, per veicolare la loro narrazione nel mondo e per inoculare patriottismo in patria. L’Asse della resistenza ha potuto contare sull’impero mediatico di Al Jazeera, che ha contribuito in maniera determinante all’internazionalizzazione della narrazione filopalestinese e a fare luce su alcuni crimini di guerra israeliani».
Quali sono gli obiettivi principali di un’operazione cognitiva in tempo di guerra?
«Un’operazione cognitiva in tempo di guerra può aiutare coloro che se ne servono in vari modi: iniettare morale in una popolazione può aumentare le probabilità di una resistenza all’invasione, veicolare una narrazione all’estero in maniera accattivante e pianificata può incrementare le chance di creare immedesimazione con un’opinione pubblica, che a sua volta potrebbe fare pressioni sulla propria classe politica per chiedere di adottare una determinata linea».
Qual è il ruolo dei social media americani nella diffusione di modelli culturali globali?
«Gli Stati Uniti hanno costruito un impero di proiezione di soft power, cioè di potere morbido, senza eguali al mondo, che l’avvento dell’Internet e dei social media hanno potenziato. Il confine tra potere morbido e indottrinamento o manipolazione è molto labile: a volte è difficile distinguere un’operazione di promozione culturale da una di riprogrammazione mentale. Pensiamo alla produzione cinetelevisiva turca, che nei Paesi dell’antico spazio imperiale di Ankara ha galvanizzato un fenomeno popolare di nostalgia ribattezzato «ottomania» al quale la classe politica ha attinto per ottenere benefici politici. Ankara ha chiaramente preso appunti da Washington, che, per mezzo di Hollywood, ha costruito l’Occidente e internazionalizzato l’American dream e l’American way of life. I social media sono Hollywood sotto steroidi: promozione culturale, propaganda, inculturazione e indottrinamento senza pause. Chiaramente, trattandosi di spazi aperti e senza confini, pensati per far coincidere globalizzazione e americanizzazione, i social statunitensi sono vulnerabili alle operazioni di condizionamento di chiunque».
Quale può essere l’apice di pericolosità di un’operazione cognitiva?
«Dipende dall’obiettivo che ha in mente il regista: rivoluzione, insurrezione, cambio di partito mediante elezione, inebetimento collettivo, radicalizzazione selettiva. Un’operazione cognitiva può assumere molte forme e avere altrettanti obiettivi, massivi e individuali, ed è bene diffidare da chi la inserisce in ogni discorso. Se tutto è guerra cognitiva, niente è guerra cognitiva. Un’operazione cognitiva può avere apici di pericolosità coincidenti con un suicidio, con un omicidio, con una strage, con un golpe, con un processo di liquefazione sociale».
Quando tali operazioni sono maggiormente efficaci?
«I casi elencati presentano una costante, che è essenziale tenere a mente: le operazioni cognitive attecchiscono meglio laddove esistano sacche di malcontento. Le analisi dei sentimenti effettuate a nostra insaputa, quotidianamente, da apposite agenzie di ricerca del web servono a intercettare quelle sacche. La raccolta e la decodificazione dei big dataservono a capire come allargarle, fino allo scoppio».
Gli adolescenti sono vulnerabili?
«Domanda molto interessante. Adolescenti e preadolescenti sono i più vulnerabili alle operazioni di influenzamento perché la loro visione di sé stessi e del mondo è in fase di costruzione, sono immersi in ambienti pieni di stimoli e sono alla ricerca continua di gratificazione».

Quali sono le conseguenze psicologiche e sociali dell’esposizione costante a contenuti manipolatori?
«Di nuovo, le conseguenze di un’operazione cognitiva variano a seconda dell’obiettivo del regista: una persona particolarmente sensibile che trova conforto nel doomscrolling può arrivare al suicidio, una persona già di per sé apatica e misantropa può essere indotta a compiere una strage, una massa di giovani arrabbiati per le condizioni socioeconomiche del paese può essere persuasa a trasferire quell’ira dalla rete alle strade. La guerra cognitiva difficilmente crea qualcosa; più frequentemente attinge al preesistente, che modella e deforma».
Perché le democrazie liberali risultano fragili?
«Le liberaldemocrazie sono società aperte, pluralistiche e di diritto, pertanto infiltrabili. La loro più grande forza è anche la loro maggiore debolezza. Le loro piazze sono aperte al dibattito e al confronto, anche tra le idee più antidemocratiche, nella stessa misura in cui i loro spazi virtuali di rado prevedono la censura e forme di controllo rigido dell’informazione. Lo stesso discorso è valido per le libertà di riunione e associazione: ampie e garantite, dunque esposte all’entrismo».
