Semiconduttori e memoria storica: come il massacro di Nanchino influenza Cina e Giappone

Dal blog https://krisis.info/

di Maria Pappini 3 Febbraio 2025

Il passato grava sulle relazioni fra Tokyo e Pechino, incidendo anche sulla competizione tecnologica.

Statua di fronte al Memoriale del massacro di Nanchino. Foto di tonbabydc. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.

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Tra il desiderio di dimenticare di Tokyo e la narrazione propagandistica di Pechino, il massacro di Nanchino resta un elemento chiave nelle relazioni tra Giappone e Cina. A quasi 90 anni di distanza, la disputa storica non si limita alle commemorazioni. Influisce anche sulle tensioni attuali, come la guerra dei semiconduttori, settore strategico in cui Cina e Giappone si scontrano in una competizione globale. Negli ultimi mesi, Tokyo ha rafforzato i controlli sull’export di tecnologie avanzate per la produzione di chip, allineandosi alle restrizioni imposte dagli Stati Uniti. A parere di Pechino, queste misure sono un tentativo di limitare il suo sviluppo tecnologico e la sua ascesa geopolitica, come coda lunga del Secolo dell’umiliazione. Il Massacro di Nanchino, dunque, non è solo una tragedia del passato. Ma un elemento vivo che continua a condizionare i rapporti tra Pechino e Tokyo.

In breve

  • 300.000 vittime L’esercito imperiale giapponese perpetrò a Nanchino (1937-1938) un’orribile strage, con circa 300.000 vittime in sei settimane tra esecuzioni di massa, stupri e torture sistematiche.
  • Memoria storica Il Partito comunista cinese ha fatto del Massacro un pilastro della memoria collettiva, costruendo un memoriale e istituendo commemorazioni annuali che rafforzano il suo ruolo di difensore della nazione.
  • Negazionisti giapponesi Molti politici e gruppi nazionalisti in Giappone continuano a negare o minimizzare la portata del Massacro, mentre le scuse ufficiali di Tokyo vengono considerate inadeguate dalla Cina.
  • Strumento diplomatico Pechino utilizza strategicamente la memoria del Massacro nelle relazioni internazionali, promuovendone la conoscenza globale attraverso iniziative culturali e usando l’evento come leva diplomatica verso il Giappone.
  • Semiconduttori La mancata riconciliazione sulla memoria del Massacro continua a condizionare pesantemente i rapporti sino-giapponesi, influenzando anche le dinamiche economiche e geopolitiche, come la battaglia sui semiconduttori.
Cadaveri di civili cinesi accatastati lungo il fiume Qinhuai, uccisi durante il massacro di Nanchino nel 1937. Foto Public Domain.
Cadaveri di civili cinesi accatastati lungo il fiume Qinhuai, uccisi durante il massacro di Nanchino nel 1937. Foto Public Domain.

«Sette membri della mia famiglia furono uccisi. Due soldati giapponesi mi colpirono con la baionetta, ma sopravvissi. Ricordo ancora il sangue che mi copriva e il freddo del pavimento su cui mi ero nascosta fingendomi morta». Le parole di Xia Shuquin, una superstite del massacro di Nanchino, fanno raggelare il sangue. La sua testimonianza, raccolta nel libro della giornalista Iris Chang, non è solo un ricordo straziante. È un monito che continua a riecheggiare nelle relazioni fra Pechino e Tokyo. 

L’influenza del Secolo dell’umiliazione fra Cina e Giappone va oltre le commemorazioni ufficiali. A quasi 90 anni di distanza, nelle dinamiche fra i due Paesi aleggia un passato che non passa. Mentre per Pechino il Massacro di Nanchino è un simbolo delle sofferenze inflitte alla popolazione cinese, a Tokyo gruppi nazionalisti minimizzano (o addirittura negano) le atrocità commesse dall’Esercito imperiale giapponese.  Non solo. La memoria del passato si intreccia anche con le tensioni politiche tra i due Paesi e salta fuori anche in settori strategici come quello tecnologico. Emblematico il caso dei semiconduttori, un comparto cruciale per l’economia e la competizione globale del ventunesimo secolo.

Negli ultimi mesi, Tokyo ha rafforzato i controlli sul suo export di tecnologie avanzate per la produzione di chip, allineandosi alle restrizioni imposte da Washington nei confronti della Cina. Pechino ha visto queste misure restrittive come parte di una strategia più ampia per ostacolare la produzione cinese di semiconduttori, al fine di contenere il suo sviluppo tecnologico e limitare la sua ascensa sullo scacchiere globale. La battaglia sui semiconduttori è dunque solo l’ultima tappa di una storia complessa, in cui la tragedia di Nanchino continua a plasmare il presente (e il futuro) delle relazioni fra Cina e Giappone. 

Tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, nella città che allora era la capitale della Repubblica di Cina l’esercito imperiale giapponese perpetuò violenze di massa, stupri, torture e uccisioni di crudeltà inimmaginabile. In circa sei settimane, le truppe giapponesi uccisero circa 300.000 persone. Lo Stupro fu solo l’azimut della violenza e del trauma rappresentato dal Secolo dell’Umiliazione. E non è neanche solo una ferita del passato. È uno snodo cruciale che continua a plasmare le relazioni politiche attuali tra Pechino e Tokyo, mostrando come il passato influenzi ancora oggi le dinamiche geopolitiche in Asia.

