Automazione del linguaggio e sado-liberismo

Da una email di francoberardi@substack.com

franco berardi
feb 3

ISTUBALZ, 2022

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Sado-liberismo del cripto-codice

Curtis Yarvin noto anche come Mencius Moldbug è uno di quegli intellettuali che fin dall’inizio del secolo parlano di Illuminismo Oscuro (Dark Enlightenment). Le loro tesi che sono oggi tradotte in programma di governo, si possono riassumere così: la democrazia è un esperimento fallito, l’egualitarismo è repressione della dinamica innovativa della società. Una forma di monarchia tecnocratica è auspicabile, e per realizzarla occorre smantellare le strutture dello stato per sostituirle con l’inserimento di congegni di potere tecno-finanziario.

Nel 2008 Yarvin pubblicò a puntate nel suo blog un testo dal titolo Patchwork, in cui si propongono le linee generali di una filosofia ultra-reazionaria esplicitamente genocidaria che anticipa le politiche dell’attuale amministrazione Trump. Il linguaggio è provocatorio, apertamente razzista, il tono sarcastico e sprezzante.

Ma non mi interessa discutere quanto stronzo sia questo individuo. Mi interessa capire quanto le sue tesi vadano al cuore della mutazione contemporanea. Mi interessa capire si siano formate le premesse concettuali del tecno-nazismo che sta impadronendosi del potere in tutto l’occidente.

Yarvin scrive che il patchwork è “completa sostituzione dello stato con un sistema operativo…” che agisce in un gran numero di territori post-statuali politicamente indipendenti ma tecnicamente regolati dal medesimo algoritmo.

Si tratta di sostituire la legge con il codice, e di rendere la proprietà accessibile attraverso la criptazione dei codici di cui gli azionisti dispongono.

Il potere del regno è nelle mani degli azionisti che usano un algoritmo crittografico per mantenere controllo dei loro averi. Il principio che regola queste unità politiche post-statuali che sono i “patch” di cui parla Mencius è quello della joint-stock company. In luogo dei cittadini dello stato democratico o dei sudditi della monarchia, gli abitanti del patch sono azionisti il cui potere è proporzionale al numero e valore delle azioni che posseggono, e cui possono accedere grazie a chiavi criptate.

Per questi azionisti i limiti della legge non valgono. Dice Yarvin:

“Imporre la legge non significa essere limitati dalla legge.”

E’ questo il senso della libertà che sta al cuore al sadismo-liberale del patchwork.

Naturalmente qui si presenta subito un problemino: non tutti gli umani che abitano il pianeta sono possessori di azioni criptate. Il nostro illuminista oscuro si chiede dunque chi sia autorizzato a vivere e chi no.

La risposta è semplice: chiunque non sia pericoloso per gli altri e possa permettersi di vivere in un certo territorio ha il diritto di vivere. Molti, però non soddisfano la seconda esigenza, cioè non hanno i mezzi per sopravvivere in quel territorio. Cosa faremo con questi indesiderabili?

La risposta è secca: “prima di tutto vendiamo le baracche in cui vivono, mettiamo tutto all’asta e su di loro spruzziamo veleno per scarafaggi, poi si ripianano i detriti con un bulldozer o due, e possibilmente con un po’ di bombardamenti aerei. Al loro posto si tirano su distretti residenziali per oligarchi russi.”

(https://keithanyan.github.io/Patchwork.epub/Patchwork.pdf)

Naturalmente il giovanotto subito aggiunge che sta scherzando, bontà sua. Eppure è esattamente quello che stanno facendo gli illuministi oscuri israeliani, e che Trump ha proposto come piano per il futuro di Gaza.

Per gli individui senza proprietà né potere, che possiamo considerare come soggetti sotto tutela, (Untermenschen) la migliore alternativa al genocidio è la virtualizzazione – secondo l’ottimo Yarvin.

“Un individuo in confinamento solitario permanente, incapsulato come una larva di ape in una cellula sigillata diventerebbe pazzo, ma la cella contiene una realtà virtuale immersiva che gli permette di vivere una vita gratificante e ricca in un mondo completamente immaginario…. I mondi virtuali di oggi sono già abbastanza eccitanti da distrarre molte persone dalla loro vita reale. Diverranno migliori. In questo scenario non escludiamo un impiego produttivo per esempio, questi individui sotto tutela possono lavorare in telepresenza. Come membri della società, però, potrebbero anche non esistere. Poiché le loro celle sono sigillate e non hanno bisogno di guardie, la virtualizzazione sarà molto più economica che l’attuale detenzione.”

A prima vista si può considerare questo progetto il prodotto di uno squilibrato affetto da psicosi sadica. Ma a pensarci meglio è la descrizione della società neoliberale perfettamente concentrazionaria che si sta implementando nella fase attuale. Il trumpismo non fa che togliere il velo a questa realtà che si va pienamente dispiegando.