Cosa avviene in altri contesti?
«Viceversa, regimi autoritari e dittatoriali, chiusi per definizione, offrono sia ai loro cittadini sia ai loro nemici dei margini di manovra ristretti in materia di libertà di pensiero e di movimento – nella realtà e in rete – che sono difficili da superare. Paesi come Corea del Nord e Cina hanno spazi virtuali schermati, disconnessi dall’Internet mondiale, e la Russia sta sperimentando un sistema, il cosiddetto Internet sovrano, che va nella stessa direzione».
Il fact checking da solo è sufficiente per contrastare la disinformazione o rischia di polarizzare ulteriormente il dibattito, considerando casi recenti come la decisione di Meta di sospendere temporaneamente le attività di verifica dei contenuti?
«La verifica dei fatti non è sufficiente perché non garantisce una risposta adeguata al dilemma del controllo dei controllori. Anche nelle democrazie, lo abbiamo visto dalla pandemia del COVID19 in poi, la legittima lotta alle bufale può essere utilizzata come un pretesto per avallare censure di stato e trasformare narrazioni in dogmi grazie alla divinizzazione dei fact checker. La decisione di Mark Zuckerberg è un mea culpa tardivo e, a mio parere, ingannevole: Facebook ha storicamente servito gli interessi del partito alla guida della Casa Bianca e, cogliendo il cambio di vento, dopo anni di proficua collaborazione coi Dem, culminata nella “depiattaformizzazione” di Donald Trump e compagnia conservatrice dopo gli incidenti del Campidoglio, sta ora correndo ai ripari da possibili ritorsioni con un rebranding. È mia genuina convinzione che la fine dell’esperimento fact checking sulle piattaforme dell’impero Meta non sancirà il ritorno della libertà di espressione, ma un passaggio da una post-verità a un’altra».
Perché è fondamentale sviluppare strategie educative per il pensiero critico nelle giovani generazioni?
«L’autonomia del pensiero e la sovranità cognitiva partono da casa, ma fanno una fermata significativa e duratura nelle scuole di formazione elementare, media e superiore. Una casa disinteressata e una scuola disattenta producono un individuo intellettualmente e cognitivamente svantaggiato, poco propenso alla riflessione, carente di spirito critico e limitato nella lettura e nella comprensione dei fatti che lo circondano. Una società popolata da un numero elevato di analfabeti funzionali, cioè di persone che leggono senza capire, è una preda perfetta che ha poche chance di avere la meglio tanto su un tiranno di casa quanto su un nemico giunto da fuori. Abbiamo bisogno di scuole meno mnemoniche e più dialogiche e di curricoli che valorizzino lo sviluppo dello spirito critico negli studenti, per esempio recuperando la filosofia, favorendo momenti di dibattito e organizzando competizioni umanistiche, oltre che scientifiche. Inoltre, penso che non sarebbe una cattiva idea se agli studenti delle superiori iniziassimo a dare basi di geopolitica, politica internazionale e storia della propaganda. Non dobbiamo avere paura di dire ai giovani, che sono il futuro, che l’ignorante è condannato a un destino che altri hanno scelto per lui. La guerra alle guerre cognitive parte dalla guerra all’ignoranza».
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Bibliografia utile
Pietrobon, Emanuel. Guerra cognitiva: la nuova minaccia ibrida. Machiavelli Dossier n. 42. Firenze: Centro Studi Politici e Strategici Machiavelli, luglio 2023. (PDF)
Pietrobon, Emanuel, e Salvatore Santangelo. L’arte della guerra ibrida: teoria e prassi della destabilizzazione. Roma: Castelvecchi, 2022.
Ministero della Difesa – Stato Maggiore della Difesa. Cognitive Warfare: La competizione nella dimensione cognitiva. Roma: Ministero della Difesa, 2023. (PDF)
Autore
Giuseppe Aiello Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi su Storia del giornalismo: Educare e informare. L’Illustrazione Popolare (1869), specializzando in Storia contemporanea presso lo stesso ateneo. Ha frequentato il laboratorio Giornalismo e Storia della professoressa Elisabetta Burba. Fondatore di Caput Novi, blog di divulgazione storica, è stato attivo in ambito culturale, collaborando nel direttivo di una biblioteca pubblica e promuovendo attività educative. Visualizza tutti gli articoli
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