Narrazione ufficiale cinese

Dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, il governo cinese ha posto il Massacro di Nanchino al centro della ricostruzione della memoria storica nazionale. Nel 1985 è stato inaugurato il Memoriale dedicato alle vittime del Massacro e Pechino ha reso questo evento il simbolo della brutale dominazione dell’imperialismo giapponese e delle sofferenze inflitte al popolo.

Da circa 10 anni, il 13 dicembre il governo celebra la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Massacro. Le autorità cinesi organizzano cerimonie commemorative e discorsi ufficiali che sottolineano l’importanza di ricordare un evento che rappresenta il culmine del Secolo dell’Umiliazione, i 110 anni fra il 1839 e il 1949 durante i quali la Cina subì sconfitte militari, invasioni straniere e trattati ineguali che ne minarono la sovranità e l’orgoglio nazionale. La retorica ufficiale sottolinea incessantemente il sacrificio del popolo di Nanchino e la necessità di ottenere giustizia. Spesso le autorità cinesi evidenziano come, da parte del Giappone, non ci sia sufficiente ammissione di responsabilità.

La drammaticità conferita alla commemorazione ha anche lo scopo di legittimare il Partito Comunista che assume il ruolo di «protettore» della nazione contro le umiliazioni che per più di un secolo le potenze straniere hanno inflitto al Paese. Il racconto dello Stupro di Nanchino, però, non è basato solo sull’orrore inflitto alle vittime, quanto piuttosto sulle capacità di resilienza del popolo cinese, nell’ottica di rivendicare l’orgoglio nazionale.

Memoriale dello Stupro di Nanchino, costruito nel 1985. La statua raffigura il dolore degli orfani. Foto di Gary Todd. Licenza CC CC0 1.0 Universal.
Memoriale dello Stupro di Nanchino, costruito nel 1985. La statua raffigura il dolore degli orfani. Foto di Gary Todd. Licenza CC CC0 1.0 Universal.

Delusione delle vittime 

Da oltre 30 anni, il Partito comunista promuove iniziative per diffondere quanto più possibile il ricordo delle vittime, tramite racconti orali e pubblicazioni. Il governo cinese si è fatto promotore di commemorazioni ed eventi ufficiali, come la Giornata in memoria delle vittime, per fare in modo che il racconto degli orrori di Nanchino venga trasmesso alle generazioni più giovani.

Il sostegno materiale offerto dal governo alle vittime, però, non sempre è stato all’altezza delle loro necessità. Alcuni sopravvissuti lamentano problemi economici e la mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata, nonostante il ruolo pubblico che ricoprono e nonostante le continue denunce da parte di attivisti e di associazioni non governative.

Negazionismo giapponese

Dal punto di vista delle relazioni tra Cina e Giappone, il Massacro di Nanchino rappresenta ancora oggi un problema aperto tra i due Paesi. Nel 1993 e nel 1995 il governo di Tokyo ha rilasciato due importanti dichiarazioni, il Kono Statement e il  Murayama Statement. Pechino però continua a percepirli come del tutto insufficienti. Diversi politici giapponesi rifiutano ancora l’ammissione diretta di responsabilità, fino ad arrivare a casi di vero e proprio revisionismo storico.

In Giappone, poi diversi gruppi nazionalisti continuano a negare o a minimizzare l’entità dell’evento, sostenendo che il numero delle vittime sia stato aumentato dalle autorità cinesi o che gli episodi di violenza siano stati semplicemente l’effetto del caos generato della guerra. Molti primi ministri giapponesi, tra cui il defunto Shinzo Abe, hanno anche visitato il santuario di Yasukuni, dove sono sepolti diversi criminali di guerra. Queste iniziative non sono solo interpretate da Pechino come una provocazione, ma come una vera e propria mistificazione della storia.

Matsui Iwane, comandante delle truppe giapponesi a Nanchino, durante il processo di Tokyo seguito alla Seconda guerra mondiale aveva dichiarato: «Non ho mai ordinato né saputo di alcun massacro a Nanchino». E nel 1990 Ishihara Shintarō, ex governatore di Tokyo, aveva affermato: «Il cosiddetto Massacro di Nanchino è un’invenzione. È una bugia». 

Strumento diplomatico

Per la Cina, il Massacro di Nanchino è anche una leva diplomatica. Il governo cinese continua a chiedere al Giappone un riconoscimento più esplicito dei crimini. Le tensioni però non si limitano alla memoria storica, ma si estendono a questioni contemporanee come le controversie territoriali – ad esempio, quelle sulle isole Senkaku/Diaoyu – e la competizione geopolitica nel Pacifico.