ISTUBALZ 2014

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Infrastrutture Extrastatuali

Il principio è quello della competitività. Vince chi è più competitivo, e questo ce lo dicono da almeno quarant’anni. Adesso i predatori bianchi sembrano avere vinto tutto, ma questa è un’impressione superficiale. Infatti il capitalismo deregolato ha distrutto il pianeta e il cervello umano, e adesso il peso della devastazione rende ingestibile il predominio della civiltà bianca, per cui occorre ricorrere alle maniere forti.

Una parte del genere umano deve prendere risolutamente le redini della soluzione finale: chiusura del mondo bianco su se stesso, inaccessibilità della Fortezza securitaria, genocidio. Consapevoli di avere distrutto tutto, i vincenti lanciano la sfida terminale: eliminare metà del genere umano e trasformare lo stato e il sistema internazionale in un patchwork di compagnia private.

Mentre lo psicopatico Yarvin parla di codice criptato che rende possibile l’accesso al potere di pochi e di celle in cui incapsulare la massa dei non proprietari, in Extrastatecraft (2014, Verso edizioni) una studiosa di nome Keller Easterling parla di infrastrutture globali come piattaforme di governance tecnica da cui dipende la vita sociale, e che funzionano come dispositivi che modellano le forme di interazione secondo finalità che non sono più decidibili dalla politica.

Il concetto di zone infrastrutturali permette a Easterling di definire sottoinsiemi tecnologici che si possono creare in ogni area del mondo, e costituiscono il software di un sistema operativo che si incorpora nelle strutture urbane. Le infrastrutture sono dispositivi nel senso di forme che predispongono la relazione tra elementi concreti:

“più che reti di tubi e di fili, l’infrastruttura include dei poli di micro-onde che lampeggiano dai satelliti, e innumerevoli congegni elettronici atomizzati che noi teniamo nelle nostre mani e ricevono gli impulsi di quelle micro-onde.” (Extrastatecraft: Pag. 11).

Il potere che muove le cose, struttura le relazioni e governa i flussi, si trova sempre meno nelle istituzioni politiche e sempre più in questi dispositivi di telecomando dell’agire collettivo, che non dipendono dallo stato, ma dalle grandi corporazioni che posseggono l’hardware e soprattutto il software capace di coordinare le infrastrutture e di delimitare e guidare per il loro tramite l’azione degli umani. Grazie allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, poi, le infrastrutture tendono a fondersi nell’automa globale.

La democrazia non ha alcuna possibilità di difendersi da questo sistema onnipotente e onnidistruttivo.

Lo stato moderno esercitava il potere per conto del grande capitale nazionale, e per far fronte alla forza dei lavoratori organizzati aveva dovuto piegarsi alla democrazia, alleanza conflittuale tra borghesia industriale e classe operaia. La globalizzazione ha distrutto la borghesia sostituendola con il ceto finanziario deterritorializzato, e con la rete di automatismi tecno-linguistici.

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copertina dell’edizione coreana di Soul at work

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Automazione del linguaggio

Sia nel caso di Yarvin che di Easterling direi che stiamo parlando del fatto che negli ultimi decenni si sono costruite le condizioni di un’automazione sempre più estesa e pervasiva del linguaggio umano.

La governance su dinamiche caotiche è resa possibile dall’automazione tecno-linguistica; automatismi tecno-finanziari e tecno-militari modellano il caos sociale e geopolitico senza pretendere di governarlo nel senso politico, volontario e consensuale.

Quel che è accaduto nel Ventesimo secolo è l’automazione del linguaggio umano attraverso le piattaforme codificate. Nei decenni passati, in Capitale e Linguaggio e Parole con Parole autori come Christian Marazzi e Paolo Virno hanno parlato del carattere performativo del linguaggio forza produttiva, spiegando che nell’epoca in cui viviamo il ciclo della realizzazione di valore è centrato sull’enunciazione linguistica e sulla comunicazione. Ma ora il linguaggio, fattosi codice, agisce direttamente sulla realtà. Come le prescrizioni le profezie e le ingiunzioni anche il codice ha il potere di iscrivere in sé gli stati futuri dell’essere: il futuro è iscritto nel codice in quanto esso prescrive quel potremo fare della macchina e quel che macchina può fare di noi.

Quel che è accaduto nella società umana da quando è iniziato il processo di digitalizzazione, è la sottomissione dell’attività linguistica, comunicativa e produttiva, ad alcune grandi infrastrutture che formattano e strutturano l’agire linguistico in tutte le sue forme.

Pensiamo a come la comunicazione sociale è diventata dipendente dalle grandi corporation che forniscono le infrastrutture per poter produrre e scambiare enunciati, merci e immaginario. L’architettura del nostro agire possibile è ora emanazione di quelle infrastrutture e non può svolgersi se non all’interno di quelle infrastrutture

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