La Cina sottolinea la necessità di ricordare il Massacro di Nanchino anche nei forum internazionali descrivendolo come esempio dei crimini perpetuati dall’imperialismo giapponese, portando avanti però al contempo una narrativa di pace e cooperazione tra i due paesi. L’utilizzo strumentale di questo evento come arma diplomatica rischia di irrigidire ulteriormente i rapporti tra Pechino e Tokyo.

Il generale dell’Esercito imperiale giapponese Iwane Matsui (in primo piano) e il principe Asaka (dietro di lui) passano in rassegna le truppe durante la cerimonia d'ingresso a Nanchino il 17 dicembre 1937. Foto Public Domain.
Il generale dell’Esercito imperiale giapponese Iwane Matsui (in primo piano) e il principe Asaka (dietro di lui) passano in rassegna le truppe durante la cerimonia d’ingresso a Nanchino il 17 dicembre 1937. Foto Public Domain.

Film e documentari

Anche la cultura popolare ha iniziato a occuparsi dello Stupro di Nanchino. Film, documentari e romanzi, spesso finanziati direttamente dal governo cinese, contribuiscono a mantenere vivo il ricordo dell’evento tra la popolazione. Un esempio significativo è il film «City of Life and Death», che ha attirato anche l’attenzione internazionale. 

Questi prodotti culturali, da una parte, rafforzano l’identità collettiva cinese come una nazione unita contro le ingiustizie del Secolo dell’Umiliazione, dall’altra, però continuano a promuovere una visione critica del Giappone. Contribuiscono poi a influenzare l’opinione pubblica, in particolare le giovani generazioni che non hanno vissuto direttamente gli eventi narrati.

Tra ricordo e pacificazione

Nonostante il Massacro di Nanchino sia assolutamente centrale nella memoria collettiva cinese, la sua percezione a livello internazionale, in particolare in Occidente, è meno radicata rispetto ad altri crimini di guerra del ventesimo secolo. Negli ultimi anni, la Cina ha investito risorse importanti per promuovere una maggiore conoscenza globale dell’evento. Le iniziative in questo senso sono numerose, come la traduzione e la diffusione di documenti storici, collaborazioni accademiche e campagne di sensibilizzazione anche con il patrocinio delle Nazioni Unite.

Proprio durante queste iniziative, il Massacro di Nanchino viene dipinto non solo come una questione di memoria nazionale, o come una necessità volta a rispettare il dolore delle vittime, ma anche e soprattutto come un passo fondamentale verso la pace e la giustizia. Questa posizione fa da corollario alle ambizioni di Pechino di ottenere un ruolo di leadership morale e politica a livello internazionale.

Statua di fronte al Memoriale del massacro di Nanchino. Foto di Slices of Light. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.
Statua di fronte al Memoriale del massacro di Nanchino. Foto di Slices of Light. Licenza CC BY-NC-ND 2.0.

Tentativi di normalizzazione

Lo Stupro di Nanchino, quindi, rimane ancora oggi un trauma irrisolto nella memoria del popolo cinese che influenza in modo significativo le relazioni tra Pechino e Tokyo e la narrazione storica ufficiale della Cina. Il governo cinese legge quest’evento come un esempio tangibile della resilienza del popolo e un monito contro le aggressioni straniere, rafforzando sia il patriottismo popolare sia la propria posizione internazionale. L’insistenza sulla memoria dello Stupro di Nanchino inteso come strumento politico rischia però di irrigidire i rapporti con il Giappone, andando ad ostacolare la riconciliazione tra i due Paesi.

Quanto accaduto a Nanchino nell’inverno tra il 1937 e il 1938 non è solo una tragedia passata, ma un dramma ancora vivo che influenza l’identità nazionale, le scelte politiche e le relazioni dei due Paesi coinvolti. Affrontare crimine senza pregiudizi e in modo storicamente appropriato potrebbe rappresentare un passo importante verso la normalizzazione dei rapporti tra Tokyo e Pechino. Altrimenti il Massacro di Nanchino rimarrà non solo una ferita aperta, ma un ostacolo alla pace e alla cooperazione fra le due grandi potenze asiatiche.

Bibliografia

Chang, Iris. The Rape of Nanking: The Forgotten Holocaust of World War II. Basic Books, 1997.

Wakabayashi, Bob Tadashi. The Nanking Atrocity, 1937-38: Complicating the Picture. Berghahn Books, 2007.

Yoshida, Takashi. The Making of the “Rape of Nanking”: History and Memory in Japan, China, and the United States. Oxford University Press, 2006.

Memorial Hall of the Victims in Nanjing Massacre by Japanese Invaders. Memorial Hall Publications. Nanjing, Cina.

Zheng Wang, Never Forget National Humiliation: Historical Memory in Chinese Politics and Foreign Relations, Columbia University Press, 2012.

Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale

Autore

  • Maria PappiniMaria Pappini Nata nel 1987, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales in Lyon. Dopo più di dieci anni come account manager in diversi settori e attivista politica, nel 2023 decide di riprendere gli studi presso l’Università Statale di Milano frequentando il corso di Scienze Storiche. La sua attività di ricerca è concentrata sulla storia dei partiti politici e sulla storia delle relazioni internazionali. Visualizza tutti gli articoli

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